- Tags: arte, mao, musei, Torino
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Mao è l’acronimo per Museo d’Arte orientale appena nato a Torino, uno spazio dedicato all’arte asiatica, islamica, cinese nel cuore del quadrilatero romano della città a Palazzo Mazzonis, che s’è inaugurato il 5 dicembre ed è diretto da Franco Ricca, docente di meccanica quantistica approdato sulle carovaniere di Marco Polo. L’architetto Andrea Bruno, esperto di restauro per l’Unesco, costruttore dei musei di Kabul e di Ghazni, quest’ultimo incenerito dai talebani, ha rivisitato l’architettura barocca e settecentesca dell’edificio sabaudo in chiave orientale, con la copertura del cortile, la realizzazione di un giardino giapponese essenziale fra eterea sabbia, bambù e muschi. In una struttura di specchi e poi di vetro si entra nelle sale, e si è subito in oriente: sculture, vasi, dipinti, sete e piastrelle color zaffiro, bronzi e pergamene tracciate da calligrafie come esercizi di perfezione, lacche e avori, mandala e paraventi, tutto un mondo asiatico di millecinquecento opere che vengono incontro e tolgono lo spettatore dal proprio eurocentrismo radicato, per indirizzarlo a una nuova necessaria visione allargata sul piano culturale verso il mondo dell’est.
E se il nome Mao, scritto come un ideogramma nel logo del Museo e in alto sulla parete esterna del palazzo, fa risuonare quello del grande dittatore cinese non certo amante e disponibile alla tradizione e all’arte, questo museo invece ridà a Mao quel che è di Mao, riconosce all’oriente tutta quella portata di cultura che ha notevolmente influenzato e plasmato anche l’occidente. E in una città come Torino dove il melting pot di razze sta di casa la funzione del Museo può esser quella dell’integrazione attraverso la cultura. Cinque le sezioni che possono esser viste come altrettanti musei autonomi, ognuno caratterizzato da una propria atmosfera.
Al piano terra c’è quello dedicato all’Asia meridionale, con particolare rilievo al Gandhara. Una grande testa di Budda ieratico in arenaria rossa maculata e la stele di Tara, la salvatrice, figura femminile del pantheon mahayanico accolgono gli spettatori. Alla Cina e soprattutto al suo materiale funerario è dedicata la seconda galleria. Fra India e Cina si sviluppa la terza area himalaiana, con la più vasta raccolta europea di copertine lignee dei volumi del Canone buddista; ai Paesi islamici e alle loro acrobazie calligrafiche e fitomorfiche invetriate in piastrelle dalle accensioni cromatiche azzurre di epoca sfavide e timuride (sogni da Samarcanda) è dedicata la quarta sezione sull’attico dove tutto acquista il sapore di fiaba; infine in un’area separata il Giappone, con l’imponente guardiano del monastero (Komgo Rikishi, XIII secolo) in legno di ginepro e La guerra Genpei, narrazioni di lotte in inchiostri e foglia d’oro sulla carta di paraventi del periodo Edo, metà del XVII secolo. Era stato Friedrich Nietzsche, nel 1888, a definire Torino “una via spirituale per l’Oriente”. A 120 anni di distanza, il Mao si candida ad offrire il supporto culturale e artistico perché quel remoto vaticinio si trasformi in realtà.
- Martedì 16 Dicembre 2008









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