Intervistare Lou Reed non è facile. Basta una breve ricerca su Google per vedere che l’impresa può essere tra le più complicate nella vita di un giornalista. Un reporter del Guardian, per esempio, è quasi scoppiato a piangere dopo che il suo idolo musicale si è rifiutato per l’ennesima volta di rispondere alle sue domande, giudicate troppo “puerili”. Un’altra cronista ha preferito abbandonare la scena dell’intervista pur di non essere ulteriormente umiliata dalla leggenda del rock. L’approccio di Reed, che ha 63 anni ma non ha perso neanche un filo della rabbia degli esordi, è sempre lo stesso: “Il giornalista è un parassita”. E se non lo è, pensa lui, certo è pronto a tenderti una trappola.
Panorama ha chiesto un’intervista con Reed mesi fa. Motivo: il tour europeo di Berlin (in questi giorni) e il lancio in Italia dell’omonimo film, che documenta il concerto con cui 2 anni fa è stato riesumato quello che è forse il capolavoro meno compreso di Lou Reed, un’opera rock del 1973 che racconta la tragica storia d’amore e di violenza tra due giovani offuscati dalla droga e dalla gelosia. Sembrava cosa facile, si è rivelata tutt’altro.
Dopo innumerevoli email, contrattazioni sulla durata della conversazione, interventi dell’agente e dei pierre, richiesta di un elenco di domande, revisione degli argomenti consentiti e di quelli esclusi, due cancellazioni di cui una un’ora dopo l’appuntamento, finalmente arriva il momento della fatidica telefonata. E, data tutta la preparazione, è con un certo sconcerto che il cronista ascolta la risposta di Reed alla sua prima domanda, sul ruolo che Berlin occupa nella sua produzione artistica: “È sempre stata una città molto sofisticata”.
Forse non ha sentito bene, la linea non è delle migliori: veramente parlavamo del film… “Sono sempre stato molto colpito dal cinema espressionista tedesco”. No, veramente facevamo riferimento al film basato sul disco Berlin… “Non capisco cosa mi chiede, che posto ha il mio disco nella vita artistica di Berlino? Quando ho scritto quel disco non ero mai stato a Berlino”.
Not a perfect day (non una giornata perfetta, ndr) si potrebbe dire, parafrasando il titolo di uno dei suoi successi, se non fosse che dopo un altro paio di fraintendimenti (”La sento benissimo, ma le risposte che le sto dando non sembrano essere quelle che lei vuole”) la conversazione, per così dire, decolla.
Per cambiare il tono dell’intervista basta dire che Panorama ha parlato anche con Julian Schnabel, l’artista che ha diretto il documentario sul concerto: “Julian ha una visione delle cose sempre molto brillante e il suo ruolo in questo progetto è stato fondamentale” dice Lou Reed. E piano piano la maschera cala svelando una storia inedita, quella di un disco diventato ora un film che ha reso possibile l’amicizia tra due dei più grandi artisti contemporanei, complice il comune maestro Andy Warhol e la ristrutturazione di un appartamento a Manhattan.
Si può iniziare proprio da qui, dal fatto che Schnabel e Reed abitano da anni uno di fronte all’altro, in una strada del West Village. E che sono amici al punto che quando suo padre è morto Schnabel ha voluto accanto a sé proprio Reed. Amici al punto che quando lo scorso aprile Lou ha sposato Laurie Anderson, la musicista e performer con cui vive dal 1996, tra i pochi ospiti alla cerimonia segreta celebrata a Denver in Colorado c’era Julian: “Lou e Laurie è come se fossero sposati da molto prima della celebrazione ufficiale dell’evento, ma il matrimonio lo ha reso molto felice” racconta Schnabel (la vita privata è tra gli argomenti proibiti da Lou).
Non che i rapporti tra i due siano sempre stati così idilliaci: “Lou non è una delle persone più aperte che conosca” continua il pittore-regista. “All’inizio anche con me era reticente. Poi abbiamo cominciato a vederci. E quando voleva abbandonare l’appartamento perché gli sembrava freddo ho proposto di costruirgli un caminetto per riscaldarlo. Nn l’ho mai fatto, ma siamo comunque diventati amici”.
In realtà Lou e Julian si erano conosciuti anche prima della ristrutturazione: entrambi bazzicavano la Factory, il laboratorio di talenti creato da Warhol nel 1962, di cui Reed era uno dei personaggi fondamentali con i Velvet Underground. Alla fine di quell’esperienza Lou si mise a incidere dischi da solo. Il primo, Transformer, lo portò al successo grazie al singolo Walk on the wild side. Quello dopo, uscito nel 1973 col titolo Berlin, fu un fiasco. Un critico lo definì il disco più deprimente che sia mai stato composto: in una canzone ci sono i pianti dei bambini tolti alla madre, Caroline, che si droga troppo per accudirli. In un’altra Jim, il suo compagno, confessa di essere contento che lei stia male. Lui la picchia, Caroline finisce per tagliarsi le vene, lui conclude filosofico: “What a feeling”.
“È una storia di gelosia” sostiene Reed con Panorama. “Racconta una vicenda difficile, ma piccola rispetto a quella che hanno narrato altri: dopotutto, in Shakespeare, Otello uccide Desdemona”.
Non è che la gente non amò quel disco perché era facile accettare la trasgressione dei travestiti di Walk on the wild side ma non la realtà di quella vita? Reed ci pensa un attimo: “Mi è capitato di pensarlo: certamente Wild side fu un enorme successo, e Berlin raccontava un altro aspetto della vita di Walk on the wild side. Ai giornalisti non piacque. Ma so di persone che lo amarono molto”.
Tra queste ci fu certamente Schnabel, che ne fece la colonna sonora della sua vita per anni: “Gli amici venivano a trovarmi, sentivano piangere i bambini, si allarmavano per i miei figli nell’altra stanza. Ma era solo quella canzone, per me una delle più belle mai composte” racconta. “E quella musica mi accompagnò anche in Germania e in Italia, nel periodo in cui feci un dipinto per Lou e poi uno dedicato ad Aldo Moro, intitolato Lazarus“.
Era inevitabile, insomma, che Julian assumesse un ruolo decisivo nel resuscitare l’opera rock più dark che sia mai stata scritta. Sua figlia Lola ha fornito il film che scorre alle spalle di Reed sul palco, con una Caroline interpretata da Emmanuelle Seigner, moglie di Roman Polanski. E al film ha collaborato Alejandro Garmendia, il cognato cubano di Schnabel. Un affare di famiglia, insomma, ma una famiglia allargata al vicino di casa. Quanto a lui, dopo essere passato alla fotografia con le sue immagini straordinarie di New York, si è messo a fare il dj, con un canale creato apposta per lui sulla radio satellitare Sirius: tra le canzoni che preferisce quelle di Alan Freed e Sound of Hound. “Mi sto divertendo come un pazzo” dice.
L’amore per l’eroina e i transessuali è stato sostituito dal culto per le arti marziali: “Ogni mattina pratico il chen tai chi, e se posso lo faccio anche più volte al giorno” dice dopo avere annunciato che questo è l’ultimo argomento dell’intervista. “Fa bene al corpo, all’anima, alla centratura, alla capacità di concentrazione”.
Di recente Lou Reed ha anche composto un disco di musica per meditazione. Ma non c’è tempo per parlarne, perché il tempo è scaduto e lui ha già messo giù, laconico e freddo come una delle sue canzoni meglio riuscite: Thank you. Bye.
- Martedì 1 Luglio 2008









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