
Foto di gruppo.
Da sinistra: Andy Warhol, Basquiat, Bischofberger e Francesco Clemente a New York nel 1984
Di Terry Marocco
A 3 anni collezionava francobolli, a 15 acquistava i dipinti contadini, mucche e montagne, dell’Appenzell, in Svizzera, dove è nato e cresciuto, a 28 i primi e preziosi Andy Warhol. Bruno Bischofberger, svizzero, 68 anni, giacca verde in stile tirolese e sguardo da falco, è tra i più famosi galleristi d’arte moderna e contemporanea del mondo. O meglio: “Sono un mercante d’arte, non un gallerista. Un lavoro un po’ più intelligente. E mi fanno ridere molti di quelli che oggi si dicono galleristi”. Inafferrabile, restio a farsi intervistare, Panorama incontra a Torino nelle sale della Pinacoteca Agnelli, dove è in mostra una parte della sua collezione (Dalla preistoria al futuro, fino al 1° marzo).
“Non ho mai offerto un quadro da comprare, ho venduto solo a pochi collezionisti che conoscevo bene. Il mio lavoro è lontano dal business. Mentre le gallerie oggi sono come boutique di lusso”. Tra i suoi collezionisti c’era Giovanni Agnelli: “Un amico, abbiamo le case vicine a Sankt Moritz”. In mostra ci sono 164 opere, una piccola parte di quanto ha collezionato in 40 anni d’attività (”Mancano tante cose…”).
“All’inizio avevo pensato di portare i ritratti di famiglia fatti dai nostri amici”. E tra gli amici di famiglia ci sono Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat, Francesco Clemente, Henri Cartier-Bresson. “Poi ho pensato che sarei sembrato presuntuoso, allora ho scelto un’opera dei miei artisti preferiti, ciò che amavo di più”.
In scarpette di plastica nera, raffinata versione delle Crocs, il mercante d’arte si aggira fra i suoi tesori. “Collezionare è come respirare, è vita per me. Ho collezionato per capire, per studiare, per la mia curiosità, mai per possedere”. E la sua vita, divisa con la moglie Christina, insieme da 37 anni, quattro figli e sette nipoti, è strettamente legata all’arte.
Con il grande designer Ettore Sottsass divideva le sue estati a Filicudi. Robert Mapplethorpe, il fotografo di nudi e fiori sensuali, “venne per alcuni mesi a casa mia a Zurigo per fotografare la mia collezione di vetri. Trasformò il mio salotto in un set per 250 scatti a colori e 120 in bianco e nero”.
Il rapporto più stretto e particolare fu quello con il re della Pop art, con cui fu socio fondatore della rivista Interview Magazine. “Conobbi Warhol a New York nel ‘68, siamo stati amici per tutta la vita. Abbiamo viaggiato insieme, è stato padrino al battesimo di mio figlio Magnus. Fui io a chiedergli di fare ritratti su commissione per i miei clienti. Ricordo che registrava tutto, da quando si svegliava fino a notte fonda. La Factory per me è stata una seconda casa”.
In mostra c’è Alba’s breakfast, una delle celebri “collaborazioni”, così le chiamava, tra Basquiat, Clemente e Warhol: “Basquiat era fantastico, una persona molto curiosa, purtroppo prendeva delle droghe…”.
Anche con Francesco Clemente ha una lunga e solida amicizia e della Transavanguardia dice: “Un gruppo di tre grandi artisti e due un po’ meno grandi”, stoccata davanti al quadro rosso di Enzo Cucchi che, per lui, è tra i tre grandi.
Davanti alle ceramiche di Lucio Fontana: “Mi sono battuto con i collezionisti italiani per far capire questo artista, per me tra i primi con Balla e De Chirico. Dicevano che un Burri valeva 200 Fontana”. Le ultime altissime quotazioni gli hanno dato ragione.
Ha esercitato il suo fiuto anche con Damien Hirst, l’artista più giovane che ha esposto: “All’inizio non costava così tanto. È geniale con il suo teschio di brillanti. Gioca con il kitsch e con il commercio. È collezionato dai ricchissimi e anche da chi di arte ne capisce poco”. Sui suoi exploit da divo, come la recente asta milionaria, ride: “Come diceva qualcuno, non è importante chi è il primo, ma chi è l’ultimo a fare qualcosa”.
Qual è l’ultimo quadro che vede prima di addormentarsi? Indica una rivisitazione del capolavoro di Pablo Picasso Les demoiselles d’Avignon di Mike Bidlo: “Per anni è stato sopra il mio letto”. Oggi? “Ho una Pietà del Vasari del 1542 e un Picasso del periodo cubista”.
La crisi economica la spaventa? “Ne ho già viste tre di crisi. Mi ricordo quella del petrolio, negli anni Settanta, allora era duro, non ero preparato ed ero spaventato. Ho venduto alcuni lavori importanti che altrimenti non avrei ceduto. Se sarà necessario farò così anche questa volta. Ma posso benissimo vivere in un piccolo appartamento con mia moglie, mi basta andare nei musei e vedere le cose che amo”.
Certo il problema non si pone nell’immediato, dicono che la collezione sia assai vasta. Ma lui non abbandona il suo understatement: “A Zurigo ho una piccola casa che mi ha fatto Sottsass. Venga quando vuole a trovarmi, sono sull’elenco del telefono”.
- Martedì 11 Novembre 2008









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