
(Foto di Marie-Martine Buckens)
Nella dinastia dei Kuti, la musica è da sempre un’arma a doppio taglio: i poteri sociali illimitati che conferisce in un paese corrottissimo come la Nigeria finiscono spesso per diventare devastanti. Femi Kuti lo sa bene. Non aveva 15 anni quando la Repubblica di Kalakuta fondata da suo padre, Fela Anikulapo Kuti, venne prese d’assalto da mille soldati mandati a Lagos dal regime nigeriano per soffocare la voce contestataria di un musicista tra i più liberi e rispettati che l’Africa abbia mai avuto. Correva l’anno 1977. Per il fondatore dell’Afrobeat, genere musicale a cavallo tra jazz, soul, funky e musica tradizionale yoruba (l’etnia maggioritaria della Nigeria), l’aggressione della giunta militare segnò il suo passaggio allo status di eroe nazionale. Da allora è trascorso un trentennio, ma basta osservare lo sguardo di suo figlio per intuire che violenza e corruzione hanno avuto la meglio sulla musica. “Mai visto così tanti soldi in Nigeria. A Lagos spuntano ville faraoniche. Intanto nei quartieri popolari della capitale la gente continua a soffrire. Manca tutto: l’acqua, l’elettricità, i servizi sanitari. Purtroppo non appena alzi la voce il regime ti bastona”. Ma Femi Kuti non si rassegna. “L’Afrobeat è l’unico strumento di contestazione rimasto a disposizione del popolo per denunciare i nostri governanti. E il popolo nigeriano è al nostro fianco” dice.
Dopo quattro anni di silenzio, l’erede di Fela torna alla carica con un album, Day by Day, che segna una nuova svolta nella sua carriera di artista-militante cresciuta all’ombra di un’eredità ingombrante e ormai ‘minacciata’ dallo scontro che lo oppone al fratello minore Seun. Panorama lo ha intervistato a Bruxelles, terza tappa di un tour europeo che si chiuderà il 24 novembre a Zagabria.
Se escludiamo Shrine Africa (concerto-live inciso nel 2004, ndr), il suo ultimo album prodotto in studio, Fight to win, risale al 2001. Sette anni sono tanti…
Direi di no. In questi ultimi anni mi sono accadute tante cose che mi hanno tenuto lontano dagli studi di registrazione. Dopo Fight to win avevo bisogno di una pausa musicale che ho sfruttato approfondendo la mia passione per la tromba, di cui ormai non posso più fare a meno, e in misura minore il piano. Il nuovo album lo testimonia. Questo periodo è stato anche segnato dal mio desiderio di stare vicino alla famiglia e di tornare a vivere a Lagos per occuparmi dello Shrine Africa, il club che ho ereditato da mio padre.
Parliamo di Fela. Che posto occupa nella sua musica?
Enorme, ovviamente, anche se la sua influenza non è per fortuna totale. Da sempre ho cercato di arricchire l’Afrobeat con suoni nuovi, come l’hip-hop o l’ectronic. Oggi però ho un chiodo fisso: la tromba. Questo strumento è diventato la mia ossessione. Mi sono dato cinque anni per far parte della cerchia dei grandi trombettisti. Per ora mi accontento di accarezzare questo sogno.
Che altri sogni custodisce?
Trasformare il mio club, lo Shrine Africa, in un palcoscenico importante della scena musicale internazionale. Posso contare sul fatto che l’Afrobeat sta godendo di buona salute, e non soltanto in Nigeria o in Africa. Londra e New-York pullulano di gruppi interessanti come gli Antibalas. Gli scambi con artisti di altri orizzonti sono un altro punto di forza per lo Shrine. Il 19 ottobre scorso ho organizzato un concerto che celebrava il 90° anniversario della nascita di mio padre. Abbiamo accolto musicisti illustri, che preferisco definire amici, come Flea (bassista dei Red Hot Chilli Peppers), Damon Albarn (cantante dei Gorillaz), Baaba Maal e Daara J. La risposta della gente è stata poi incredibile. La sala contiene 3.000 posti, fuori sono rimaste 17.000 persone giunte da tutta la Nigeria e da molti paesi africani per assistere al concerto.
Questo la dice anche lunga sulla notorietà di cui gode suo padre…
A Lagos come in tutta l’Africa, nessuno si è dimenticato delle lotte incredibili che ha portato avanti per difendere i diritti dei più deboli. Purtroppo la povertà non è stata sradicata. Oggi trovo insopportabile il modo con cui i regimi africani continuano ad arricchirsi sulla pelle dei poveri. Con tutto il petrolio che c’è nel moi paese potremmo sfamare milioni di persone. Il desiderio di lasciare Londra e tornarmene a Lagos non è stato soltanto dettato dalla musica, ma anche dalla volontà di riprendere in mano le battaglie sociali di mio padre. Ma non mi faccio illusioni. Ci vorrebbe un miracolo per cambiare il sistema politico nigeriano.
Eppure i militari hanno lasciato il posto ai civili…
Non è cambiato nulla. Anzi, si ruba più di prima. A tutti livelli, nel pubblico come nel privato. È disgustoso.
Torniamo alla musica. Lei e suo fratello Seun siete entrambi in tournée in Europa (a Bruxelles Seun ha suonato il 24 ottobre, due giorni prima di Femi, ndr). Poche settimane fa avete pubblicato i vostri album in contemporanea (il primo per Seun, ndr). Semplice coincidenza?
Direi di sì. Alcuni sostengono che ci si una concorrenza sfrenata tra noi per raccogliere lo scettro di moi padre, ma non è così. Almeno non per me.
Quali sono i vostri rapporti?
Ci sentiamo, ci incrociamo, nulla di più. Purtroppo, la nostra relazione è stata condizionata dal suo entourrage. Dopo la morte di mio padre, persone che gravitavano attorno agli Egypt 80 (il gruppo di Fela Kuti, ndr) mi hanno letteralmente messo al bando. Sono nato a Londra e mia madre è bianca, dicevano che non ero un vero yoruba. Hanno quindi scelto Seun, che all’epoca aveva appena 16 anni e quindi facilmente condizionabile. Si è tenuto gli Egypt 80, mentre io sono diventato proprietario dello Shrine. Oggi siamo riconciliati, ma ognuno va avanti per la sua strada.
- Domenica 2 Novembre 2008









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