di Stefania Berbenni
Anche se non è stato strombazzato come 300 (il film sulla battaglia delle Termopoli tratto dal comics di Frank Miller), Mongol è l’apoteosi del genere “storia più effetti speciali più grandi battaglie”. Si direbbe che il regista russo Sergei Bodrov (Oscar nel ‘97 per Il prigioniero del Caucaso) abbia studiato alcuni suoi illustri colleghi sintetizzandone componenti in una nuova formula chimica cinematografica: la megalomania espressiva di Peter Jackson, l’epica di George Lucas, la violenza di Quentin Tarantino.
Mongol, in uscita il 9 maggio, sembra infatti pensato per la generazione Kill Bill, famelica di sangue, miti e visionarietà. E dopo i vari Alessandro, Enrico VIII, Leonida, il grande schermo è invaso da un professionista delle invasioni, Gengis Khan, mitico condottiero mongolo, anno di nascita 1162.
Bodrov è andato a girare nei luoghi natali del condottiero, luoghi in cui la civiltà non è ancora arrivata malgrado gli 800 e più anni trascorsi. Non pochi sono stati i problemi per i produottori che hanno dovuto convincere i 600 della troupe ad arrangiarsi in tende, a rinunciare a qualsiasi comfort e a far buon viso a cattivo gioco ai soli viveri di base: la città più vicina era quasi sempre a otto-dodici ore di auto.
Epico e romantico insieme, il film si basa sull’unica storia mongola risalente al 1230 circa. Le libertà prese dagli sceneggiatori sono molte. Risultato: Mongol è suggestivo per scenari, trascinante per l’iperbole visiva delle scene di battaglia ma è contaminato da Hollywood pur essendo una produzione russa. Perché la storia d’amore fra Gengis Khan e la moglie Borte finisce per funzionare da architrave narrativa a scapito della parte “macha”, guerriera e visiva. Una furbata perché Mongol possa attrarre anche il pubblico femminile.
Il trailer
- Giovedì 24 Aprile 2008










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