“Ma bella più di tutte l’architettura che non c’è”: così, con un verso che fa risuonare una lirica di Guido Gozzano, si può definire l’utopia di Out There: Architecture Beyond Building, della Biennale veneziana, che come dice il titolo è aldilà del costruire, insomma una Biennale-Architettura contro l’Architettura. Una bella sfida quella di Aaron Betsky, architetto americano, ma formatosi in Olanda, curatore della undicesima grande kermesse a Venezia, che rimarrà aperta fino al 23 novembre negli spazi dell’Arsenale, ai Giardini, alle Corderie e alle Tese.
L’assunto di Betsky è “l’architettura non è il costruire”, l’edificio è postumo, il cuore dei problemi urbanistici globali è immaginarsi il futuro, perché l’architettura “è un quesito culturale, non è una questione tecnica.”
Il libro di accompagnamento con cui passare da un padiglione all’altro è forse Le città Invisibili di Italo Calvino, per avvicinarsi a questi tessuti urbani di spettacolare attrazione che appaiono come illusioni negli spazi e tunnel bui dell’Arsenale. Installazioni per richiamare in vita il subconscio come nei Prototipi del futuro: tre case per l’inconscio di Asymtote, o una città mutevole senza spigoli, ma di morbide linee fluide anzi petali: Lotus infatti si chiama la stanza che si apre a corolla cittadina, ideata da Zaha Hadi. E se si pensa ad un futuro di esseri-monadi o per dirla modernamente single, ecco la curiosa Singletown di Droog & Kessekskramer, una città di manichini bianchi-chiocciole: ognuno di questi esseri umani è appeso a cinghie che fanno levitare nello spazio i corpi stretti e immersi in una loro squadrata casina, volti braccia gambe sbucano da un abito-scatola, non si capisce se rifugio o prigione, e sopra scritte come “opportunista globale”, “recente divorziato”, “vedova indipendente”. E perché negarsi spazi come cristalli d’acqua a proliferazione infinita, come in The evening Line di B.Aranda e C.Lash?
Quelli che la fanno da padrone nella mostra sono comunque i video, le installazioni multimediali, i filmati, cominciando dall’entrata in mostra, in cui su due grandi schermi ricurvi dove vengono proiettati le forme di frattali affiorano frammenti di architetture filmiche da Blade Runner a Guerre stellari alla New York di King Kong.
È proprio il padiglione italiano a fare da controcanto a questa architettura dei desideri. Fin dal titolo L’Italia cerca casa la visionarietà della Biennale si scontra con problemi molto concreti. Francesco Garofalo, il curatore delll’allestimento nello spazio delle Tese delle Vergini, racconta l’edificazione economica italiana con un assemblaggio di insediamenti architettonici, “spalmati” su 350 mq di pareti, che vanno dai palazzi dell’Icp, alle case popolari Iacp, alle Ina Casa; dal quartiere Zen di Palermo, alle Vele di Napoli. Molti risultati di questa cemementificazione si conoscono e Garofalo chiede di confrontarli con 12 nuovi progetti esposti , “materiali di riflessione” perché l’architettura deve avere un riscontro concreto e positivo con il sociale. A meno che non si voglia davvero abitare in città invisibili.
- Martedì 4 Novembre 2008









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