Archivio di Novembre, 2008
Di Sandra Pertignani
Lo paragonano a Pedro Almodóvar, ma “paragonare una persona a un’altra è sempre riduttivo” osserva Margherita Buy, una delle sue attrici predilette. Ferzan Ozpetek è Ferzan Ozpetek. New York gli dedica, al Moma dal 4 al 14 dicembre, l’onore non comune di una retrospettiva, promossa e organizzata dalla Cinecittà Holding col ministero dei Beni culturali. Intanto esce dalla Mondadori un libro fotografico, in doppia versione italiana e inglese, dedicato a lui e al suo cinema, con testi raccolti, provocati, scritti da Laura Delli Colli, cronista cinematografica di Panorama, che lo presenterà a New York (anche all’Istituto di cultura, con lo scrittore Antonio Monda) durante la settimana della manifestazione. Titolo Ferzan Ozpetek. Ad occhi aperti. Perché, dice il regista: “Io voglio vivere con gli occhi aperti”.
Sarà un caso che Ferzan, in turco, la sua lingua madre, voglia dire “prima luce dell’alba”? Certamente no, pensa Ozpetek, cultore di oroscopi e analista di destini, e va oltre: “Guardare non basta, bisogna vedere”. Il suo cinema vede la vita quotidiana, il desiderio, i sentimenti nascosti e tormentosi, l’aspirazione al divino. E lo fa, in genere, col ritmo di una sarabanda danzata da un gruppo di amici, legati da contraddittorie, ma sempre forti, emozioni. Con uno sguardo affettuoso e profondo sul mondo femminile. “È evidente che le donne gli piacciono molto, le stima” commenta una sua sostenitrice fin dalla prima ora, Natalia Aspesi. “E non per quella banalità che vuole gli omosessuali per forza sensibili all’universo femminile. È una questione di umanità, di empatia che lui ha molto spiccate. Lo ammiro come persona e come autore, mi commuove. E, a proposito di omosessualità, Ozpetek sa trattare il tema con una grazia e una leggerezza speciali, con realismo e senza moralismi”.
A lei piace un film fra i più discussi, Cuore sacro, del 2005, con una convincente Barbora Bobulova, che racconta una complicata conversione, umana e religiosa. “Sono di un ateismo forsennato” racconta Aspesi “ma lui mi ha spiegato cos’è la fede, suscitando in me una certa inquietudine”. Cuore sacro è uno dei film di Ozpetek più complessi, meno leggeri, ma che corrisponde, nello sbandamento contemporaneo, al grande bisogno di radicamento, di abbandono, di sacrificio, in cui le donne sono in prima linea. “Mi ha insegnato a far vincere le emozioni sulla ragione” confessa Bobulova nel libro. È un sentimento, il suo, condiviso da tante protagoniste di questo cinema, attrici che rivelano di sentirsi capite dal regista come mai prima, toccate così intimamente da riuscire a tirar fuori una parte recondita di se stesse, nuova persino.
Ambra Angiolini, che nel malinconico e rasserenante Saturno contro ha convinto la critica più severa con un personaggio non facilissimo, dice: “È imbarazzante la sua capacità di farti esplodere dentro cose segrete. Ti obbliga a un salto, a una decisione su te stessa. Come nei momenti cardine della vita. Prima eri una persona, poi sei un’altra, migliore”. E Buy: “Per me Le fate ignoranti ha rappresentato una svolta professionale e una crescita esistenziale. E in Saturno contro Ferzan mi ha obbligata a una trasformazione del personaggio, delle sue emozioni complesse, mettendomi felicemente alla prova, facendomi sentire sempre apprezzata”.
Tutte vorrebbero essere per lui quello che, prima Carmen Maura, ora Penélope Cruz è per Almodóvar (ancora lui) e si dicono pronte a lavorare nei suoi film anche solo per una comparsata. Ha detto Stefania Sandrelli in una riflessione scritta apposta per il libro: “Abbiamo lavorato insieme neanche una settimana in tutto (in Un giorno perfetto, ndr) e, quando ho finito, mi mancava come se mi fossi innamorata di lui”. Milena Vukotic, che in Saturno contro ha fatto una piccola, significativa partecipazione: “Lui s’innamora subito dei suoi attori, ed è ricambiato. Ciò che conquista è la sua grande capacità di trasmettere una sincera partecipazione a quello che ognuno ha di diverso. Gli voglio bene e l’ammiro”. Isabella Ferrari dice che le sembra un capofamiglia, “una madre, un padre, che ti schiaffeggia e poi ti accarezza”. Gli deve l’espressione matura della sua forte sensualità, un senso gratificante di esclusività che diventa tristezza persino, quando sul set pensi “che poi quel film finirà e che forse con lui non sarà più così”.
Ma sembra proprio che la magia continui anche fuori dal set. Ozpetek riesce a suscitare questo coro di reazioni anche da parte maschile, da Alessandro Gassman a Stefano Accorsi, tutti che gli restano legati, tutti amici. Un clan. Il segreto è l’amicizia, dice lui. Niente, nemmeno l’amore, vale quanto l’amicizia. “È come l’acqua”. Vorrebbe essere il genio nella lampada e soddisfare i desideri degli altri. E s’impone nelle loro vite. Riempie gli amici di messaggini. È affettuoso, presente. Con Serra Yilmaz si conoscono da 11 anni, dice che gli ha insegnato “ironia, leggerezza e un sano realismo”. La vuole in tutti i suoi film, anche solo per un’apparizione rapida, come un portafortuna. Lei, da Istanbul dove sta girando per la tv, replica con altrettanto entusiasmo: “Ormai siamo oltre l’amicizia. È come un parente. Possiamo litigare violentemente, ma non succede niente di grave. Siamo sempre là, saldi come roccia nella vita l’uno dell’altra. Anche lui ha un grande senso dell’umorismo. Lo stesso mio. Ci facciamo scherzi pazzeschi, surreali”.
La vita entra nei film e dai film le immagini ritornano nella vita. Come il gazometro delle Fate. “Monumento alla spensieratezza della mia gioventù” quando da Istanbul si trasferì ventenne a Roma per studiare e lavorare nel cinema. Da aiutoregista prima, poi piano piano realizzando i suoi sogni. E viveva già lì, davanti al gazometro. Ancora ci vive, in quella cucina che compare nelle sue storie dove Delli Colli lo intervista mangiando i dolcetti della pasticceria sotto casa. Pasticceria che entrerà in La finestra di fronte. Una leggenda metropolitana, racconta l’autrice, vuole che il gazometro non sia stato demolito in omaggio all’aura che gli ha sprigionato intorno il suo film.
Tutto alla luce del sole, nell’esistenza e nel lavoro di questo regista amatissimo. Possibile? E l’ombra dov’è? Ozpetek è stato in analisi, confessa punzecchiato da Delli Colli, e descrive la terapia con una frase lapidaria: “Un dolore che libera dal dolore”. Un dolore che non coincide necessariamente con la morte (come in tutti i suoi film finora), il dolore della vita. Che aspetta di essere raccontato.
Il cantante Diddy
Il rapper stilista più famoso del mondo ha un sogno: diventare un attore e impersonare James Bond nel prossimo film della fortunatissima saga. “Dopo il primo presidente americano nero, è ora che ci sia anche uno 007 nero. E io voglio avere quella parte” ha dichiarato il cantante. Per convincere i produttori di Hollywood che il candidato giusto è lui, Diddy ha appena dilapidato 500 mila sterline. Dopo aver affittato un jet privato, è volato nel sud della Francia per girare una serie di scene d’azione in cui si cimenta in varie imprese acrobatiche circondato da costosissimi effetti speciali. Le immagini verranno subito utilizzate per promuovere con una valanga di spot la sua nuova fragranza per uomo: I’m king. Ma avranno anche la funzione di convincere gli executives di James Bond a ingaggiarlo a tempo di record.
Lo spot di “I’m king in versione 007″
Si chiama All human rights for all, sguardi del cinema italiano sui diritti umani l’iniziativa che parte in tv ed al cinema dal primo dicembre. In occasione del 60esimo anniversario dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (che il 10 dicembre del 1948 approvava e proclamava la Dichiarazione universale dei diritti umani) sono tante le iniziative per commemorare l’evento.
In particolare lunedì 1 dicembre al Teatro Argentina di Roma, in anteprima mondiale e con doppia proiezione, alle 17 ed alle 20,30, ci sarà la presentazione della versione integrale di All human rights for all, film collettivo no-profit ideato da Roberto Torelli. I principali registi italiani (tra cui Carlo Lizzani) molti attori (Anita Caprioli, Maya Sansa, Donatella Finocchiaro, Valerio Mastrandrea, Primo Reggiani) musicisti, sceneggiatori, produttori, maestranze del cinema italiano, oltre ad un migliaio di volontari, hanno realizzato a titolo completamente gratuito 30 cortometraggi della durata di 3, 4 minuti ciascuno, prendendo spunto da un articolo della Dichiarazione Universale e costruendoci sopra una piccola vicenda cinematografica.
Al teatro Argentina saranno presenti tutti i protagonisti, compresi Daniele Lucchetti, Roberta Torre, Michele Riondino, Fiorella Infascelli, Antonello Grimaldi. La sinergia con la tv avverrà in questo modo: sempre dal primo dicembre e per due settimane consecutive, Raitre manderà in onda i 30 mini film all’interno dei propri palinsesti in orari e programmi differenti durante tutte le giornate previste. In studio, a commentare quanto visto, ci saranno attori, registi, opinionisti che parleranno dei diritti umani cercando di far arrivare al pubblico, soprattutto quello giovane un messaggio di solidarietà e amicizia. Infine il film corale All human rights for all, verrà presentato nei vari circoli cinematografici e nelle province italiane. È già assicurata la sua partecipazione ai principali festival internazionali.
Palermo Shooting
LA GALLERY DEI FILM DEL WEEK END
Figlia d’arte l’una, elegante ed eterea, quasi esclusivamente vocata al cinema, con rare apparizioni in teatro e tv. Venuto dal nulla l’altro, è diventato famoso come partecipante del “Grande Fratello”, riuscendo a usare quel trampolino poco d’essai come passaggio per diventare attore, permettendosi addirittura di scegliere pellicole d’autore (tra cui Ozpetek). Giovanna Mezzogiorno la prima, Luca Argentero il secondo, ovvero due volti belli e puliti del nostro panorama cinematografico, sono entrambi protagonisti di due pellicole del week-end.
La romana già Coppa Volpi con La bestia nel cuore è alla regia di Wim Wenders in Palermo Shooting, mentre il piemontese da reality è diretto da Luca Licini in Solo un padre. Dal 28 novembre nelle sale italiane. Insieme alla prima prova di regia di Pino Insegno con Ti Stramo - Ho voglia di un’ultima notte da manuale prima di tre baci sopra il cielo, evidente parodia di tante recenti pellicole sentimentali-adolescenziali.
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LA GALLERY DEI FILM DEL WEEK END
Il libro da cui è tratto è Le avventure semiserie di un ragazzo padre (Perfect skin) di Earls Nick, romanzo che mescola a giuste dosi umorismo, vita vissuta e tragedia. Da qui parte l’ultimo film di Luca Lucini Solo un padre, in uscita il 27 novembre, con le peripezie sentimentali del ragazzo-padre Luca Argentero. L’ex volto del “Grande Fratello” è Carlo, il dermatologo trentenne che un evento improvviso porterà a dover accudire da solo la figlia Sofia, bimba di dieci mesi capace di assorbire tutte le sue energie fisiche e mentali e di far vacillare ogni sua certezza. Papà inesperto e apprensivo, non sembra aver spazio per nient’altro. Finché non incontra la giovane e solare ricercatrice francese Camille (interpretata da Diane Fleri).
“È un film particolare. Non mi sento di definirlo una commedia perché è anche drammatico e di impatto emotivo” dice Lucini, che in passato ha diretto Tre metri sopra il cielo (2004), L’uomo perfetto (2005), Amore, bugie e calcetto (2008). “Dopo aver realizzato un film generazionale, una commedia sofisticata e una popolare, avevo voglia di cimentarmi con un film dal taglio più psicologico e questo progetto mi ha appassionato fin dalla prima lettura”.
Il set è Torino, e il piemontese Argentero racconta: “Girare nella mia città all’inizio mi ha spaventato. Da quando faccio questo lavoro mi sono abituato a vederla come uno sfogo, il luogo della vacanza, del ritorno a casa e delle ore piccole con i vecchi amici”. E ancora: “È la prima volta che mi capita di avere un ruolo così delicato e assoluto. Mi preoccupava l’idea stessa di interpretare un giovane papà alle prese con una neonata e di non poterlo comprendere fino in fondo. Essere genitori è un’esperienza talmente unica che è difficile renderla al meglio senza viverla veramente”.
Nel cast anche Claudia Pandolfi. Il trailer da YouTube:
LA GALLERY DEI FILM DEL WEEK END
A Cannes il suo ultimo lavoro non è piaciuto e addirittura è stato fischiato. Ma capita a tutti di sbagliare, anche ai maestri, anche se si chiamano Wim Wenders. E lui, come capita solo ai grandi, ha ammesso i suoi errori ed è rientrato in sala di montaggio, per uscirne con un film ridotto di circa venti minuti. Ed arriva così in una nuova versione, il 28 novembre nelle sale italiane, Palermo Shooting, pellicola dal sapore italiano che, oltre ad avere come set il capoluogo siciliano, ha anche il bellissimo volto di Giovanna Mezzogiorno come protagonista femminile. Quello maschile è invece del cantante Andreas Frege, meglio noto come Campino. Questi è Finn, fotografo alla moda di Dusseldorf, ormai isolato in un delirio acustico - con l’ipod sempre nelle orecchie - e visivo, alla continua ricerca dell’immagine perfetta, che scopre la sua vita vuota di senso. Un incidente quasi mortale gli restituisce la capacità di guardare. Un segno, un’intuizione, passa in quella notte come una possibilità di redenzione, e il segno indica Palermo. Qui il calore mediterraneo e la passione di Flavia, la Mezzogiorno, fanno il miracolo di restituirgli voglia di vivere.
Nel colorito cast di questa storia d’amore con musiche firmate dal regista tedesco ci sono, tra gli altri, Dennis Hopper, Patty Smith e Lou Reed.
“Quello che mi affascina di più di Palermo è il misterioso legame tra la vita e la morte e il modo in cui i palermitani vivono intensamente questo rapporto: assolutamente affascinante la forza delle tradizioni e del culto popolare” ha detto Wenders, nel presentare la pellicola in terra sicula. “Non conosco nessuna altra città dove il senso della morte non è triste e oscuro ma anzi ti dà la consapevolezza di come bisogna vivere”.
Il trailer da YouTube:
di Guido Castellano
1- Facebook è gratis, ma sapete come si finanzia? Raccoglie e vende alla pubblicità informazioni dettagliate su gusti, consumi, idee degli iscritti. Senza informarli di chi riceve i loro dati.
2- Non garantisce la privacy. Le informazioni possono essere viste da chiunque. Un profilo dettagliato è un invito a nozze per i ladri d’identità, che potrebbero fingersi voi, truffare qualcuno e mettervi nei guai.
3- Nulla impedisce di creare un profilo di un’altra persona. Qualcuno potrebbe impersonare un vostro conoscente, per farsi dare informazioni riservate.
4- Tutti sapranno chi frequentate. Per esempio, la vostra fidanzata potrebbe scoprire che siete amici di quella bionda che giuravate di non conoscere quando vi ha salutato per strada.
5- Ha senso dedicare il proprio tempo a rintracciare i vecchi compagni di scuola o a fare giochini e test? Su Facebook Italia esiste il gruppo Tra Facebook e Msn anche oggi non ho combinato un c…: tenetene conto.
Di Antonella Piperno
La foto era autentica, corrispondevano anche i dati anagrafici e il curriculum politico. Ma quando alla voce “gusti musicali” i colleghi hanno letto “Mario Gualtieri” (cantante folk di hit come Buonanotte Cosenza), hanno capito che quel Salvatore Perugini, sedicente sindaco di Cosenza comparso su Facebook, era di certo un impostore: “Ho gusti più raffinati, blues, lirica” ride al telefono con Panorama il primo cittadino, adesso che il pericolo è passato: dopo la denuncia alla Polizia postale il profilo del ladro d’identità è stato eliminato.
Perugini è in buona compagnia: Monica Bellucci ha una sessantina di fake (così si chiamano in gergo i falsi profili), Bruno Vespa ne ha cinque, uno dei quali conversa a suo nome con la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso. E non sfugge neanche il Papa, con quattro fake che fanno le sue veci in attesa che raccolga l’invito del gruppo capitolino virtuale “Daje Ratzinger, iscrivete pure tu”.
Vittime del tutto innocenti loro, che non hanno mai messo il naso su Facebook (Fb). Ma nell’esercito degli oltre 3 milioni di italiani sempre più stregati dal social network (in un anno gli iscritti sono aumentati del 961 per cento) si sono arruolate reclute che maneggiano maldestramente la nuova arma tecnologica. O che non si sono rese conto, avverte l’esperto di netdipendenze Emiliano Lambiase, di essere entrate in una piazza virtuale “con la quale saranno costrette a condividere presente, futuro e anche il passato”.
Facendo i conti con fotografie d’antan che le ritraggono prima della rinoplastica, o con rivelazioni imbarazzanti. Com’è successo a Bono Vox, leader degli U2, il cui matrimonio ha rischiato grosso quando è stato “taggato” in un’immagine in cui era avvinghiato a due diciannovenni in costume da bagno (taggare nel gergo Fb vuol dire mettere in rete foto di amici con tanto di nome e cognome). O al docente di un’università del Sud che appena ha annunciato su Fb la sua decisione di candidarsi al consiglio di amministrazione del suo ateneo è stato sommerso di messaggi che rispolveravano certi suoi intrallazzi sentimental-accademici.
“Con la sua possibilità di incursioni incontrollate nelle vite degli altri, Facebook può diventare moltiplicatore di pettegolezzi” avverte Mario Morcellini, preside di scienze della comunicazione alla Sapienza. Ne sa qualcosa Fabrizio Iozzi, 34 anni, titolare di una società di assistenza informatica a Roma e fondatore del gruppo Avevo una vita, Facebook me l’ha rubata, con 57 mila iscritti (ogni giorno se ne aggiungono almeno 1.000) che ironizzano sulle loro esistenze travolte dal social network: “Si può pretendere di cancellare una foto solo quando si è taggati, in caso contrario è destinata a restare lì per sempre” avverte.
Qualcuno agisce per spirito di vendetta. Moltissimi per superficialità, mettendo a rischio amori, amicizie, carriere. “La versione italiana di Facebook qualche volta somiglia un po’ a un cinepanettone di Natale, con i protagonisti che vogliono tradire le mogli e vengono regolarmente beccati, o che per vanità raccontano i loro impegni o incontri professionali, svelando anche segreti aziendali” incalza lo scrittore e conduttore radiofonico Gianluca Nicoletti, campione del social network con 4.984 amici virtuali e un album di 118 foto. Fra le quali, volontariamente, non ne ha messa neanche una dei suoi figli: “Per proteggerli”. Peccato che una sua amica, al ritorno da un finesettimana in campagna, abbia pubblicato l’album della gita, pargoli di Nicoletti compresi. “L’ignoranza tecnologica, abbinata alla potente fascinazione di Fb, fa combinare grossi guai”.
Così impeccabili dirigenti mostrano (o subiscono) le loro foto da scalmanati ultrà allo stadio, rovinandosi in pochi secondi la reputazione e la carriera. La multinazionale Badenoch & Clark, che trova impieghi a migliaia di manager ogni anno, ha appena segnalato che parecchi datori di lavoro oggi scandagliano Facebook e Myspace per saperne di più sui candidati.
Commettono gaffe anche signore distratte come Giovanna Deodato, regina dei salotti romani: ha diramato gli inviti per suo il party prenatalizio sulle bacheche (pubbliche) degli amici, offendendo a morte chi è stato escluso dall’evento. E peccano di superficialità anche tanti impiegati che si iscrivono allegramente al gruppo Cazzeggio al lavoro con Facebook, sottovalutando il fatto che parecchi direttori del personale (il più delle volte servendosi di fake) monitorano il social network.
Il fatto è che gli italiani spesso esagerano. E se secondo un’indagine della 3 Uk (versione inglese del gestore di telefonia 3) il 36 per cento dei lavoratori inglesi si connette dall’ufficio, gli spagnoli arrivano al 41, i francesi al 53 e i tedeschi al 56, noi li superiamo con un 58 per cento di adepti capaci di annunciare su Facebook: “Oggi non ho proprio nessuna voglia di lavorare”.
Scompiglio in azienda, quindi, con le Poste che hanno interdetto il collegamento, i Comuni di Torino e Napoli che l’hanno razionato e le Regioni Lombardia e Veneto che stanno valutando il da farsi. Ma anche chi non ha capuffici ha dovuto rivedere la sua organizzazione lavorativa: il manager Chicco Testa, sommerso via Fb da inviti a conferenze, dibattiti e presentazioni di libri, dirotta tutti sulla bacheca virtuale della sua segretaria Alessia: “Siamo stati costretti a spostare parte dell’ufficio su Facebook” sintetizza. Più che per la sua vita professionale e per i suoi interventi pro nucleare Testa ha però risvegliato l’interesse della platea, quando in una conversazione multipla in bacheca ha esternato: “Novella Benini è la mia fidanzata”, beccandosi subito il commento: “Hai surclassato Franco Frattini e Chantal Sciuto che hanno ufficializzato il loro legame con un comunicato stampa”.
Perché agli avventori di Fb non sfugge nulla, il social network funziona meglio di un satellitare per sapere chi fa che cosa, dove e con chi. “La legge non scritta è che tu ti fai gli affari degli altri e gli altri si fanno i tuoi” sottolinea il vicedirettore del Corriere della sera Pierluigi Battista, che a metà ottobre ha tenuto con il fiato sospeso il mondo editoriale con due annunci sibillini: “Stavolta rompe gli indugi” (su Fb si parla in terza persona) seguito l’indomani da “Ha fatto la scelta giusta”.
I curiosi di Facebook non hanno mai saputo di che scelta si trattasse. Ma il loro voyeurismo è stato appagato dall’ex ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, che a un certo punto ha aggiornato il suo status sentimentale con un “ora è sposato” (e il suo matrimonio è ventennale). Come Dalia Gaberscik (”Ho trovato solo ora il cuoricino che segnala il matrimonio” si è difesa).
Perché è soprattutto nella sfera sentimentale che Facebook sta facendo sfracelli: lui o lei che si iscrivono senza dire niente al partner, scenate di gelosia “perché hai accettato soprattutto amici maschi” e inediti accordi di coppia preiscrizione a Facebook. Come quello tra lo scrittore Giuseppe Scaraffia e la compagna Silvia Ronchey: “Considerando che è un territorio dove si dà sfogo al narcisismo e si flirta anche solo per gioco” racconta Scaraffia “all’inizio ho proposto a Silvia di non diventare amici virtuali, inibendoci così la visione dei nostri profili”. Poi è stato proprio lui a ripensarci, impensierito dal tempo che Ronchey passava davanti al computer. E così ora i due vigilano l’uno sull’altro.
Niente a che vedere con il dramma della gelosia vissuto da due evoluti psicoanalisti, raccontato a Panorama dal loro collega Tonino Cantelmi: “Lui si è scoperto incredibilmente geloso, soffriva per l’assalto degli ex di lei che, confidando nella complicità, gli mostrava tutti i messaggi galanti”. I due stavano per lasciarsi, nonostante un bambino di pochi mesi, e hanno salvato il matrimonio solo abbandonando il social network.
Se non si arriva agli omicidi commessi da mariti gelosi a causa di Facebook (è appena successo in Gran Bretagna), Cantelmi prevede quanto meno divorzi: “Per chi è geloso può diventare un inferno: gli ex si presentano al meglio con foto studiate e vite brillanti e non tutte le mosse del partner sono controllabili”. Si possono cancellare i messaggi in bacheca, o passare a colloqui privati, nella posta. O rifugiarsi in colloqui privati nella chat, secondo Nicoletti “la vera anticamera di incontri proibiti”. Reali, s’intende.