Tre re magi della pittura, per chi non abbia ancora visto le loro mostre, portano in dono meraviglie. Ci regalano, per così dire, altri cieli: la bellezza della visione pura, il gusto del mistero, il disprezzo per il mondo com’è e uno spericolato amore per il vuoto. Uniscono Ottocento e Novecento nella convinzione che la pittura sia un sortilegio e ogni quadro un colpo di scena.
Il primo che ci viene incontro è il grande romantico inglese Joseph Mallord William Turner (1775-1851): Turner e l’Italia è la mostra che, aperta fino al 22 febbraio a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, organizzata da Ferrara Arte e National Gallery of Scotland di Edimburgo, rintraccia le fonti italiane dei sublimi paesaggi del pittore. Novanta opere (dipinti, acquerelli, tecnica nella quale Turner eccelse, taccuini, incisioni, libri illustrati) comunicano l’idea di un occhio apertissimo e mobile, continuamente in viaggio, desideroso di disfare il mondo estraendone solo un’essenza pulviscolare e luminosa.
Figlio di un barbiere londinese, già a 26 anni Turner era membro della Royal Academy. Si dice fosse ambiziosissimo e avaro, benché pochi dipinti siano capaci quanto i suoi di trasmetterci profondità, purezza, la preziosa impalpabilità dell’arte. Per tutta la vita cercò equivalenti pittorici di ciò che aveva emotivamente provato davanti alla natura. Ogni paesaggio è un evento. Il senso del divino scroscia sulle terre e sui mari che Turner contempla, sulle città italiane, Venezia, Roma, Napoli, che attraversa. Radure, cascate, forre, arcobaleni, tempeste, templi, velieri, onde anomale: il paesaggio eroico alla Claude Lorrain lentamente svapora, ne sopravvive lo spettro, spazio e materia al loro stato nascente, nutrientissimo alimento per le future ninfee di Claude Monet.
Anche il surrealista René Magritte (1898-1967) contemplò ossessivamente nuvole e cieli, magari bucando il corpo di un uomo in bombetta o di un uccello in volo. E come Turner anch’egli sentì che in natura c’erano più segreti che evidenze, ma la carta che giocò non fu quella di una vorticosa e confusa turbolenza bensì quella della calma, dell’esattezza.
Lettore di Edgar Allan Poe e belga come Georges Simenon, demolitore di abitudini visive e luoghi comuni, il commissario Magritte è mentalmente freddo quando investiga con precisione le figure, combinandole tra loro come rebus. Fatevene un’idea alla mostra Magritte. Il mistero della natura, aperta a Palazzo Reale di Milano (fino al 29 marzo): 100 dipinti, più alcuni guazzi e sculture (catalogo Giunti Arte).
Si commosse fino alle lacrime, Magritte, quando vide un quadro di Giorgio De Chirico (1888-1978). Al genio italiano, nel trentennale della morte, la Gnam di Roma dedica, fino al 25 gennaio, la mostra De Chirico e il museo (catalogo Electa). Cento opere teatralizzano lo sguardo del Pictor optimus sul passato (ammirato), sul presente (detestato) e su tutte le infinite maschere che sontuosamente indossa il non-senso del mondo.
- Mercoledì 31 Dicembre 2008









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