Nei quartieri dove, per Anna Maria Ortese, “il mare non bagna Napoli” e chi parla e cammina magari è già un morto ammazzato (gli affiliati della camorra pare durino quasi niente), là dove perfino i cumuli della spazzatura ambiscono, come piazze e palazzi, a un che di barocco, la bellezza che pure ti assedia non suona falsa. Mai vanificata dalla patina, è alimentata dalla propria fatiscenza.
Anche nel giro di pochi metri purezza e marciume a Napoli hanno pari giurisdizione. Miseria e nobiltà sono categorie fisiche che al loro massimo grado di intensità risultano applicabili a qualsiasi dettaglio. Così che lo sguardo facilmente si divide, come nell’autoritratto di Salvator Rosa proposto nella mostra Salvator Rosa, tra mito e magia (fino al 29 giugno al Museo di Capodimonte): mentre un occhio si ottenebra disgustato da ciò che è lercio o incivile, l’altro si illumina, addolcito da qualche splendore.
Bellezza & monnezza? La connessione fra i due estremi qui riceve la più spettacolare delle consacrazioni. È evidente soprattutto oggi che due film napoletani (Il divo di Paolo Sorrentino e Gomorra di Matteo Garrone, tratto dal libro evento di Roberto Saviano) rappresentano ottimamente l’Italia al Festival di Cannes, mentre si impongono giovani scrittori di talento, capeggiati da Valeria Parrella (Lo spazio bianco, Einaudi).
D’altra parte, si dice che i fiori di loto sboccino sul fango. Perciò occorre guardare con devozione a questa città per poterla anche maledire, o un giorno guarire, altrimenti non se ne ha il diritto. Come valutare e apprezzare degnamente, se no, mostre stupende come quelle che prestigiosi musei napoletani ora dedicano a Salvator Rosa e Georg Baselitz? (Museo Madre, dal 17 maggio). Artisti stranamente legati, a dispetto del tempo che li separa. O forse solo legati dalla città, che amplifica i loro tratti e caratteri, fondendoli come le due facce di una medaglia.
Il primo, un maestro del Seicento, venerato nei due secoli successivi come prototipo di artista romantico. Il secondo, un campione del neo Espressionismo, forse il più grande artista tedesco vivente, il più tedesco di sicuro. Entrambi outsider, eccessivi, violentemente anticonformisti, simultaneamente realisti e visionari, impegnati a mescolare l’arte con la vita, a sintonizzarsi col fondo cupo ed energico dell’esistenza. Insomma: anatomia dell’irrequietezza?
A Napoli, da tutti questi punti di vista, Rosa e Baselitz giocano in casa. Dunque per la mostra Salvator Rosa, tra mito e magia sali al Museo di Capodimonte, ma poi scendi, perché è dentro la pancia del celeberrimo edificio che sono stati raccolti 80 dipinti provenienti da musei di tutto il mondo, selezionati da un comitato internazionale presieduto da Marco Chiarini (catalogo Electa Napoli).
“Salvator Rosa, dopo Caravaggio” dice Nicola Spinosa, soprintendente per il Polo museale napoletano “è certamente una di quelle personalità che più hanno segnato non solo le vicende dell’arte in Italia tra Naturalismo e Barocco, quanto anche la fantasia di noi contemporanei”.
Di questo artista (Napoli 1615 - Roma 1673), che amava considerarsi un filosofo, un poeta e un gran pittore di figure, i moderni hanno infatti ampiamente favoleggiato la sua immagine di fuorilegge e ribelle amico di Masaniello, la sua propensione a tirar di spada, i suoi paesaggi stravaganti, le sue scene di incantesimo, magia e stregoneria. Il sublime, che terrorizza e purifica, in lui ha trovato la prima voce? Qui, al di là del romanzesco che hanno pure suscitato, l’orrore e l’idillio si confondono.
E vedi ceffi delinquenziali e pensosi, filosofi acquattati nelle boscaglie come banditi, mentre i banditi filosofeggiano, eremiti simili ad animali selvatici, Pan eccitati, e poi foschi orridi, cieli in travaglio, burroni, scogliere, archi tufacei, rocce bizzarre e polimorfiche, streghe preoccupanti e battaglie eroiche in un clima non sai bene se pre Goya o pre Géricault.
Di certo c’è qualcosa di antico nel modo in cui Georg Baselitz martirizza le sue figure, neanche fosse Apollo che scuoia il corpo di Marsia, o Mel Gibson davanti al suo Cristo flagellato. Centoventi delle sue opere (dipinti e sculture) eseguite nel corso di questi ultimi cinquant’anni sono al Museo Madre per la cura di Norman Rosenthal (catalogo Electa Napoli).
Georg Kern (Baselitz è lo pseudonimo) nasce a Deutschbaselitz, città sassone dalla quale prende il nome, nel 1938: a 7 anni si ricorda di aver visto da lontano il bombardamento di Dresda. Conservatore e radicale (piace per questo), possiede il senso di una monumentalità devastante e senza pace. Per lui la pittura è compromessa con la volgarità del mondo e la drammaticità della storia. È colossale e crudele, cromaticissima e deformante.
Baselitz o l’uomo a rovescio? Fedele al corpo, non vi ha rinunciato: lo ha capovolto.
LE GALLERY: Salvator Rosa e Georg Baselitz
- Martedì 13 Maggio 2008










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