Da un lato i numeri e la convinzione di essere sempre (o quasi) dalla parte della ragione; dall’altro un’industriale editoriale in crisi e il sospetto che l’appuntamento annuale più importante del fotogiornalismo internazionale debba trovare una nuova linfa creativa. In mezzo c’è lui, Jean-François Leroy, l’anima del Festival internazionale di fotoreportage Visa pour l’image di Perpignan (Francia), che quest’anno ha festeggiato la sua ventesima edizione. “Vent’anni sono tanti” assicura Leroy con tono trionfale. “Ma una cosa è sicura: non intendo fermarmi qui”. All’indomani della serata conclusiva, per il direttore di Visa pour l’image è giunta l’ora dei bilanci. Sul breve, come sul lungo termine. Perché una cosa è sicura: per i fotografi impegnati a scattare i lati più oscuri e meno noti del pianeta Terra, sono tempi duri. Ovviamente, star come Paolo Pellegrin, Stanley Greene o Philip Blenkinsop hanno poco da temere. Ben più arduo si annuncia invece il compito di un esercito di fotografi talentuosi, ma resi precari dalle scelte strategiche di un’industria editoriale sempre meno disposta ad acquistare servizi “impegnati”. Leroy lo sa. E non esita a puntare il dito contro “editori ormai schiavizzati dalle notizie people e convinti, a torto, che il fotoreportage non è più redditizio”. A suo favore parlano i numeri. In vent’anni, ha presentato 600 esposizioni e organizzato 120 eventi, passando da 123 accrediti professionali rilasciati nel 1989 a 3.500 nel 2007 e coinvolgendo oltre 250 agenzie contro sette nell’anno della caduta del Muro di Berlino. “Quest’annata poi è stata eccezionale”. Come dargli torto. La qualità dei reportage presentati nella settimana dei professionisti (dal 30 agosto al 7 settembre) e poi successivamente al grande pubblico (dall’8 al 14 settembre) è stata altissima. Basta dare un’occhiata alla nostra photogallery: dallo sguardo di Philip Blenkinsop (Premio Visa 2009) sui terremotati cinesi agli scatti di Paolo Pellegrin sui rifugiati iracheni, dalle testimonianze insopportabili di Jan Grarup in Darfur e di Pascal Maitre nell’Africa dei Grandi Laghi (Rwanda, Burundi e Congo/Kinshasa), fino all’asso emergente Munem Wasif (premio del Miglior giovane fotografo), il Festival di Perpignan ha mantenuto tutte le sue promesse. Eppure le critiche non sono mancate. C’è chi parla di un formato troppo ripetitivo (il tema del colloquio: “Crisi dell’informazione, crisi del fotogiornalismo?” è lo stesso della passata edizione), chi invece se la prende con una selezione di foto e storie poco coerenti fra loro e sempre orientate a mettere in mostra la solita litania di guerre e disastri umanitari. Ma Leroy non ci sta: “Visa non è al servizio della cronaca rosa, ma votata all’impegno civile. E poi che colpe ho se l’editoria non fa più il suo lavoro?”
Gli editori si giustificano con la crisi finanziaria che la stampa sta attraversando…
Non mi faccia ridere! I giornali appartengono a dei grandi gruppi editoriali e in questi gruppi ci sono titoli che continuano a guadagnare un sacco di soldi. Vent’anni fa l’editoria aveva un obiettivo: equilibrare i conti. Oggi invece mira a profitti colossali. E di grana in giro ce n’è tanta. Se no come spiegare la disponibilità di alcuni editori di sborsare centinaia di migliaia di euro per pubblicare una copertina con Madonna o Brad Pitt e Angelina Jolie?
Forse per compensare perdite registrate altrove…
E io le rispondo che basterebbe creare una tassa sulle notizie people, ovvero i servizi sulle star, per finanziare il fotoreportage. Quando vedo che Stanley Grenne non è nemmeno riuscito a raccogliere otto mila euro per effettuare un servizio in Afghanistan, mi viene da piangere. Eppure l’Afghanistan dovrebbe tirare, o no? Guardi, se fossi in possesso di un magazine non spenderei certo il mio tempo ad acquistare le ultime foto di Britney Spears. Purtroppo non sono un editore. Detto questo, non credo che il fotogiornalismo sia in crisi. Basta osservare il materiale incredibile che il Festival di Perpignan è riuscito a proporre in queste ultime settimane. Gente come Blenkinsop o Kozyrev sono risorse indispensabili per capire come il mondo sta veramente andando.
Va bene, ma intanto ci sono una valanga di giovani fotografi costretti a rischiare la vita per appena mille euro al mese. Che consigli darebbe a questi ragazzi?
Il fotoreportage è innanzitutto un impegno civile. Non bisogna mai dimenticarlo. Certo, una vita da precario non è ipotizzabile, ma in tempi così duri non c’è altra alternativa alla resistenza sociale. Al resto ci pensa il talento. Oggi ci sono sempre più fotografie, ma non significa che ci sono più fotografi talentuosi. Certo, l’avvento del numerico ha consentito a molti di scattare buone immagini, ma per diventare Paolo Pellegrin ci vuole un occhio eccezionale. E questo gli apparecchi numerici non te lo possono offrire.
Durante il festival è emerso un rapporto sproporzionato tra la valanga di fotografi presenti a Perpignan e il numero davvero risicato di servizi che le agenzie fotografiche sono riuscite a vendere. Come se non bastasse, colossi come Magnum hanno dato forfait. Non è che Visa pour l’image sia diventato un festival delle occasioni perse?
Intanto vorrei precisare la Magnum è stata rappresentata da molti suoi fotografi. Certo, non ha presentato un suo stand, ma si tratta di una scelta che non spetta a me giudicare. Per il resto mi dispiace per le agenzie, tuttavia la sua domanda andrebbe rivolta al mondo dell’editoria. Chi se non gli editori possono dare una nuova svolta al mercato? Che colpe ho se i capiredattori delle principali testate giornalistiche francesi si lasciano mangiare da Carla Bruni e Nicolas Sarkozy? Come se non bastasse le agenzie sono ormai confrontate all’enorme massa di immagini scaricabili gratuitamente da internet. Tra una foto bellissima, ma costosa, e uno scatto buono e gratuita, la logica editoriale secondo la quale bisogna abbattere il più possibile i costi di produzione favorisce sempre più la seconda opzione. Sono propri fenomeni di questo tipo che giustificano l’esistenza di un Festival come quello di Perpignan. Ogni anno mi batto come un leone per dimostrare al pubblico e agli editori che nel mondo esistono produzioni di altissimo livello professionale, che la qualità delle foto non può essere smerciata per quattro soldi. Sono stufo di sentire in giro che Visa pour l’image propone servizi bellissimi. C…, acquistateli!
Quanto è disposta a predicare ancora nel deserto?
Quando vedo che dopo vent’anni il nostro Festival è in grado di sfornare nuovi talenti come Wasif, non ho la sensazione di girare a vuoto. Se così fossi non starei lì ad organizzare un evento capace ormai di accogliere 180.000 visitatori.
Quindi appuntamento per l’anno prossimo?
Certo, questo festival è come un figlio. L’ho fatto nascere e non intendo abbandonarlo. Né oggi, né domani.
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- Lunedì 15 Settembre 2008









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