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Archivio di Agosto, 2008

“Inglorious Bastard”: ecco che cosa succederà nel prossimo film di Tarantino

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  • Tags: Berlino, Brad Pitt, inglourious-bastard, Quentin-Tarantino
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Quentin Tarantino

Inglorious Bastards (in uscita nel 2009) si sta rivelando come la produzione più importante e costosa della carriera del regista di Kill Bill. Il film racconta la storia di un gruppo di soldati americani (guidati da Brad Pitt) costretti ad accettare una missione pericolosissima nella Germania nazista come alternativa alla pena di morte inflittagli dalla corte marziale del loro Paese. Ad affiancare Pitt, oltre a Mike Myers (Austin Powers) è stata ingaggiata nei giorni scorsi Helen Kruger (Troy) che interpreterà il ruolo dell’attrice tedesca Bridget Von Hammersmark, cospiratrice antinazista. Elemento cruciale della sceneggiatura è l’alleanza tra questo gruppo di militari americani all’ultima spiaggia e un ragazzino francese di origine ebrea la cui famiglia è stata sterminata dalla SS. Per il terribile ruolo del “cacciatore di ebrei” è stato invece assoldato l’attore tedesco Christopher Waltz, che nella trama è il principale bersaglio dei “bastards”. In questi giorni il regista americano è a Berlino alla ricerca di locations dove ambientare il film che lui ha stesso ha definito “la cosa più vicina a un capolavoro che abbia mai pensato di realizzare”. Un capolavoro rosso sangue a giudicare dalle indiscrezioni che emergono dallo script di Inglorious Bastards. Pare che tra le pratiche estreme di vendetta usate dai militari americani ci siano l’incisione di svastiche sulla fronte dei militari delle SS, strangolamenti vari e, dulcis in fundo, il prelievo dello scalpo con un coltello da macellaio…

Video: Incorreggibile: Tarantino sputa a un reporter

  • elisabetta.tomasone
  • Domenica 31 Agosto 2008

Tendenze editoriali: i nuovi eroi graphic novel

OkNotizie

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  • Tags: grafic-novel
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Voronin

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Di Roberto Barbolini

In principio c’è lui: il grande Hugo Pratt, creatore della saga avventurosa di Corto Maltese, al quale la figlia Silvina ha dedicato una toccante biografia, Con Hugo, appena edita dalla Marsilio. Pratt chiamava il suo lavoro «letteratura disegnata», un modo anticipatorio di definire quello che oggi viene universalmente detto «graphic novel», ed è l’idolo editoriale del momento. Una categoria merceologica scoperta magari un po’ in ritardo, sulla scorta del successo di autori ebrei americani come Will Eisner, che coniò il termine, e Art Spiegelman (Maus), ma sulla quale i grossi marchi, da Mondadori a Rizzoli, a Guanda, puntano ormai da qualche anno con decisione.

Voronin

Il nodo del nuovo fumetto italiano sta tutto lì: in quell’intreccio originario tra salgariana vocazione al racconto, che accomuna il papà di Corto al creatore di Tex Gianluigi Bonelli, e tendenza sperimentale a far uscire la narrativa disegnata dai limiti d’una imposta minorità.
Pratt era popolare ma anche colto. Suggeriva un crogiolo ideale dove la creatività tutto mescolava, infischiandosene dell’alto e del basso, in una faconda ibridazione tra fumetto artigianale e d’avanguardia. Con maggiore o minore sofisticatezza, è stata questa la via regia di altri maestri accreditati, ormai entrati nell’olimpo dei classici, come Lorenzo Mattotti, Milo Manara e Vittorio Giardino.
Il girone d’eccellenza del fumetto italiano non s’esaurisce tuttavia con loro. Se volete un consiglio, non perdete di vista artisti già affermati ma decisamente innovativi come Gipi (Gian Alfonso Pacinotti), che s’è imposto con fumetti a olio e ad acquerello, o Guido Scarabottolo, capace di tirar fuori un graphic novel dalle copertine che disegna per la Guanda.

Un disegno di un artista russo

Ma tenete d’occhio anche i segnali di fumo inviati da disegnatori un po’ underground come Maurizio Rosenzweig, Massimiliano Carnevale e Leomacs (Massimiliano Leonardi). Tra gli emergenti, almeno Paolo Bacilieri, Alberto Ponticelli e Giuseppe Palumbo.
Senza dimenticare, fenomeno recente, la valanga rosa delle fumettiste. Come Leila Marzocchi (nota anche negli Stati Uniti e in Giappone), Gabriella Giandelli, Francesca Ghermandi. Ultimi, ma non ultimi, i graphic novel di scrittori quali Massimo Carlotto o Gianrico Carofiglio (80 mila copie di Cacciatori nelle tenebre, disegni di suo fratello Francesco, edito dalla Rizzoli), o quelli tratti dai romanzi Guanda, dal Vangelo del coyote di Gianluca Morozzi al commissario Bordelli di Marco Vichi, che uscirà in autunno, alla prevista novellizzazione grafica di Che animale sei di Paola Mastrocola.
«In teoria il graphic novel dovrebbe essere un format, non un genere. Invece lo sta diventando, in forme molto sofisticate, con sperimentazioni sul segno e sul modo di raccontare» sostiene Tito Faraci, fra i nostri migliori sceneggiatori di fumetti, nonché socio delle edizioni Bd specializzate in storie disegnate.
Di «graphic novel come nuova visione, non seriale, della narrativa a fumetti» parla con soddisfazione Igort (Igor Tuveri), uno dei maggiori protagonisti della new wave di casa nostra, che è anche editore di comic book con la Cocconino press, fondata 8 anni fa «per far conoscere una nuova stagione del linguaggio in un momento in cui il fumetto d’autore languiva».

Un disegno di un artista russo

Ma cosa significa davvero essere popolare o d’avanguardia? Maus di Spiegelman ha venduto in Italia 100 mila copie; 40 mila in 5 edizioni ne ha totalizzate lo stesso Igort con 5 è il numero perfetto. Viceversa, provoca Faraci, «Tex, con quelle storione autonome di 300 pagine, potrebbe essere benissimo un graphic novel».
Intanto la scuderia Bonelli s’accinge a festeggiare i sessant’anni del suo eroe con una mossa in controtendenza: a settembre, oltre a un albo speciale, ripubblicherà Il massacro di Goldena, l’introvabile romanzo scritto nel 1951 da Gianluigi Bonelli, con un occhio a Emilio Salgari e l’altro a Mickey Spillane. Protagonista Tex in persona, in viaggio dalla riserva indiana della letteratura disegnata a quella della narrativa narrata. Punto e basta.
Che proprio i vecchi artigiani dell’avventura siano i veri provocatori? Il seguito alla prossima striscia.

  • redazione
  • Domenica 31 Agosto 2008

David Gilmour: io, mister Pink Floyd e le mie vite precedenti

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  • Tags: Amy Winehouse, david-gilmour, Pink-Floyd, Roger Waters
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David Gilmour, mister Pink Floyd
«Qui il rumore di Londra non arriva. Si metta comodo, tra un paio di minuti sarò tutto suo». Seduto nella sua house boat-studio di registrazione sulle rive del Tamigi, Mr. Pink Floyd si concede una fetta di melone e un bicchiere d’acqua che sorseggia come fosse champagne. «Mi trova rilassato? Il motivo è semplice: la mia vita è meravigliosa. Ho otto figli, una moglie che adoro, tanti soldi e quando vado in giro a suonare con la mia personal band, senza i Pink Floyd, la gente corre a vedermi. Il cd (con dvd annesso) che uscirà a settembre, Live in Gdansk, è stato registrato davanti a 70 mila persone nei cantieri di Danzica, in Polonia, dove è iniziata la fine del comunismo. L’ho riascoltato ieri e mi sono detto: “Niente male per uno che fa questo mestiere da 44 anni”».
Si dice che tutto sia iniziato strimpellando la chitarra in spiaggia…
Sì, in Spagna e nel sud della Francia. Avevo 16 anni, i miei si erano trasferiti per lavoro in America e io non avevo una sterlina in tasca. Così, con un gruppo di amici abbiamo iniziato a girare l’Europa in sacco a pelo. A quei tempi suonare in costume sulla sabbia mi sembrava un lavoro redditizio…
Poi, siete stati ingaggiati da un club di Parigi.
Il primo vero contratto della mia vita! Ci esibivamo solo nel weekend e il lunedì i soldi erano già finiti. E quando dico finiti, intendo che avevamo le tasche pulite. Ho saltato i pasti anche per tre giorni di fila. Al quarto sono svenuto e mi sono risvegliato in ospedale con la flebo nel braccio.
Quindi, ha deciso di darsi alla carriera di modello.

Lo ammetto: ho ceduto per una questione di sopravvivenza. Anche se più che il modello facevo il manichino. Ero rigidissimo, mi muovevo come un pupazzo di legno. Però ero un ragazzo carino e questo bastava. Mi pagavano bene e e mi regalavano dei vestiti che in realtà non ho mai indossato.
Nemmeno quando ha cercato di conquistare Brigitte Bardot?
Guardi, tutto quello che ho fatto è stato strizzarle l’occhio più volte mentre mi esibivo in un party a Parigi. Stavo suonando la chitarra e non potevo muovermi. Lei mi ha sorriso e se n’è andata con un signore tedesco per niente sexy, ma molto più elegante di me.
Qualche settimana dopo la chiamano i Pink Floyd e la sua vita cambia per sempre.
Dovevo affiancare il chitarrista originale, Syd Barrett, che spesso era troppo fuori di testa per incidere dischi o suonare dal vivo. Ma dopo poco fu chiaro a tutti che le sue condizioni erano irreversibili. Troppa droga e troppi problemi psichici lo avevano messo fuori gioco per sempre. Purtroppo. (Barrett è morto il 7 luglio 2006 nella sua casa di Cambridge dopo decenni di autoreclusione, ndr). Ma la prego non scriva che l’Lsd gli ha bruciato il cervello. Mi creda, Syd era una persona profondamente instabile. Le sostanze chimiche hanno solo amplificato il suo disagio.
Pensa che sia così anche per Amy Winehouse?
Quella ragazza mi fa paura. Il suo problema non è tanto la droga quanto l’assurda convinzione che per essere artisti veri bisogna essere strafatti. Ecco, questo è quello che la sta rovinando. Io spero e prego che un giorno si svegli e realizzi di essere una cantante straordinaria. Non sono il crack e la cocaina che la rendono unica, ma la sua voce e il suo talento naturale.
Sta dicendo che drogarsi non aiuta la creatività? Molti della sua generazione erano convinti che gli stupefacenti fossero fondamentali per scrivere grande musica e fare grandi concerti.
Teorie senza fondamento. Nessuno diventa un artista migliore drogandosi. Qualche volta, se sei sotto effetto di sostanze, puoi avere la sensazione di un flusso creativo straordinario. Ma non serve a nulla, perché il giorno dopo non ti ricordi niente.
Lei di quale sostanza aveva abusato quando, negli anni Settanta, in Arizona, s’è lanciato con la moto nella vetrina di un ristorante affollatissimo?
In quel caso la droga non c’entrava niente. Era una scommessa con Roger Waters (bassista e cantante dei Pink Floyd fino a metà anni Ottanta, ndr). A lui piaceva provocarmi con sfide impossibili. Mi disse: “Vedi questo pacco di dollari? Se entri nel ristorante in sella alla moto diventano tuoi. Dimostrami di essere un vero uomo”. Detto, fatto. Ho acceso la Harley Davidson e ho puntato dritto alla vetrina. Davvero una pessima idea.
Sono iniziati quel giorno i litigi che hanno portato Waters ad abbandonare la band a metà anni Ottanta?
No, lì eravamo ancora in un clima di goliardia da liceo. Vede, sulla storia della nostra rottura è stato scritto di tutto, ma raramente qualcuno si è avvicinato alla verità. Non eravamo più in sintonia su nulla. C’era un conflitto reale sulla musica e sui testi. Per non parlare della politica: le sue posizioni erano troppo spostate a sinistra anche per uno come me, che pure si sente di sinistra. Lui è a priori contro tutte le guerre. È un pacifista intranisgente, il pacifista più aggressivo che abbia mai conosciuto. C’erano molte discussioni, a volte anche inutili. Ma se in quel periodo avessimo scritto musica meravigliosa, non ci saremmo separati. La verità è che le canzoni su cui stavamo lavorando erano mediocri e non all’altezza della nostra reputazione.
Così, da un giorno all’altro, lei si è trovato titolare del marchio Pink Floyd, la band più popolare del pianeta.
E sa di chi è il merito? Di Roger Waters. Mi ha spedito una lettera in cui annunciava di volersene andare: io ho preso in mano la situazione e sono diventato Mr. Pink Floyd.
Visti i precedenti, come avete fatto a suonare insieme qualche brano al Live 8 del luglio 2005?
Ci siamo sentiti più volte al telefono, abbiamo fatto delle prove insieme e devo dire che abbiamo lavorato in un’atmosfera di grande serenità nonostante tutto. Ma proprio quell’esperienza mi ha convinto che rimettere insieme il gruppo e andare in giro a suonare come una volta non è quello voglio. A volte, è meglio non riaprire le pagine chiuse.
È vero che prima dello show di Danzica, Lech Walesa, l’ex leader di Solidarnosc ed ex Presidente della Polonia, ha voluto incontrarla a tutti i costi?
Sì è andata così. Devo dire che anch’io ero curioso di conoscere l’uomo che ha contribuito a far crollare i regimi dell’Est. Mi ha travolto con un fiume di parole sulla situazione politica internazionale. Ma soprattutto mi ha fatto bere un numero impressionante di bicchierini di liquore un’ora prima della conferenza stampa che avremmo dovuto tenere insieme. Ho cercato di parlare il meno possibile per evitare gaffe.
Secondo lei perché il Primo ministro inglese, Gordon Brown, è così impopolare tra i suoi concittadini?
A volte, non riesce a comunicare il senso dei suoi provvedimenti, ma credo che alla base ci sia un deficit di carisma. Senza quello non si va molto lontano: nella musica, in politica e nella vita.
Dai suoi due matrimoni sono nati sette figli (l’ottavo è stato adottato) che hanno un’età compresa tra i 6 e i 32 anni. È preoccupato di farli crescere nell’Inghilterra delle gang di teenager che picchiano, uccidono e stuprano?
Sono preoccupato, ma non voglio impedire ai miei ragazzi di vivere una vita normale. Lo so che se vanno al pub o in discoteca rischiano di trovarsi coinvolti in una rissa. Ma non ho intenzione di tenerli al riparo dietro le mura della nostra villa in campagna.
Quando non indossa i panni di Mr. Pink Floyd, che cosa fa David Gilmour?
Tutto quello che non farebbe Mr. Pink Floyd. Compreso andare ai concerti come uno spettatore qualsiasi con mia moglie. Adoro anche passare ore al supermercato. Sono uno specialista nell’acquisto di cose inutili. Mi immergo così tanto nel ruolo di uomo casalingo da dimenticarmi chi sono. Non le dico l’imbarazzo quando mi chiedono un autografo mentre sto scegliendo la marca di fagioli e cipolle in scatola da portare a casa.

  • gianni.poglio
  • Sabato 30 Agosto 2008

Silvio Berlusconi: l’icona pop che spopola in libreria, nel cinema, nell’arte

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  • Tags: arte, Berlusconi, Cinema, libri
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Silvio Berlusconi icona pop

Il Cavaliere sta diventando una vera icona nell’immaginario italiano, alla maniera del Che o di J.F.K. Tutti sognamo o ci scontriamo con questo prototipo. Non solo fioriscono nuovi libri come l’intervista di Claudio Sabelli Fioretti al neo ministro della cultura e fedelissimo del Premier, Sandro Bondi, intitolato Io, Berlusconi, le donne, la poesia (Aliberti editore), dove è scontato l’inno appassionato alle qualità del premier e nemmeno l’ironia di Sabelli Fioretti riesce a scalfire la corazza del legionario berlusconiano, ma anche Nicola Fano, noto studioso teatrale, indaga sulla miscela teatrale del mito Berlusconi in Gli italiani di Shakespeare da Iago a Berlusconi (Gaffi editore). Il bacillo del Cavaliere ha infettato anche la letteratura di genere thrilleristico-giallo: dall’Omicidio Berlusconi di Andrea Salieri, già del 2003 per le edizioni Clandestine a Chi ha ucciso Berlusconi di Giuseppe Caruso (2005 Ponte alle Grazie) e La verità bugiarda di Raul Montanari, (2005 Baldini Castoldi) in cui il Presidente viene ucciso in piazza Duomo a Milano.
L’icona diventa tale se anche arte e cinema se ne appropriano. E allora basti guardare le opere della serie Liturgie di Gianluigi Colin, art director del Corriere della Sera (la mostra si è tenuta a luglio a Sansepolcro). Fra i suoi “decollage” dei manifesti elettorali spicca quello di Berlusconi, e anche sulla satira e l’ironia l’hanno vinta l’immagine, il rituale. E cosa dire dei film che hanno sempre in Berlusconi il leitmotiv della pellicola e non solo sotto metafora come nel noto Caimano di Nanni Moretti? I giovani registi Gian Luca Rossi e Daniele Giometto portano sullo schermo l’assassinio del Presidente del consiglio con una black comedy dal titolo, Ho ammazzato Berlusconi, trasposizione del romanzo di Salieri. E si prova ad ammazzare l’icona cavalleresca anche nel film di Berardo Carboni Shooting Silvio. Ma la caricatura al premier non è solo nazionale, come dimostra Bye bye Silvio di Jan Henrik Stahlberg. Per quanto però lo si ammazzi e strapazzi Berlusconi diventa elemento costitutivo di una sorta di allegoria e non mera riconferma di quello che è. Insomma: come Superman o l’Uomo Ragno, il Cavaliere è entrato nel mito.

LA GALLERY

  • silvia.tomasi
  • Sabato 30 Agosto 2008

Buon compleanno Michael Jackson!

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  • Tags: 50-anni, compleanno, Jackson Five, Michael Jackson, Neverland-Ranch, Robert-Burns
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Michael Jackson
Compie 50 anni l’icona del pop Michael Jackson e per l’occasione, ancora una volta, non cessa di stupire i suoi fan. Ma stavolta sulle pagine dei giornali di tutto il mondo non sono finite le sue grane finanziarie e i debiti che hanno coinvolto anche la sua abitazione più lussuosa, il Neverland ranch. No, stavolta è la musica, con la m maiuscola a riportarlo sotto i riflettori.
Innanzitutto per il regalo di compleanno che è lo stesso Michael Jackson a fare al suo pubblico. Ovvero una greatest hit scelta direttamente dai fan attraverso i siti web del Sun e di GmTv: 18 brani selezionati su una rosa di 50. Si tratta di pezzi che hanno realmente fatto la storia del pop: da Billie Jean a Smooth criminal, da I just can’t stop loving you a Black or white. L’album oltre ad uscire in Australia, Gran Bretagna Giappone, Olanda pare abbia buone chance anche di arrivare sui nostri scaffali.
Ma la sorpresa più grande che Michael Jackson regala ai suoi fan arriva in queste ore direttamente dagli Stati Uniti. Il re del pop, infatti, starebbe lavorando ad una versione musicale delle opere poetiche di Robert Burns, autore scozzese del XXVIII secolo. A rivelarlo David Gest, ex marito di Liza Minnelli che avrebbe partecipato alle registrazioni in uno studio californiano. Sara la poesia dunque a tenere occupato Michael Jackson negli anni a venire?
Forse è per questo, allora, e pare anche per le precarie condizioni di salute, che sembra ormai certa l’assenza della popstar al concerto del 4 settembre a Beverly Hills con la sua tribù familiare, i Jackson Five, che non suonano insieme dal 1989.

  • mariazuppello
  • Venerdì 29 Agosto 2008

Kung Fu Panda, al cinema il nuovo eroe imbranato della DreamWorks

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  • Tags: Cinema, DreamWorks, Fabio-Volo, Kung-Fu-Panda
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kungfupanda2
A Cannes, nel maggio scorso, insieme a un esaltato Jack Black aveva fatto irruzione un’arrembante schiera di panda a dimensioni umane. Ora di panda ne arriva uno solo, il 29 agosto al cinema, ma con lo stesso effetto travolgente di quell’armata. È il panda Po del nuovo film d’animazione della DreamWorks, Kung Fu Panda, il protagonista di questo week-end nelle sale italiane, mentre l’interesse della settima arte è soprattutto rivolto al Lido di Venezia, dove domani debutterà alla Mostra del cinema il primo italiano in concorso, il regista di origini turche Ferzan Ozpetek, con Un giorno perfetto.

Quelli della DreamWorks ci hanno ormai abituati a eroi dall’aspetto tutt’altro che charmante e un po’ scalmanati (si vedano Shrek e Madagascar) e anche in Kung Fu Panda, ambientato in Cina, il “predestinato” non è proprio come te lo aspetteresti: è infatti il grande, vivace e un po’ maldestro Po, a cui nella versione statunitense dà la voce Black, mentre nel doppiaggio italiano Fabio Volo. Nonostante il suo fisico non propriamente atletico e nonostante debba lavorare tutti i giorni nel negozio di spaghetti della sua famiglia, è lui il fan di kung fu più sfegatato che si sia mai visto. Che ha conquistato con la sua comicità i botteghini Usa.
Improvvisamente chiamato ad esaudire un’antica profezia, i sogni di Po si avverano e il panda entra a far parte del mondo del kung fu per allenarsi al fianco dei suoi idoli, i leggendari Cinque Cicloni, Gru, Mantide, Tigre, Vipera e Scimmia, e il loro guru, il Maestro Shifu. Agli ultimi quattro danno la voce, in lingua originale, grandi nomi di Hollywood, ovvero, rispettivamente, Angelina Jolie, Lucy Liu, l’attore esperto di arti marziali Jackie Chan e Dustin Hoffman.
Alla fine toccherà proprio a Po difendere tutti dall’incombente minaccia del vendicativo e traditore leopardo delle nevi Tai Lung. Il trailer da YouTube:

John Stevenson, che insieme a Mark Osborne è regista della pellicola, ha detto: “Volevamo che il film contenesse un messaggio per i nostri figli: ‘Sii il tuo eroe’, il che vuol dire, non cercare risposte al di fuori di te. Non aspettarti che qualcuno aggiusti le cose al posto tuo. Ognuno di noi ha il potere di ottenere ciò che vuole, se è determinato a farlo. Sii il meglio di ciò che puoi essere”.
“Per tutti noi è stato importante, fin dall’inizio”, continua Osborne, “che Kung Fu Panda contenesse un messaggio positivo, in cui noi tutti crediamo realmente. Volevamo che fosse un’esperienza divertente, carica di comicità e di grande azione. Ma volevamo anche che lasciasse il segno nel cuore del pubblico”.

LEGGI ANCHE: Kung Fu Panda, insieme al film arriva il videogame

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Un panda sul red carpet
Angelina Jolie e un panda pupazzo sul red carpet di Cannes 2008

  • simona.santoni
  • Venerdì 29 Agosto 2008

Michael Stipe impreca contro George W. Bush

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  • Tags: Accelerate, barack-obama, George-W.-Bush, Iraq, Man-Sized-Wreath
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Michael Stipe

Michael Stipe

“Non posso stare in silenzio mentre guardo quell’uomo e il suo staff infangare la memoria di Martin Luther King, uno dei miei eroi. Stanno dissacrando il suo operato portando avanti la guerra in Iraq. Lo trovo patetico e ho voluto esprimere tutto il mio disprezzo attraverso la musica”. Così è nato l’ultimo singolo dei REM, Man-Sized Wreath (tratto dall’album Accelerate), scritto proprio da Stipe, che si è ispirato alla controversa linea politica dei repubblicani attualmente insediati nella Casa Bianca. I versi d’apertura del brano sono un riferimento esplicito all’amministrazione degli ultimi otto anni di governo americano e recitano così: “Accendo la tv e cosa vedo? Un’ostentazione di gesti vuoti, messa in scena per me”. Poche ma chiare parole che fanno da monito per tutti quelli che rifiutano di prendere coscienza dell’orrore causato dai conflitti armati e dall’intolleranza. Nello stesso tempo, Michael, che si è schierato fin dall’inizio delle presidenziali al fianco di Barack Obama, ha rivolto un appello a mezzo stampa ai suoi concittadini, augurandosi che il 2 novembre vinca il candidato democratico: “Barack è un uomo eccezionale. La sua campagna pone questioni critiche sulle lobby e gli interessi nascosti dietro la guerra. L’America in questo momento ha bisogno di lui”.

R.E.M. - Il video ufficiale di Man-Sized Wreath

  • elisabetta.tomasone
  • Venerdì 29 Agosto 2008

Forever 27, mostra dedicata ai divi del rock scomparsi troppo presto

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  • Tags: Brian-Jones, forever-27, Janis-Joplin, Jim-Morrison, Jimi-Hendrix, Kurt-Cobain, Londra, Musica, rock
  • Un commento

A Londra una mostra dedicata ai musicisti scomparsi a 27 anni

di Chiara Meattelli

Come si entra nel Forever 27 Club? Semplice, basta essere musicisti di straordinario talento e morire di overdose o in circostanze misteriose a ventisette anni. All’insolito club appartengono più di trenta artisti ma l’esibizione fotografica Forever 27, alla Proud Gallery di Camden Town, è dedicata ai suoi cinque membri più famosi: Jim Morrison, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Kurt Cobain. La mostra raccoglie sessanta foto, molte delle quali inedite, scattate da celebri fotografi rock dell’epoca; un tributo al talento e alla musica di cinque artisti che hanno reso il loro nome leggenda, grazie anche alla prematura scomparsa. Il primo ad andarsene è stato Brian Jones, fondatore dei Rolling Stones, polistrumentista geniale e creatore di suoni innovatori e sperimentali. Il suo cadavere è stato rinvenuto nella piscina di casa il 9 luglio 1969; si è data la colpa a un mix di antidepressivi, droghe e alcolici ma molti parlano di omicidio colposo. La sua morte ha scioccato il mondo della musica, Jimi Hendrix gli dedicò una canzone e Jim Morrison una poesia, non sapevano che presto anche loro si sarebbero uniti al macabro club. Hendrix è scomparso il 18 settembre del 1970, soffocato dal suo stesso vomito dopo una scorpacciata di sonniferi. Janis Joplin l’ha seguito il 4 ottobre dello stesso anno: overdose di eroina. Poi è stata la volta di Jim Morrison trovato morto il 3 luglio 1971 nel suo appartamento di Parigi, dove si era rifugiato per sfuggire dai riflettori e scrivere poesie. Nel giro di due anni il rock aveva perso i suoi volti più significativi. La membership al Club 27 di Kurt Cobain è invece arrivata molto dopo, nel 1994, quando il leader dei Nirvana si uccideva con una fucilata in bocca. Ma non è stata solo l’età ad accomunare questi artisti: condividevano il tormento generato dallo stesso successo che li celebrava e che, alla fine, li avrebbe portati a perdere il controllo delle proprie vite. Proprio questo documentano le immagini, molte delle quali intense e iconiche come quelle di Hendrix, con lo sguardo che buca l’obiettivo della macchina fotografica. Poi ci sono quelle di Janis Joplin a Woodstock, col volto immerso dentro una canzone e una sensualità dirompente, pari solo alla sua voce. Le più rare (e costose, 3.300 euro) sono quelle del primo photoshoot ai Rolling Stones, le uniche in cui compaiono con giacche a scacchi da bravi ragazzi, quando ancora non erano nessuno e tanto meno l’alternativa ribelle ai Beatles. I giovanissimi Jagger e Richards posano con Jones e gli altri in un pub di Chelsea, dietro di loro due signori molto British conversano dall’alto della loro pettinatura rockabilly all’ultimo grido. Altre immagini rivelano un Jim Morrison introspettivo sul palco mentre i ritratti di Kurt Cobain trasudano la stessa devastante tristezza presente nella sua musica. La mostra rimarrà aperta fino al 9 novembre.
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  • redazione
  • Venerdì 29 Agosto 2008
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