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Coco Chanel arriva su Raiuno, il 5 ed il 6 ottobre. In una fiction in due puntate, si raccontano gli 87 anni della stilista (nata nel 1883 e scomparsa nel 1971) che ha liberato il gentil sesso dai corsetti, consentendo alle donne di essere libere ma eleganti. Nel ruolo di Cocò da giovane c’è l’attrice slovacca Barbora Bobulova, mentre Shirley MacLaine interpreta la stilista nella seconda parte della sua esistenza.
La fiction è una mega coproduzione tra la Lux Vide italiana di Luca e Matilde Bernabei per Raifiction, la Francia e gli USA. Oltre oceano è già andata in onda lo scorso 13 settembre sul canale tv Lifetime, uno dei più noti, dal target prettamente femminile, conquistando 23 milioni di spettatori. Segno di quanto la piccola orfanella, allevata in un orfanotrofio alle porte di Parigi, sia ancora amata dalle donne. La versione americana è stata trasmessa in una sola serata, come un film della durata di 150 minuti. In Francia la miniserie tv sarà trasmessa a novembre su France deux. I responsabili della coproduzione sperano che all’anteprima parigina sia presente anche Carla Bruni, nel doppio ruolo di “premiere dame” francese e di ex modella. A firmare la regia delle due puntate di Coco Chanel è il regista Christian Duguay. Nel cast anche Malcolm McDowell, Cosimo Fusco, Sagamore Stévenin, Brigitte Boucher, Anny Duperey, Simone Spinazze, Valentina Lodovini, Olivier Sitruk, Gea Lionello, Manuel Casella. La fiction racconta la storia di Gabrielle Bonheur Chanel, (vero nome di Cocò) che nel 1908 iniziò a muovere i primi passi nel mondo della moda come disegnatrice di cappelli e poi divenne una delle icone di stile più importanti del Novecento. Viene seguita tutta l’ascesa della piccola Gabrielle divenuta per tutti Cocò grazie ad una canzoncina che lei stessa cantava Qui qu’a vu Cocò. Le prime immagini mostrano Cocò alla soglia dei settant’anni che dopo un lungo esilio decide di reinventare se stessa. E ci riesce alla perfezione. La scelta dell’attrice che doveva interpretare Chanel da giovane è stata particolarmente laboriosa. Alla fine il nome di Barbora Bobulova ha messo d’accordo tutti i responsabili della coproduzione. Infine Shirley MacLaine, Cocò da anziana, così ha commentato la sua parte: “anch’io sono sempre stata una ragazzaccia come lei. Non amo i suoi vestiti ma il suo charme mi ha ispirata”.
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Il chitarrista dei Metallica, la band ai primi posti delle classifiche di tutto il mondo con il nuovo cd Death Magnetic, ha ammesso di aver perso una Porsche nuova di zecca in una scommessa con il tour manager del gruppo. Ecco il racconto di Kirk Hammett: “Pochi giorni dopo l’uscita del Black Album ho giurato che se il disco avesse venduto più di dieci milioni di copie gli avrei regalato la mia nuova auto. Così, quando la casa discografica ci ha comunicato che la soglia dei dieci milioni era stata superata, gli ho consegnato le chiavi. Come fanno i gentiluomini”. Per la cronaca, l’auto non è rimasta per molto tempo nelle mani del tour manager che, essendo a corto di soldi, l’ha messa in vendita su eBay. Viste le vendite dei primi dieci giorni (1 milione di copie solo in America), è facile immaginare che anche Death Magnetic conquisterà presto dieci dischi di platino.
Metallica: The day thet never comes

“Noi non siamo una band che si fa fotografare con la coppa di champagne in mano. A noi i soldi servono solo per comprare nuovi strumenti e incidere musica migliore per i nostri fan”. In queste parole di Colin Greenwood, bassista del gruppo, c’è tutta la filosofia del gruppo più innovativo mai apparso sulla scena musicale dai tempi dei Pink Floyd.
Quella dei Radiohead non è una storia usuale nel mondo del rock. Innanzitutto per la qualità straordinaria dei loro dischi, una qualità già presente nei cd d’esordio intitolati Pablo Honey e The bends. Album ispirati e di grande impatto con brani ormai classici, come Creep e Just. Canzoni senza tempo, che in un primo momento avevano fatto pensare a Thom Yorke e soci come agli eredi naturali degli U2 e dei Rem.
Ma nei piani del quintetto di Oxford gli obiettivi prevedibili non sono presi in considerazione. Così, dopo la terza monumentale prova, quell’Ok Computer considerato ancora oggi uno dei pilastri della musica dell’ultimo ventennio (tra i brani, Karma police e No surprises), i Radiohead cambiano rotta e spiazzano fan, critici e colleghi con una triade di album capolavoro. Talmente geniali e originali da non poter essere inquadrati in un genere musicale. Gli album in questione sono, nell’ordine, Kid A, Amnesiac e Hail to the thief.
“Abbiamo abbandonato i nostri classici riferimenti rock e abbiamo ascoltato Charlie Mingus e Miles Davis” racconta Greenwood per spiegare la svolta del sound del gruppo. Risultato di questa rivoluzione sono tre capolavori a metà strada tra la sperimentazione elettronica, il jazz, il rock e la classica. Musica di classe, ma al tempo stesso accessibile. Ecco perché loro possono dire: “Il futuro appartiene a noi”.

Valeria Marini
È stata avvistata questa mattina presto all’areoporto di Malpensa, in compagnia del suo manager, mentre si preparava a
fare il check-in per un volo con destinazione Roatan, Honduras. Ed è di qualche minuto fa la conferma che sarà proprio Valeria Marini il vip che domani sera sbarcherà in diretta a Cayo Cochinos, sull’Isola dei Famosi. L’appuntamento per conoscere le motivazioni che
L’hanno spinta a parecipare alla sesta edizione de L’Isola dei Famosi è per domani sera alle ore 21 su Rai Due.
Ruggero Pierantoni, studioso di neuroscienze e della struttura cognitiva della percezione, saggista eterodosso (Forma fluens, 1986; Vortici, atomi e sirene. Immagini e forme del pensiero esatto, 2003), ha tenuto nell’ambito del Festivalfilosofia una “lezione magistrale” a Carpi spiritosamente intitolata Ma guarda cosa ci tocca sentire- L’acustica quotidiana, in cui il rumore ambientale - qualcosa che ci riguarda molto da vicino - viene indagato come categoria filosofica.
Professor Pierantoni, come si possono classificare i rumori?
Il problema della classificabilità d’un fenomeno così complesso implicherebbe il ricorso a matematiche caotiche. Anni fa accettai di fare l’assessore alla cultura a Genova e rimasi stupito dalla rozzezza dei rilevamenti acustici che venivano effettuati: ci si limitava a misurare i decibel, ossia la potenza. Nient’altro.
Il nostro rapporto col rumore cambia col mutare delle culture?
Abbiamo questo link sottilissimo col passato, che è la scrittura. Leggendo Giovenale, impariamo che abitava al terzo piano d’una casa situata nella Suburra, il quartiere popolare della Roma antica e si lamentava del gran chiasso che c’era giorno e notte. Insomma: il rumore c’è sempre stato, nel tempo cambiano ovviamente le sue fonti. Oggi la ricchezza si misura proprio dall’isolamento acustico: il vero ricco è chi può garantirsi un’area adeguata che lo preserva dal rumore. In una parola, la sua sfera di silenzio.
Un silenzio sempre abitato, popolato di voci e rumori: radio, televisione, cellulari. Una canzone degli anni Ottanta s’intitolava Video kills the Radio Stars. Ma è proprio vero che la tv ha ucciso la radio?
Sostanzialmente sì: ormai è lo schermo televisivo, o quello del computer, a condizionare la nostra percezione. La grande battaglia fra radio e tv si svolse sostanzialmente nel decennio tra il 1955 e il’65, con un culmine all’altezza del’58. Ebbe anche i suoi eroi e un santo patrono come Orson Welles, con la famosa trasmissione radiofonica sull’invasione dei marziani che tutti presero per buona. Ma alla fine lo schermo ha trionfato. Anche se poi l’acustica s’è presa le sue rivincite, ad esempio col successo del sound Dolby System, un recupero dello spazio ambientale acustico anziché visivo. Viceversa è fallito ogni tentativo di lancio della visione in 3 D, ossia tridimensionale. Senza poi contare che molti tengono accesa la televisione mentre sono in tutt’altre faccende affaccendati e finiscono così per ascoltarla come se fosse una radio. O una colonna sonora di rumori fuori scena.
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“Un disastro, la mia esistenza è un disastro”. Così la cantante più tormentata del momento ha risposto a un giornalista inglese che le chiedeva di fare un bilancio della sua vita. “Tutti i sogni mi stanno crollando addosso e non vedo una via d’uscita”, ha dichiarato. Lo sfogo è avvenuto la sera della prima esibizione della sua figlioccia su un palco londinese. La ragazzina, Dionne, ha soltanto dodici anni, ma sembra che abbia già un grande talento vocale. ” Quando la guardo mentre canta”, ha spiegato Amy, “mi sembra di rivedere me stessa all’inizio di questa storia, quando ero un’aspirante cantante con tanti sogni innocenti. Mi impegno a non lasciarla sola per evitare che le succeda quello che è capitato a me. Ancora adesso non riesco a credere di essere scivolata così in basso”. Pare che la Winehouse non sia nemmeno riuscita a seguire per intero la performance di Dionne. Secondo alcuni testimoni, a metà show, Amy sarebbe stata accompagnata all’esterno in stato confusionale. Tanto per cambiare…
Amy Winehouse: Back to black

“Mi accendo una bella cicca che fa tanto bene a noi cantanti. Quante ne fumo? Sempre dieci più della media”. Pau, rocker di razza, dall’accento aretino tagliente è da sempre il volto noto dei Negrita, una delle band più solide della scena italiana. Dischi di platino a pioggia, concerti caldi in Spagna e Sudamerica e un nome che viene direttamente da un vecchio classico dei Rolling Stones, Hey! Negrita. La grinta e il gusto per la battuta fulminante sono quelle di sempre, ma da diciotto mesi qualcosa è cambiato…
“La voglia di notti rock è rimasta, ma ci sono sere in cui preferisco stare a casa con mia figlia Nina. Sento lo tsunami dell’amore paterno che si agita dentro. Non vedo l’ora di girare il mondo con lei. Prima che arrivasse Nina, ero solo lo zio degli altri figli dei Negrita”.
Confessi subito quale artista l’ha ispirata nella scelta del nome…
Nina Simone (leggendaria cantante folk blues del North Carolina, ndr). Lo sa come sono i musicisti: appena c’è aria di figli, si mettono davanti allo scaffale dei cd di casa per ore e cercano l’ispirazione. Poi, una volta trovata, parte la trattativa senza sosta con la madre sul nome. Con l’arrivo di Nina sono cambiate anche le mie vacanze. Vado spesso con Roy Paci (il miglior trombettista italiano, ndr) e la sua famiglia in una masseria vicino a Lecce.
Qual è la sua posizione sul caso di Eluana Englaro? È in stato vegetativo permanente da anni e il padre vuole staccare il sondino che la alimenta.
Credo che in caso del genere, dopo sedici anni di coma, non si possa solo pensare alla ragazza, ma anche alle persone che da tanto tempo le stanno accanto. Ridurre il tutto a “Sì alla vita, no alla vita” è un’operazione che non mi convince. Il Vaticano rappresenta una guida spirituale per alcuni, ma per altri non lo è assolutamente. E, fino a prova contraria, viviamo in uno Stato laico.
Il nuovo cd si intiola HellDorado. Perché questo titolo?
Perché è una fotografia della società dove viviamo. Un inferno con qualche luccichio dorato. Questa è la parte di mondo dove siamo nati e con cui ci tocca interagire. L’immagine che mi ha ispirato è quella della gabbia d’oro. Una gabbia molto surriscaldata visto come abbiamo ridotto il clima del pianeta. Il primo singolo s’intitola Il rumore della felicità.
Lei si considera un uomo felice?
Diciamo che mi adeguo. Cerco di catturare tutta la felicità che posso insieme ai miei fratelli Negrita. Noi, più che un gruppo, siamo una comune. Le nostre famiglie si frequentano e condividono molte cose.
Si dice che abbia un temperamento bollente. A volte, anche troppo…
Diciamo che ho la miccia corta. Specifichi però che non è un riferimento all’organo sessuale. Non so che cosa sia il sangue freddo e, se m’incazzo, non ci sto a pensare due volte prima di reagire. Dentro, mi sento più nero che bianco.
Insomma, un carattere terribile…
Se fosse davvero così, dopo queste domande l’avrei già mandata affanculo (ride, ndr).
Allora ci riprovo. Si vocifera di liti furibonde all’interno della band.
Adesso che siamo quarantenni, qualche spigolo è stato smussato. Ma nel nostro curriculum ci sono momenti hot. In passato ci siamo messi le mani addosso, abbiamo fatto risse nei parcheggi dei club rotolandoci per terra nella ghiaia. Suonavamo in localacci dove prima di entrare i proprietari ci avvertivano: “Ragazzi state attenti che qui per una parola di troppo a una ragazza scoppia il finimondo. Volano calci e bottiglie”. In realtà non succedeva mai nulla e gli unici che si pestavano eravamo noi. Niente di grave: sono quisquilie che fanno parte del background normale di una rock band. Detto questo, siamo un gruppo molto democratico senza un leader maximo.
Credevo fosse lei…
No, non c’è nessuno che possa prendere decisioni in nome e per conto degli altri.
Come reagirebbe se fra qualche anno Nina le dovesse chiedere di accompagnarla al casting di Veline?
Io, quel giorno, avrei sicuramente da fare. E anche lei avrebbe impegni irrinunciabili. Non so perché, ma credo che non farà quel casting.
La storia sta tutta in una canzone di oltre vent’anni fa. Un motivo simpatico, ma soprattutto canticchiabile, che però è anche la sintesi di una carriera sulle montagne russe: prima su, poi giù, poi ancora su. Sopravvivere sull’altalena, dall’esaltazione che ti dà la gloria alla depressione che ti infligge l’oblio, non è facile. Quando si è molto famosi e si finisce dimenticati, il colpo è duro. C’è chi affoga (nell’alcol, nella droga o nel gioco, non fa differenza), chi si ritira dietro alle quinte di una vita normale, pochissimi riemergono. Uno su mille ce la fa. Proprio come il titolo della canzone. Ecco perché la vita di Gianni Moranti mi incuriosisce.
Come fa uno, travolto dal successo a 15 anni e stravolto dall’insuccesso a 25, a resistere, a non farsi buttare via come una scarpa vecchia?
Non è stato facile. Prima la mia popolarità non mi permetteva di uscire di casa: ogni volta che andavo al cinema in sala accendevano le luci perché la gente voleva vedermi. Non le dico il servizio militare: una volta il colonnello mi ha messo in garritta ed è successo il finimondo. Poi all’improvviso tutto è cambiato. Era il 5 luglio del 1971: al Vigorelli di Milano suonai prima dei Led Zeppelin e mi tirarono ogni cosa. Lì capii che il pubblico non voleva più saperne di me. Stava nascendo un’altra musica, fatta di cantautori e canzoni politiche. E io con questa nuova musica non avevo nulla a che fare.
Perché non ha cercato di adeguarsi ai nuovi gusti?
Per la verità ci provai. Ci inventammo canzoni impegnate, nuovi stili. Ne preparai due, ma quando le feci ascoltare alla mia casa discografica, tutti scossero il capo. Non era il mio genere. Nel tentativo di stare al passo con i tempi misi in scena un musical su Jacopone da Todi, il francescano laico che si oppose a Bonifacio VIII. Era uno spettacolo molto provocatorio, con cose folli tipo il papa che faceva pipì in scena. Fu un disastro. Giorgio Gaber, l’unico che riuscì a passare dalle canzoni leggere a quelle impegnate, venne a teatro e mi disse: “Ma che cos’è questa roba?”.
Roba da stordire chiunque. E lei?
Non è che non fossi stordito. Ormai avevo accantonato l’idea di fare il cantante. Nonostante avessi venduto più di 30 milioni di dischi, facevo perfino fatica a farmi ricevere dai dirigenti della Rca. Quando passavo per gli uffici della mia casa discografica mi sentivo un fantasma, che pochi avevano voglia di salutare. Toccato il fondo, decisi dunque di ritirarmi. E mi misi a studiare un po’ di musica, al Conservatorio Santa Cecilia, a Roma. In mezzo ai ragazzini che avevano la metà dei miei anni, io che avevo già due figli, imparai a suonare il contrabbasso.
Dura?
Sì, ma un po’ ero preparato. Mio padre mi aveva avvertito che il successo non era per sempre. La sua ossessione era che io mettessi da parte i soldi per pagare le tasse. Così, almeno su quel fronte, quello dei soldi intendo, non ci furono problemi.
Da cinquant’anni tiene un diario, chissà com’erano nere le pagine in quel periodo…
Nerissime. Non andava male solo la carriera, anche il matrimonio. Finì che mi separai (da Laura Efrikian, ndr) e morì anche mio padre. Eravamo a Caracas, in Venezuela, per due spettacoli e il mio manager, Adriano Aragozzini, gli propose di andare a New York. Una cosa impensabile per lui, comunista tutto d’un pezzo e responsabile della diffusione dell’Unità e di Rinascita a Monghidoro, il paese in provincia di Bologna dove sono nato e dove anch’io da ragazzo ho distribuito giornali militanti la domenica mattina. Per papà il futuro era in Russia e non voleva saperne di visitare il tempio del capitalismo. Alla fine si era convinto, ma purtroppo non ha mai visto la Grande mela. Un infarto lo ha stroncato a 49 anni.
Un comunista con il figlio milionario. Che cosa dicevano i compagni della sezione Enrico Calzolari, partigiano ucciso dai tedeschi?
Gli rinfacciavano di essere diventato ricco, ma lui rispondeva che non c’era scritto da nessuna parte che un comunista dovesse essere per forza povero. Ricordo ancora la vergogna quando Gente uscì in edicola con il titolo “Gianni Morandi, il comunista da un milione al giorno”.
Quando si rese conto che al di là del Muro non c’era il Sol dell’avvenir?
La sua fede non fu intaccata né dall’invasione dell’Ungheria né da quella della Cecoslovacchia. Certo, se fosse stato vivo la scomparsa dell’Urss per lui sarebbe stato un duro colpo.
E per lei?
Per capire che qualcosa non andava non ho certo aspettato il novembre dell’89. Anni prima, quando l’Unione Sovietica era nelle mani di Yuri Andropov, mi capitò di cantare a Kiev. Mi ritrovai davanti a migliaia di persone sedute, in rigoroso silenzio, con le guardie rosse immobili davanti al palco che controllavano tutto e tutti. E lì mi è venuto qualche dubbio, anche perché ero un seguace di Enrico Berlinguer e della via italiana al comunismo.
Il Pci le chiese più volte di candidarsi, perché declinò sempre l’offerta?
Perché uno non s’improvvisa politico o amministratore. Sì, mi domandarono di fare il sindaco a Mentana, poi di presentarmi alle elezioni per la Camera del deputati, ma non faceva per me.
Ma adesso, in politica, con chi sta?
A essere sincero sono un po’ deluso dal Partito democratico. Io vorrei che l’opposizione facesse politica senza liti continue, che tornasse ad ascoltare la gente. Certo, Walter Veltroni ha le sue belle gatte da pelare, anche perché sul fronte opposto c’è un comunicatore bravissimo, micidiale.
Il segretario del Pd lo conosce?
Sì, da quasi trent’anni. La prima volta che lo incontrai, mi intervistò per un suo libro, Il sogno degli anni Sessanta.
E Silvio Berlusconi?
Lo vidi ad Arcore, nel 1992. Sapeva tutto della mia vita. Appena arrivai mi chiese come stavano i miei figli Marco e Marianna e come procedevano i miei progetti di lavoro. Era preparatissimo. A sinistra non c’è nessuno così. Anche Massimo D’Alema sostiene che Berlusconi sa comunicare meglio di chiunque altro.
Si è pentito di avere cantato in tv con D’Alema?
Assolutamente no. Lui, che ai tempi era presidente del Consiglio, venne in trasmissione (C’era un ragazzo, ndr) e il risultato fu un casino pazzesco. Mi attaccarono tutti. Eppure, io avevo portato in televisione anche Giulio Andreotti in un programma per i quarant’anni di Sorrisi e Canzoni. Con lui ho anche giocato a carte più di una volta. Ci sfidavamo a gin rummy, un gioco a due che si svolge con un mazzo di 52 carte.
A proposito: si dice che negli anni Settanta lei abbia avuto problemi con il gioco d’azzardo.
Ero completamente sballato: facevo tardi la notte, bevevo whisky, frequentavo diverse donne, giocavo a poker e perdevo soldi. A volte, anche 6, 7 milioni in una sera. Allora con quelle cifre si acquistava un appartamento.
Cifre in grado di prosciugare un patrimonio. Quanto aveva messo da parte?
Tanto. Faccia conto che un anno in cui avevo venduto dischi per quasi 2 milioni di copie, mi liquidarono 75 milioni dell’epoca, più i concerti…
Problemi di droga?
Per fortuna no. Ma nel 1986 venni indagato con Eleonora Giorgi per una vicenda bizzarra. La polizia aveva trovato il mio nome nell’agenda di una ragazza arrestata per stupefacenti. Lei disse che mi procurava la droga. Così mi sono trovato la polizia in casa alle 5 del mattino con tanto di cani. Quando li ho visti, mi sono preoccupato perché avevo in un cassetto 12 mila dollari guadagnati per un concerto a New York. Ma appena ho capito che cercavano cocaina mi sono messo a ridere. La perquisizione si è conclusa con autografi e strette di mano. Quando la notizia del mio coinvolgimento nell’inchiesta venne pubblicata, Mogol fece una battuta straordinaria: “Adesso ho capito perché corri così tanto”. E poi aggiunse: “Almeno la farai finita con quella fama da bravo ragazzo”.
Un amico…
Beh, dagli amici ogni tanto arrivano staffilate. Come quando dissi a Francesco Guccini: “Tu hai fatto Auschwitz, io C’era un ragazzo”. Lui rispose: «Sì, ma la mia è una grande canzone, la tua una stronzata».
Come andò invece con Pupo?
Per lui era un brutto momento: aveva perso cifre folli al casinò, la carriera traballava e in più aveva speso molti soldi per costruire un albergo vicino ad Arezzo. Era convinto che a pochi metri del suo hotel avrebbero fatto un casello dell’autostrada: una bufala. Si trovò pieno di debiti e alle prese con brutta gente. Gli prestai una bella cifra, l’equivalente di 100 mila euro di oggi. Per un po’ sperai che me li rendesse, perché ogni volta che mi vedeva mi giurava che mi avrebbe ridato fino all’ultima lira. Poi ci misi una pietra sopra. Invece, 25 anni dopo, nel mezzo di un mio spettacolo salì sul palco con in mano un assegno e le telecamere di Striscia la notizia alle spalle. Fu una sorpresa: niente di annunciato: ormai quei soldi li davo per persi.
E che ne ha fatto di quei soldi?
Li ho messi da parte per finanziare alcune associazioni che danno una mano a chi soffre.
E chi se ne occupa?
Io, ascolto i casi e poi do 3-4 mila euro. Ma questo non lo scriva, che è meglio non parlarne.
Non mi ha ancora detto come ha fatto, lei su mille o forse su un milione, a farcela, a risalire.
Ce l’ho fatta per caso. Il merito è di Mogol, che un giorno mi chiamò. Io speravo che volesse scrivere una canzone per me, perché aveva appena litigato con Lucio Battisti. E invece no. Voleva chiedermi se volevo giocare a calcio nella nazionale cantanti. Per me fu una delusione, ma dissi di sì. Grazie al calcio, iniziammo a frequentarci e a conoscerci. Così, dopo qualche mese, nacque una canzone. E rinacque anche la mia carriera.
Perché una sera ha deciso di mostrarsi in mutande in tv?
C’era una feroce battaglia di ascolti tra me e Maria De Filippi, così decisi di fare una provocazione. La mia attuale consorte, Anna Dan, la prese malissimo e si mise a piangere per la vergogna. Ho capito d’avere combinato un guaio solo quando all’uscita della Rai mi sono trovato davanti un inviato delle Iene completamente nudo che mi aspettava. Ma capii anche che l’Auditel funziona sul serio: eravamo al 24 per cento e in pochi minuti abbiamo toccato il 34.
Ha altri programmi televisivi in cantiere?
Per ora no. Fino a maggio sarò in giro per l’Italia con il mio tendone. Sul palco ci siamo soltanto io e la mia chitarra.
Perché vietò a sua figlia Marianna, quando aveva 14 anni, di recitare in una fiction?
Non ci si improvvisa attori, prima bisogna studiare. Forse sono stato troppo severo. Ma io sono un genitore severo: Marianna non è mai uscita di casa la sera fino al giorno del suo diciottesimo compleanno.
Come sono i rapporti con Biagio Antonacci dopo il divorzio da Marianna?
Ottimi. È un bravo ragazzo ed è anche il padrino di Pietro, il figlio nato dal mio secondo matrimonio. Gli ho anche chiesto di scrivermi una canzone, ma non l’ha ancora fatto. Mi ha detto che è troppo impegnato a comporre le sue.
E perché non prova lei a scrivere?
Ci ho provato ma alla fine i grandi successi sono quelli che gli altri hanno scritto per me. Io del resto le canzoni le chiedo a tutti.
“Un altro mondo”, il suo ultimo brano, è di Tricarico, quello che a Sanremo cantava “io voglio una vita tranquilla”.
Un tipo introverso, che però ha molto talento. Gli ho chiesto di scrivermi qualcosa e lui si è presentato da me con una cassetta, come negli anni Ottanta. Non si sentiva quasi niente, però il pezzo c’era.
Un’ultima domanda: che rapporto ha con la fede?
Vengo da una famiglia atea.
Mai fatto il chierichetto?
Mai. Ma sui cinquant’anni ho cominciato a sentire un sentimento nuovo, un’attrazione verso la religione. Così ho cominciato ad andare in chiesa. Ricordo ancora il titolo di un quotidiano: “Morandi lascia Stalin e prende Gesù”. Dico una banalità, ma l’unica ideologia a cui oggi ci si può appoggiare è la lezione di Gesù Cristo. Anche D’Alema sostiene che i valori cristiani sono l’unico riferimento che possiamo avere.
Si sente più un cristiano che un uomo di sinistra?
Ma Cristo era di sinistra…
La videointervista del direttore di Panorama Maurizio Belpietro