Archivio di Luglio, 2008

Simbolo prima di una bellezza procace che attirò l’attenzione di Mariuccia Giuliano, moglie di Macario, che la scelse come soubrette per le sfavillanti riviste del marito, quindi di una romanità di simpatia innata e solare nella sua maturità. Questo è e rimarrà Marisa Merlini, morta ieri notte nella sua casa romana.
Era nata a Roma il 6 agosto 1923. Dopo l’esordio con successo nel teatro di rivista, fu notata dal grande Totò, che prese parte alla rivista Che ti sei messo in testa? (1943-44) di Michele Galdieri. Con lui fece altri quattro spettacoli teatrali e sette film, tra cui gli indimenticabili Totò cerca casa (1949), L’imperatore di Capri (1949) e Totò cerca moglie (1950).
Il vero lancio cinematografico lo ebbe però nel 1953, con Luigi Comencini, nel ruolo di levatrice e madre non sposata che conquista (inutilmente) il cuore del maresciallo De Sica in Pane, amore e fantasia (1953) di Luigi Comencini. Da lì si impose come una delle migliori caratteriste del cinema italiano del dopoguerra.
Al suo attivo moltissime pellicole, tra cui Padri e figli (1957) di Mario Monicelli dove è al fianco di Marcello Mastroianni, Io, mammeta e tu (1958 ) di Carlo Ludovico Bragaglia, Il vigile (1960) di Luigi Zampa accanto ad Alberto Sordi, Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica, Io, io, io e gli altri (1967) di Alessandro Blasetti, Dramma della gelosia - Tutti i particolari in cronaca (1969) di Ettore Scola, in cui interpreta un’allegra prostituta. Recentemente, nel 2005, aveva preso parte al film di Pupi Avati La seconda notte di nozze, suo ultimo lavoro cinematografico.
Amica di Anna Magnani, condivideva con lei la natura verace e un carattere forte e deciso che la portò a rifiutare - come raccontò alcuni anni fa - il ruolo della protagonista de La ciociara perché non era convinta di “interpretare il ruolo di una donna molto più grande”.

Martine, Christophe, Pierre e Jocelyn hanno due passioni in comune. La prima: prendere gli oggetti più banali della vita quotidiana (una scopa, un paio di scarpe, l’asse di un water), reinventarne il senso e l’uso per procedere alla vendita di prodotti sportivi o casalinghi tra i più assurdi che si sia mai visto sul mercato. La seconda: far ridere la gente. In entrambi i casi, il successo che riscontra da ormai nove anni La Quincaillerie Parpassanton (la Drogheria della famiglia Parpassanton), «fratelli e sorelle dal 1936» come attesta il catalogo, è pressoché garantito. Dalle « montengroles» (prime scarpe di montagna adattate ai pendii grazie al supporto di due pezzi di legno triangolari inchiodati sotto i tacchi) al «Platorando» (due assi di un cesso trasformati in un platò mobile per mangiare senza mai fermarsi durante un’escursione alpina), dalla «showercaisse» (doccia portatile) al «caski» (un paio di sci fissati sopra un casco, utilissimo per scongiurare la rottura delle cervicali in caso di incidente), in poco meno di un’ora la compagnia teatrale francese Cirkatomik (Circo atomico) ha offerto a un pubblico estasiato uno spettacolo di strada all’altezza del Getsen Feesten.
Giunte alla loro 162ma edizione, le Feste popolari di Gand sono un evento insostituibile nel panorama culturale belga. Ogni anno, per circa due settimane, la capitale delle Fiandre orientali accoglie centinaia di migliaia di persone trascinate in una sequenza infinita di spettacoli, concerti (musica jazz, classica, rock, pop, folk, country, techno), parate, café-chantant, mostre, esposizioni, conferenze e dibattiti. Il tutto in una cornice storica e artistica che l’ex presidente francese François Mitterand definì nel 1983 «tra le più belle d’Europa». Per l’edizione 2008 che si chiude stasera, il Getsen Feesten ha fatto registrare un’affluenza record di oltre 1,5 milioni di visitatori, ai quali gli organizzatori hanno offerto gratuitamente quattro festival internazionali, 900 eventi e più di 3.000 attività culturali. Cifre da paura insomma che il Comune di Gand ha saputo giostare con grande intelligenza associando senza visibili forzature le esigenze di un pubblico di massa con i gusti musicali e teatrali più raffinati. Il risultato è un evento culturale armonioso e equilibrato nelle sue proposte, specchio di una città nota per i miracoli urbanistici che ha prodotto durante il passaggio dall’era industriale a quella terziarizzata.
Tra i quattro festival internazionali proposti, il Gent Jazz Festival (ex Blue Note Festival) ha proposto musicisti affermati come Herbie Hancock, Pat Metheny Trio, Diana Krall, Wayne Shorter Quartet, Buena Vista Social Club, Marcus Miller, assieme ai quali hanno trovato un posto al sole (e spesso sotto la pioggia) i nuovi talenti del jazz contemporaneo (tra cui l’enfant-prodige Lionel Loueke). Tra una visita alla cattedrale di Saint-Bavon (che accoglie il capolavoro dei fratelli Van Eyck, «L’adorazione dell’Agnello mistico») e una passaggiata lungo i canali del centro storico, chi ha frequentato il Getsen Feesten ha potuto godere della ricca programmazione offerta dai Festival internazionali di strada
e di Marionette. Oltre La Quincaillerie Parpassanton dei Cirkatomik, tra le chicche scoperte vi segnaliamo lo spettacolo della troupe spagnola Kamchàtka, tutto incentrato sulla diversità e le reazioni che ci suscitano un incontro ravvicinato con l’Altro, il diverso. Per alcune delle compagnie teatrali presenti nella città fiamminga (come i portoghesi della Companhia Marimbondo o i francesi di Délit de façade), le Feste di Gand sono un’occasione per confermare la propria notorietà. Per gli altri, ed è il caso del clown argentino Juan Manuel Cercosimo, «questo evento consente ai meno noti di farsi conoscere e confrontarsi con alcuni dei migliori artisti di strada del mondo». Prossimo appuntamento: luglio 2009.
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George Michael (LaPresse)
Sul palco con Andrew Ridgeley per una reunion degli Wham! Ormai è praticamente ufficiale: si chiuderà col botto il tour di George Michael partito da Barcellona nel settembre 2006. L’appuntamento è per il 24 e 25 agosto alla Earls Court di Londra. George e Andrew duetteranno insieme come ai bei tempi nella parte finale dello show. Si vocifera che i due potrebbero proporre un medley infuocato dei loro successi degli Anni 80. La reunion dello storico duo pop arriva alla fine di una serie di concerti trionfali per Michael. In tutto, il suo tour ha radunato un milione e trecentomila persone con più di 80 spettacoli in Europa. L’avventura degli Wham! si era conclusa Londra nel 1986 con un leggendario spettacolo al Wembley Stadium. George, in questi giorni è al centro dell’attenzione per una intervista Tv rilasciata a Good Morning America. Questa la dichiarazione che ha fatto scalpore: “Non ho mai detto a mia madre, morta nel 1997, di essere gay, anche se lo lo sospettava da tempo”.
Wham!: I’m your man

Da sei settimane era stato colpito da un’emorragia cerebrale, che lo aveva ridotto in un coma da cui si era momentaneamente svegliato solo una volta. E ieri, all’ospedale militare del Cairo, è morto. Aveva 82 anni Youssef Chahine, il regista egiziano che dopo la trilogia su Alessandria d’Egitto, sua città natale, era stato paragonato spesso a Federico Fellini. Oggi i funerali al Cairo, alle 13, nella chiesa cattolica del quartiere di el Daher.
Autore dai diversi volti, è stato capace di passare con abilità dalla commedia al racconto sociale, dal musical folcloristico all’affresco storico di cui resta esempio importante il suo Adieu Bonaparte diretto nel 1985 e dedicato alla spedizione in Egitto di Napoleone, che attirò le ire da più parti, sia dei francesi, irritati dal ritratto caricaturale che li raffigurava, sia dei fondamentalisti egiziani, per gli impliciti consensi alla civilizzazione occidentale.
Eppure i francesi lo adoravano e Chahine deve gran parte della sua risonanza internazionale proprio a a loro. È stato infatti il festival di Cannes a scoprirlo, prima regista egiziano invitato a parteciparvi, nel 1951, l’anno successivo al suo ritorno in Egitto dopo gli studi di cinema in America, alla Pasadena Play House. Il suo debutto sulla Croisette, con Il ragazzo del Nilo, in realtà passò abbastanza in sordina, anche se successivamente il film ebbe un’importante carriera internazionale. Ma Chahine tornò altre volte a Cannes, fino ad essere ricevuto come maestro consacrato, nel 1997 quando vi presentò Il Destino, ricevendo il premio del cinquantesimo anniversario del Festival.
Nel suo Paese, invece, non era molto amato per il linguaggio filmico molto duro, soprattutto sui temi sessuali. Eppure l’Egitto ne ha riconosciuto il suo valore per la cultura nazionale, tanto che, di fronte alla sua malattia, Mubarak ha detto che il governo si sarebbe fatto carico dell’iniziale ricovero del regista all’American Hospital di Neuilly. E comunque in tutto il Medio Oriente è stato sentito come la “voce della libertà”.
Per il suo spirito libero Chahine ha dovuto affrontare anche il carcere quando, alla metà degli anni ‘80, distribuì a proprie spese un film vietato dalla censura ufficiale. Nonostante ciò, seppe sempre usare al meglio il suo credito internazionale per difendersi dagli attacchi del regime e per pungolarlo ad una maggiore libertà a favore degli intellettuali.
A lui si deve, nel 1954, il debutto di Omar Sharif, il successivo dottor Zivago, in Lotta nella valle. Nel 1978 vinse un Orso d’argento al Berlinale per Alessandria perché, il primo episodio della trilogia autobiografica, completata con La memoria (1982) e Alessandria, ancora e ancora (1990).
Il suo ultimo film, Il Caos, fu presentato in Italia, lo scorso settembre, alla Mostra di Venezia: un insieme di amore e violenza, sacrificio e potere, con qualche vena umoristica, sullo sfondo della difficile condizione femminile in Egitto.
Tra i suoi lungometraggi - ne realizzò una cinquantina - anche Papà Amìn (1950), pellicola d’esordio insieme al grande direttore della fotografia di origine italiana Alvise Orfanelli, e Stazione Centrale (1958), film corale interamente girato nella stazione del Cairo che contribuì a farlo conoscere al di là dei confini nazionali. Suo anche l’episodio ritenuto anti-americano Egitto del lavoro a più mani 11 settembre 2001 (2002), l’unico dei suoi film distribuito in Italia, insieme a Il Destino.
Qui il trailer del suo ultimo lavoro, passato per il Lido, Il Caos, da YouTube (in egiziano con sottotitoli francesi):

Tommy Lee dei Motley Crue - (AP Photo/Damian Dovarganes)
Voce sensuale, un po’ assonnata: quando gli parliamo, Tommy Lee è in California e il fuso orario segna le 13.30: i Mötley Crüe hanno suonato ieri sera e il batterista si è svegliato da poco. Ci aspettiamo un paio di risposte secche e poca cortesia, al contrario, l’ex marito di Pamela Anderson è disponibile e di buon umore. Motivo per cui gli non ci facciamo scappare l’occasione di chiedergli del suo privato, oltre che del nuovo album Saints Of Los Angeles e della tournée che porterà tra qualche mese la band in Italia (e online gratis venerdì).
Come definirebbe il nuovo album dei Mötley Crüe?
“Saints Of Los Angeles è una bomba! Mi piace molto perché siamo riusciti a fondere le sonorità moderne con quelle che hanno caratterizzato il nostri primi lavori. Una miscela di old school e new school niente male”.
A proposito di scuola: lei è un mito per molti batteristi: qual è il suo?
“Senza dubbio John Bonham dei Led Zeppelin è da sempre la mia fonte di ispirazione, ma di colleghi bravi ne girano parecchi”.
Siete in tour da quasi un mese e ogni concerto è sold out…
“Stiamo ricevendo un’accoglienza incredibile. Per questo abbiamo deciso di fare un regalo ai nostri fan: venerdì, chiunque può collegarsi al sito e gustarsi gratis lo show di Las Vegas. Basta prenotare il posto alla svelta su www.deeprockdrive.com”: le poltrone virtuali stanno andando a ruba”.
Il live toccherà anche l’Italia?
“A settembre terremo una conferenza stampa per il tour europeo: non abbiamo ancora fissato il calendario preciso, ma credo che saremo da voi verso novembre”.
La vedremo ancora volare sopra il pubblico con la sua batteria?
“Certo! Arriverò a testa in giù fino all’ultimo spettatore! In questa tournée, poi, mi porto dietro tre set di batterie: quella sul palco è tradizionale, mentre le altre due sono una tutta in metallo e una elettronica”.
Il lato positivo e quello negativo di passare mesi on the road?
“Quando sto a casa a lungo, non vedo l’ora di partire in tour e viceversa… Direi che il bello di stare in giro è che ti permette di apprezzare la vita casalinga. Il brutto è la lontananza dai miei figli Brandon e Dylan, che abitano con me. Se sono in vacanza, riesco a vederli di più, ma se vanno a scuola, è un’impresa stare con loro”.
Cosa fate insieme?
“Tutto. Brandon ha 12 anni, Diylan 11: giochiamo ai videogame, nuotiamo, suoniamo: stanno imparando batteria, chitarra e piano. Poi andiamo in moto e sullo skate”.
E che valori insegna loro?
“Ad avere buone maniere, a essere rispettosi e leali. Sembrerà impossibile, ma è così: un padre non può che impartire questo genere di lezioni”.
Ha sempre avuto compagne bellissime: cosa pensa delle donne italiane?
“Le trovo splendide e adoro il loro accento. Ho sposato due bionde (Pamela Anderson e Kimberlea Gayle Cloughley ndr), ma devo ammettere che ho un debole per le brune”.
S’ è mai fidanzato con una mora?
“Sì, un anno e mezzo, con la ex moglie di Prince, Mayte Garcia. Pelle ambrata, sguardo intenso, bocca carnosa: semplicemente bellissima!”.
Il tam tam sul nuovo album degli U2 fornsce ogni giorno nuovi dettagli sull’attesissimo cd della band di Bono. Iniziamo dai brani con quattro titoli che finora non erano trapelati: For Your Love, One Bird, If I Could Live My Life Again, Love Is All We Have Left. A questi si aggiugono quelli già noti: The Cedars of Lebanon, Moment of surrender e No Line on Horizon. Quest’ultimo pezzo potrebbe essere il nuovo singolo del gruppo. Pare infatti che la Universal abbia registrato da pochissimo il dominio nolineonthehorizon.com. La stessa operazione venne fatta nell’estate 2004 per Vertigo, il primo hit tratto da How to dismantle an atomic bomb. Gli U2, avvistati in questi giorni in Spagna per filmare un videoclip, dovrebbero pubblicare il nuovo album entro novembre. Al momento pare che la data più probabile sia il 14. Confermata invece per il 20 settembre la pubblicazione della versione remaster di Under a Blood Red Sky. Sarà disponibile in 3 differenti formati, Cd Single, Cd+Dvd (Deluxe Version) e Vinyl Version. Il cd avrà un artwork rinnovato ed nuove note di copertina.
Il rapper sordo Mark Vuoriheimo, in arte “Signmark”
Cappellino in testa, pantaloni larghi e cadenti, catene e muso duro. L’estetica hip hop c’è tutta. E se i rapper “normali” gesticolano, lui di più. Perché ogni suo gesto è una parola e con le dita ci fa canzoni. Anche per chi la musica non la può sentire. Si chiama Signmark, veste da b-boy e rappa con le mani. Sordo, ma la musica ce l’ha dentro. Note e sordità. Due pianeti separati. Questo almeno si è soliti pensare, nell’ignoranza di un mondo, quello dei non udenti, trattato spesso con indifferenza. Per alcuni sarà sorprendente scoprire che ci sono discoteche per sordi in cui si balla al ritmo delle vibrazioni e delle luci psichedeliche. E per parlarsi non è necessario alzare la voce, ma gesticolare. E poi c’è Mark Vuoriheimo, in arte Signmark. Finlandese, 29 anni, con il suo gruppo porta in giro per il mondo (ha fatto un tour in Giappone, in Spagna, in Inghilterra. è stato anche a Genova, lo scorso giugno per il festival della poesia) il suo show, davvero aperto a tutti, perché i suoi compagni di palco e musica Heikki e Brandon (udenti) suonano a tutto volume mentre lui “canta” i suoi testi nel linguaggio dei segni. Hanno un sito e stanno lavorando al secondo album, autoprodotto come il primo, finanziato in parte dall’associazione finlandese dei sordi, in dvd video, che ha venduto varie migliaia di copie. Panorama.it l’ha intervistato:
Come “senti” la musica?
Col corpo. Ce la puoi fare anche tu. Vai in un night club con i tappi per le orecchie…
Da cosa deriva il tuo nome d’arte?
Beh, semplicemente cercavo qualcosa che unisse me e il mio linguaggio: io mi chiamo Marko e parlo col “Sign language”
Quando hai deciso che volevi essere un “cantante”?
Avevo 14 anni e anche se può sembrare strano amavo la musica, la danza, le canzoni. A quell’epoca però nella scuola per sordi non insegnavano niente di musica. Io traducevo le canzoni di Coolio o Bon Jovi. I miei amici si divertivano, ma altri, incluso alcuni professori, venivano da me e dicevano “lascia perdere, sei sordo!” Allora ho deciso che avrei fatto dei concerti un giorno. Ed eccomi qui!
Ti occupi di altro oltre a fare musica?
Sì, lavoro alla Humak University come lettore di lingua dei segni. Ma ho sempre meno tempo, per i concerti.
Perché fai hip hop? Credi che sia il miglior genere per il linguaggio dei segni?
Mi piace l’hip hop per i beat e i bassi molto forti. Mi piace anche l’abilità nel costruire le rime dei rapper. Quando ho visto i primi video hip hop, il loro modo di muovere le mani, ho detto “questo è il mio stile!”
Chi scrive i testi e la musica delle tue canzoni?
Io scrivo i testi insieme a Heikki e Brandon che sono la mia “voce”. Kim e Heikki fanno la base, poi io la scelgo.
In quale linguaggio dei segni ti esprimi? Come fanno a capirti in Giappone o in Germania?
In patria uso il linguaggio finlandese dei segni, all’estero l’internazionale o quello americano\inglese. Il linguaggio internazionale è facile e chiaro, l’inglese è identico al parlato, nel mio nuovo album lo uso molto.
Sei stato in Italia, a Genova, un mese fa. Le tue impressioni?
Abbiamo fatto una performance con Zeroplastica (gruppo hip hop genovese). Bella città e il cibo è spettacolare! Nio dei Zeroplastica è stato un’ottima guida.
Pensi che il linguaggio dei sordi andrebbe insegnato a tutti?
Almeno a livello basico sì, e poi può sempre essere utile, per parlarsi quando c’è rumore, se hai un amico o un figlio sordo.
Credi che il tuo lavoro e il tuo impegno possano essere d’esempio per le persone sorde?
Credo di sì, ma soprattutto per i non-sordi! Bisogna fargli capire che siamo tutti umani e possiamo fare le stesse cose. Niente ti deve fermare. I sordi hanno semplicemente un’altra lingua, una lingua silenziosa. Non ascoltiamo, ma possiamo “sentire” due volte meglio delle persone “normali”. La comunità sorda è un po’ una grande famiglia, internazionale. Se leggi qualcosa troverai un sacco di cose sorprendenti. Lascia perdere i medici, hanno le loro parole, “sordo”, disabile”. Ma non sono Dio. Beh, però prendi le medicine che ti ha ordinato il dottore, ok?
Il trailer del suo dvd
Un concerto in Giappone
Ma Signmark non è l’unico nel suo genere, anche se probabilmente è il solo a vivere di concerti e dischi. La lingua dei segni è molto ricca e l’hip hop è il genere musicale che meglio si presta alla sua espressione. In Inghilterra c’è Charandeep Matharu, di origine indiana, ha prodotto un videoclip intitolato “Slim Sunny“. Negli Usa Warren “Wava” Snipe ha recitato in linguaggio dei segni nel musical “Hip hop anansi”. Un altro americano, Brian Erwin, ha invece perso l’udito a partire dai 20 anni, quando già si dedicava al rap. E ha deciso di non smettere. Canta in inglese, il suo disco, datato 2001, si intitola “Trapped in silence”.
Fino al 12 settembre a Portoferraio, Isola D’Elba, l’esposizione Napoleone, fasto Imperiale riporta nelle dimore che fra il 1814 e il 1815 accolsero l’Imperatore oggetti di valore storico e artistico appartenuti a lui e al suo entourage. È una selezione fra le più belle opere d’arte provenienti dalla Fondation Napoléon di Parigi e da due musei napoleonici francesi, il Musée national des châteaux de Malmaison et Bois-Préau e il Musée de l’Armée di Parigi.
Oltre 200 le opere esposte, tra dipinti, disegni, miniature, arredi, abiti, porcellane e gioielli che evocano lo sfarzo ufficiale e gli aspetti più intimi della vita dell’Imperatore all’Elba.
Tra i pezzi più interessanti il vaso fuseau della manifattura di Sèvres con il ritratto di Napoleone donato dall’imperatrice Maria Luisa alla moglie del maresciallo Ney ; un gruppo di 19 piatti del service particulier de l’empereur. Due di questi piatti sono decorati con scene della visita di Napoleone a Venezia nel 1807. La battaglia di Marengo è evocata dalla grande tela di Boze, Lefèvre e Vernet che ritrae il generale Bonaparte, da poco Primo Console, sulla scena della battaglia. Ci sono poi l’Aigle de drapeau, uno dei vessili della Grande Armata, e numerose sciabole. Un disegno di Jacques-Louis David ricorda l’incoronazione del 2 dicembre 1804 a Notre-Dame. Le tappe più importanti della cerimonia sono documentate da una serie di otto acquerelli dell’architetto Fontaine.
L’ultima sezione della mostra è dedicata agli anni trascorsi a Sant’Elena. Tra gli oggetti personali dell’Imperatore il nécessaire dentaire (Napoleone era attento alla cura dei denti) e il nécessaire de portemanteau (con l’occorrente per la toilette) utilizzato ad Austerlitz. Presente anche il leggendario chapeau che ha reso immortale Napoleone, e gli appunti, poco conosciuti, scritti da Napoleone durante l’esilio a Sant’Elena, testimonianza di come in soli venti giorni imparò l’inglese.
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