La terra sta male. Ma i rimedi per salvarla non sono all’ordine del giorno. Sotto l’effetto travolgente della crisi economico-finanziaria, la 14ma Conferenza della Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, in programma a Poznan (Polonia) fino al 12 dicembre, è votata al fallimento nel giorno stesso della sua inaugurazione. Per gli esperti, quello che doveva essere una tappa di avvicinamento importante verso la conferenza di Copenhagen (fine 2009) rischia di mettere a repentaglio la necessità da parte delle 192 nazioni impegnate nella Convenzione sul clima di adottare una serie di misure planetarie in grado di scongiurare l’ipotesi di una crisi ecologica irreversibile. Così, di fronte allo spettro di una recessione economica lunga e difficile, la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra non è più una priorità politica.
In tempi di “disattenzione ambientale”, c’è chi si è preso la briga di organizzare una mostra colossale su un tema di attualità dirompente come lo sviluppo sostenibile senza puntare i fucili mediatici contro l’uomo. Certo, percorrendo i 2.500 metri quadrati dell’esposizione C’est notre Terre! (”E’ la nostra terra!”), in programma a Bruxelles fino al 26 aprile 2009, un dubbio sorge. Dal consumismo irresponsabile ai danni ambientali, la sequenza infinita di filmati e pannelli che scorrono sotto gli occhi dei visitatori fanno per lo meno intuire che noi esseri umani non possiamo chiamarci fuori.
Per l’associazione belga Demeter, da anni impegnata sulla promozione dell’educazione scientifica e lo sviluppo sostenibile, l’obiettivo della mostra (di cui è co-organizzatrice) è quello di “riconciliare sviluppo e risorse del pianeta, senza colpevolizzare nessuno ma senza tacere i problemi”. L’uomo, quindi, e non il pianeta o la natura, è il vero protagonista dell’esposizione. “La Terra esiste senza l’uomo” proclama il manifesto, “ma l’uomo non può vivere senza le risorse della Terra. Ecco perché abbiamo scelto di metterlo al centro di tutte le attenzioni. Ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità, ma ogni essere umano deve poter vivere a seconda delle proprie aspirazioni, oggi e domani”. A rincarare la dose, ci pensa Benoit Remiche, amministratore dell’agenzia Tempora, convinto che “è innanzittutto la specie umana ad essere minacciata. È necessario un cambiamento radicale del nostro comportamento. Ma nessun ritorno al passato o alla decrescita. Ci opponiamo al catastrofismo”.
Qui le parole d’ordine sono due: prendere coscienza di quanto sta accadendo e invetarci nuove soluzioni per scongiurare il peggio. Così l’installazione di Gloria Friedman accoglie il visitatore e assume tutto il suo senso in una mostra che si vuole didattica e artistica nel contempo. Una decina di sagome bianche sono sormontate da orologi che ci interrogano sulla nozione del tempo: quanto ci vuole ancora per una presa di coscienza mondiale? Quanto rimane alla nostra terra per salvarsi e salvarci? Già, lo sviluppo sostenibile è anche e soprattutto una questione di tempo: dei tempi che ubbidiscono a ritmi di vita diversi che non smettono di incrociarsi, se non di opporsi. Sulla nozione del tempo si snoda la mostra attraverso quattro sezioni: la prima ci ricorda il tempo della Terra, quello della sua evoluzione, lentissima e infinita, protrattasi per ben 4,6 miliardi di anni. Poi c’è il tempo degli uomini, inizialmente lento, poi più veloce (con la rivoluzione industriale) e infine devastante negli ultimi 50 anni. Le conseguenze? Provate ad entrare nel “supermercato del CO2″ e vedrete. Il concetto è semplice: anziché selezionare i prodotti alimentari messi a disposizione del cliente in funzione del rapporto prezzo/qualità, gli organizzatori di C’est notre Terre! invitano il consumatore a una seria riflessione sui danni ambientali che possono provocare i nostri consumi quotidiani. Esempio: sapevate che l’acquisto di un vino rosso californiano è trenta volta più dannoso per l’ambiente rispetto all’acquisto di un vino della Bourgogne? Se il primo, importato via nave su migliaia di chilometri, ha un impatto sul clima pari a 1,4 kg di CO2, con il vino francese, trasportato per poche centinaia di chilometri dalla Francia al Belgio, il danno ambientale ammonta appena a 50 grammi di CO2. Stesso discorso per la carne: 250 g di bistecca argentina “costa” 2,3 kg di CO2, mentre quella belga non oltre 10 grammi di CO2.
Da questa brusca accelerazione provocata dalla globalizzazione il tempo degli ecosistemi (banchisa, estuario, foresta e terre agricole) rischia di uscirne a pezzi. La loro salvezza richiede saggezza e una presa di coscienza sul tempo che ci rimane prima di raggiungere il punto di non ritorno. Di chi la colpa? Ancora una volta C’est notre Terre! evita con cura di nominare quelli che sono i soliti capri espiatori. “Non vogliamo trasformarci in un tribunale che denuncia l’industria petrolifera piuttosto che il settore automobilistico” assicurano gli organizzatori. Il timore appare un filino eccessivo. Tanto più che la lista dei rimedi per salvare la terra (quarta sezione) si limita ad un invito ai consumatori di “interrogarsi sulle proprie abitudini” e al mondo pubblicitario, “specchio della nostra cultura, di anticipare i tempi e favorire un consumo alternativo”. In tempi di crisi economica, è forse meglio non aspettarci troppo dai politici che si riuniranno a Poznan.
- Lunedì 1 Dicembre 2008









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