Ormai è un tratto distintivo della pur breve storia del web: a ritmo costante sbuca il guru di turno a raccontarci perché grazie all’ultima tecnologia potrà nascere una società più giusta, aperta e democratica, in cui nuovi poteri spazzeranno via la vecchia nomenklatura dei media, del business e della politica. Spesso pubblicano best-seller milionari e portano in giro per il mondo conferenze che annunciano la rivoluzione prossima ventura. Non ultimo Beppe Grillo. E tra le profezie più recenti c’è anche quella di Chris Anderson, direttore del magazine Wired, che si appresta a dare alle stampe il volume con la sua inedita teoria del “Free”. Secondo lui, il business del futuro si reggerà sull’offerta gratuita di prodotti e servizi. Ma la lista di teorie originali (e fin troppo ottimistiche) è davvero lunga. Di seguito qualche esempio.
Libertà d’espressione?
Ricordate la Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio? Era il 1996 e il saggista J.P. Barlow scriveva: “Stiamo creando un mondo in cui ciascuno, in qualunque luogo, può esprimere le proprie opinioni, non importa quanto personali, senza paura di essere costretto al silenzio o alla conformità”. Bello, peccato solo che l’autore non avesse minimamente considerato il dilagare delle tecnologie censorie in quei Paesi in cui, ancora oggi, i blogger sono arrestati, l’informazione è controllata e tenuta sotto silenzio. Un trend che, come denuncia Reporter Sans Frontières, non riguarda solo i regimi autoritari, ma si sta estendendo anche ai ben più democratici Paesi occidentali.
I mercati sono conversazioni?
Tre anni dopo, in piena euforia da dotcom, quattro guru del web pubblicano il Cluetrain Manifesto: 95 tesi (lo stesso numero delle tesi affisse da Lutero sulla Chiesa di Wittenberg) in cui si parla di “mercati come conversazioni” e si invitano le aziende ad abbandonare la comunicazione ingessata tipica dei media di massa per abbracciare un approccio più umano. In caso contrario, la minaccia è chiara (e, al solito, dai toni epici): “I confini delle nostre conversazioni sembrano il Muro di Berlino di oggi, ma in realtà sono solo una seccatura. Sappiamo che stanno crollando. Lavoreremo da entrambe le parti per farle venire giù”. Negli anni seguenti le tesi del Cluetrain sono diventate un vero e proprio mantra. E molte aziende, soprattutto quelle che investono ingenti capitali in pubblicità, hanno adottato formule di marketing (apparentemente) più aperte e “virali”. Peccato anche qui che nessuno avesse immaginato l’emergere delle “conversazioni manipolate” dagli esperti di marketing con i post a pagamento e le finte campagne dal basso (fenomeno noto come astroturfing, di cui sentiremo molto parlare nei prossimi anni).
La fine della schiavitù?
Seppure lucido nell’analizzare molte criticità della nascente new-economy, anche l’economista Jeremy Rifkin con i saggi L’era dell’accesso e La fine del lavoro è caduto nella trappola di un “determinismo tecnologico” fin troppo ottimista. Come quando ipotizza l’affrancamento dalla schiavitù del lavoro grazie al diffondersi delle tecnologie di rete. Il che sarà in parte vero per le economie immateriali occidentali. Ma che dire dei paesi in via di sviluppo in cui è stata delocalizzata la produzione dei nostri beni di consumo (anche tecnologici) e le condizioni di lavoro sono al limite della schiavitù? E se anche restiamo nel nostro cortile e, ad esempio, guardiamo in direzione di un call-center (la quintessenza dell’immateriale, no?), forse aveva ragione Umberto Eco a controbattere che “stiamo passando dalla catena di montaggio della fabbrica a quella della cultura. Sempre schiavi saremo, soltanto diversi”.
Il giornalismo partecipativo
Un altro tormentone che ha accompagnato lo sviluppo più recente di Internet è poi l’acclamato giornalismo partecipativo. We the Media: Giornalismo dal basso fatto dalla gente, per la gente è il titolo di un best-seller del 2004 in cui il giornalista Dan Gillmor, annunciava l’avvento di schiere di reporter amatoriali, pronti a sostituire ampi strati della filiera tradizionale. Al di là dell’euforia iniziale (e dei tanti battibecchi tra giornalisti spaventati e blogger entusiasti), anche qui la moda è presto scemata, per lasciare spazio alla più saggia consapevolezza che blog e siti professionali possono tranquillamente convivere uno accanto all’altro senza escludersi. Una conferma arriva da State of the News Media 2008, approfondito rapporto annuale di Project for Excellence in Journalism secondo cui: a) blog e siti dal basso sono rimasti un fenomeno di nicchia; b) pochi, grandi colossi dell’informazione continuano a controllare le fonti più cliccate online. Nel frattempo Bayosphere, il progetto di citizen-journalism lanciato da Dan Gillmore, si è presto rivelato un fallimento editoriale ed economico.
- Mercoledì 9 Aprile 2008
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_pc_fumetti.jpg)









IL MEGLIO DEI 2011
Tutto su Belen Rodriguez
I calendari 2012
Le gallery più hot e cliccate su Panorama.it


Talent show: le 10 star internazionali più amate su Facebook
Musica, le gallery più cliccate: Jennifer Lopez e Noemi in testa, e ci sono sorprese
Adele: una voce (indipendente) che ha conquistato il mondo
Esclusione a Miss Italia 2011? Ma le vincitrici sono le più sexy...
Televisione, le gallery più cliccate: le mamme Juliana Moreira e Alessia Marcuzzi battono tutti








Le ragazze di Periscopio
Le foto più belle, settimana dopo settimana
Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 20 Aprile 2008 alle 10:37 Denis Olivennes: la gratuità è un furto, la pirateria non è libertà » Panorama.it – Libri ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: I profeti del web col vizio dell’ottimismo - Chris Anderson: Merci e servizi gratis! Ecco il business del futuro [...]
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.