
“Noi non siamo una band che si fa fotografare con la coppa di champagne in mano. A noi i soldi servono solo per comprare nuovi strumenti e incidere musica migliore per i nostri fan”. In queste parole di Colin Greenwood, bassista del gruppo, c’è tutta la filosofia del gruppo più innovativo mai apparso sulla scena musicale dai tempi dei Pink Floyd.
Quella dei Radiohead non è una storia usuale nel mondo del rock. Innanzitutto per la qualità straordinaria dei loro dischi, una qualità già presente nei cd d’esordio intitolati Pablo Honey e The bends. Album ispirati e di grande impatto con brani ormai classici, come Creep e Just. Canzoni senza tempo, che in un primo momento avevano fatto pensare a Thom Yorke e soci come agli eredi naturali degli U2 e dei Rem.
Ma nei piani del quintetto di Oxford gli obiettivi prevedibili non sono presi in considerazione. Così, dopo la terza monumentale prova, quell’Ok Computer considerato ancora oggi uno dei pilastri della musica dell’ultimo ventennio (tra i brani, Karma police e No surprises), i Radiohead cambiano rotta e spiazzano fan, critici e colleghi con una triade di album capolavoro. Talmente geniali e originali da non poter essere inquadrati in un genere musicale. Gli album in questione sono, nell’ordine, Kid A, Amnesiac e Hail to the thief.
“Abbiamo abbandonato i nostri classici riferimenti rock e abbiamo ascoltato Charlie Mingus e Miles Davis” racconta Greenwood per spiegare la svolta del sound del gruppo. Risultato di questa rivoluzione sono tre capolavori a metà strada tra la sperimentazione elettronica, il jazz, il rock e la classica. Musica di classe, ma al tempo stesso accessibile. Ecco perché loro possono dire: “Il futuro appartiene a noi”.
- Lunedì 29 Settembre 2008









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