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Diablo Cody, diavolo di una spogliarellista

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  • Tags: Diablo-Cody
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Diablo Cody

Di Marco Giovannini - da Los Angeles

Dal Minnesota vengono i fratelli Coen. Governatore dello stato è Jesse Ventura, un ex campione di wrestling. Giusto per rendere l’idea di che razza di posto sia il Minnesota. Dopo Joel, Ethan e Jesse, terza gloria locale è ormai Diablo Cody, la sceneggiatrice esordiente che pochi mesi fa ha vinto l’Oscar per Juno. È proprio a Minneapolis, Minnesota, che Diablo da pubblicitaria frustrata e blogger dilettante si è trasformata in “improbabile stripper”, come si definisce in Candy girl, l’autobiografia (Sperling & Kupfer) che il 10 giugno esordisce nelle librerie italiane. Lo spogliarello è stato il penultimo passo prima di diventare la sceneggiatrice che Entertainment weekly mette fra le 50 persone più intelligenti di Hollywood. “Di tette ho la seconda, di cervello la quarta”.
Se n’è accorto anche Steven Spielberg che l’ha assunta per scrivere il serial tv The united states of Tara. Da poco, poi, sono finite le riprese del suo secondo film, l’horror Jennifer’s body, e ha già venduto la sceneggiatura per la commedia adolescenziale Girly style. Candy girl racconta la sua diseducazione sessuale negli strip club. Il libro è irresistibile come i dialoghi di Juno.
Teme mai di svegliarsi e di accorgersi che è stato solo un sogno?
Dopo l’Oscar mi sono portata la statuetta a letto per paura che la riprendessero.
Qual è la morale del suo successo?
Fa’ quello che desideri. Rischia, se occorre. Meglio essere un fallito di talento sempre all’attacco che un mediocre di successo sempre in difesa. Affetto e rispetto si conquistano, l’ho detto anche nel discorso all’Oscar: “Grazie alla mia famiglia, per avermi sempre amato per come sono”.
Quando ha confessato ai suoi genitori di essere stata una spogliarellista?
Dopo aver firmato il contratto per la pubblicazione di Candy girl. Prima avevo raccontato la solita balla della cameriera. Ho telefonato a mia madre: “C’è una notizia buona e una cattiva. Ricordi il mio sogno di bambina? Si sta per realizzare, sto per pubblicare un libro. Lei: oddio, e come è successo? Ho fatto per un anno la spogliarellista e ne ho scritto”. Ha pianto, poi l’ha letto tre volte. La terza ha trovato alcuni dei passaggi divertenti.
Che ci faceva una ragazza come lei, laureata e di buona famiglia, avvinghiata a una sbarra da striptease?
Sono andata a vivere in Minnesota per stare con Jonny, il fidanzato che poi è diventato mio marito in una commovente cerimonia a Las Vegas dentro l’astronave di Star Trek (si sono da poco separati, ndr). Ci eravamo conosciuti in rete, chattando, e mi aveva regalato I’m in great shape, un rarissimo bootleg dei Beach boys. Un gesto romantico come una gardenia sonora. In Minnesota mi sono sentita una lavagna dalla quale era stato cancellato il passato. Potevo vantare amicizie mafiose, portare a spasso un minuscolo maltese, diventare bulimica e vomitare barrette di integratori nei bidoni della spazzatura del centro commerciale. Un giorno sono passata davanti allo Skyway lounge, uno strip club che organizzava “La serata della dilettante”, primo premio 200 dollari. Sono entrata come una svampita di gran classe. Col tempo sono diventata una professionista. Mi ha permesso di fuggire dal recinto per conigli del lavoro retribuito prima che fosse troppo tardi. Per la prima volta avevo intravisto un’alternativa alla mia vita strangolata dalla normalità, dal perbenismo e dai sandwich con le croste amputate. Volevo far parte di quella luccicante schiera di donne: sembrava che avessero champagne nelle vene, nel buio dei locali rilucevano come il radio.
La prima cosa che l’ha stupita?
All’inizio, prima che l’adrenalina mi catturasse, il mio approccio era antropologico. Mi consideravo come Margaret Mead (una nota antropologa, ndr), ma nuda. Mi ha spiazzato il lessico: nessuno nel ramo dice “spogliarellista”. I gestori dei club usano invece “entertainer”, come se tirassimo fuori dalle tasche conigli bianchi e raccontassimo barzellette su Nixon e la Pasqua ebraica.
Cosa rimpiange di quel mondo?
Le scarpe di plastica con la zeppa trasparente così grande e solida che ci potresti infilare dei pesciolini rossi. Nel libro si sono meritate parecchi passaggi.
Che rapporto aveva con gli uomini?
Qualcuno mi dava tanto potere da mandarmi in cortocircuito. Qualcuno mi faceva pena, come quelli fissi che tornavano ogni sera e con una manciata di dollari si compravano l’illusione che io fossi la loro fidanzata. Qualcuno mi faceva schifo: niente di più repellente che spogliarsi davanti a degli estranei indesiderabili.
Tra il cliente e la stripper chi ha il potere?
Il proprietario del locale: non fa niente e si prende 7 dollari su 20 per una lap dance e 21 su 60 per una bed dance.
Come stripper usava pseudonimi, tipo Bonbon, Cherish, Roxanne. Il più clamoroso, Diablo Cody, l’ha riservato alla scrittrice. Perché?
Un caso. Quando mi sono messa a scrivere di sesso, mi serviva un nom de plume per protezione: negli strip club avevano la mia carta d’identità. Diablo Cody è nato durante un viaggio con Jonny nel Wyoming. Quando arrivammo a Cody, la città natale di Buffalo Bill, la radio trasmetteva El diablo dei Duran Duran. L’ho considerato un segno del destino. Mi ripeto sempre che anche usando il mio vero nome, Brook Busey, avrei venduto sia Candy girl che Juno. Ma sarà vero?

  • redazione
  • Sabato 7 Giugno 2008
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