Inaspettato, come quasi tutte le belle cose, ha emozionato e commosso il Lido. Film presentato alla Mostra di Venezia, La terra degli uomini rossi - Birdwatchers di Marco Bechis tra i quattro italiani in consorso è quello che ha convinto di più.
Racconta la storia dei vinti, degli indigeni che diventano trascurate minoranze. Stranieri nella loro stessa terra. Ma non è un’altra pellicola sullo sterminio degli indiani d’America. Questa volta sono “gli uomini rossi” i protagonisti dimenticati, i Guarani-Kaiowá del Mato Grosso do Sul. Dal 2 settembre nelle sale italiane.
In Brasile i fazendeiro conducono la loro esistenza ricca e annoiata. Possiedono campi di coltivazioni transgeniche che si perdono a vista d’occhio e trascorrono le serate in compagnia dei turisti venuti a guardare gli uccelli (birdwatchers). Ma ai confini delle loro proprietà cresce il disagio degli indio, che di quelle terre erano i legittimi abitanti. Costretti in riserve, senza altra prospettiva se non quella di andare a lavorare in condizioni di semi schiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero, moltissimi giovani si suicidano. Ed è proprio un suicidio a scatenare la ribellione. Guidati da un leader, Nádio, e da uno sciamano, un gruppo di Guarani-Kaiowá si accampa ai confini di una proprietà per reclamare la restituzione delle terre. Due mondi contrapposti in guerra fra loro, non senza una certa curiosità reciproca. Il trailer da YouTube:
Per Bechis il problema principale per la realizzazione del film è stata la scelta degli attori: quali professionisti avrebbero potuto interpretato quelle storie? “La risposta arrivò fulminea un pomeriggio, durante una riunione con alcune autorità del governo:” racconta il regista, “gli uomini e donne indigeni che parlavano a gran voce con le autorità di Brasilia, possedevano un’arte retorica sofisticata, sapevano parlare in modo convincente e controllavano le parole e il corpo in modo sorprendente. Avevo trovato gli attori”. E continua: “Da quel momento in poi ho sempre saputo, con assoluta certezza, che il film sarebbe divenuto realtà solo se fossi riuscito a fare di quegli indigeni gli attori protagonisti del film. Senza di loro, il film non avrebbe avuto senso. Nella comunità di Ambrósio c’era un giovane indigeno di nome Osvaldo. Gli chiesi se gli interessava fare l’attore in un film, ‘Cosa vuol dire fare l’attore?’ mi rispose lui. Gli spiegai allora che significava rappresentare un personaggio, che bisognava imparare a recitare. Ci pensò un secondo e disse: ‘Ma io recito già tutti i giorni…’, ‘E quando?’ domandai stupito, ‘Tutti i giorni, quando prego’ fu la sua risposta. I loro rituali sono rappresentazioni teatrali, manifestazioni e dialoghi con Ñande Ru, il loro Dio. Recitare fa parte della loro cultura millenaria”.
Nel cast anche gli italiani Claudio Santamaria e Chiara Caselli.
- Venerdì 5 Settembre 2008

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