
Ayo (Credit foto: Universal)
Vagabondare. Con la mente e con il corpo, una chitarra in mano e un fiume di emozioni in testa. Per Ayo ormai è un’abitudine. Quasi un marchio di fabbrica che la nascita di un figlio e il successo clamoroso riscontrato con il primo album, Joyful hanno difficilmente intaccato. Dopo due anni dal famoso singolo Down on my knees, per la cantante più cosmopolita del pianeta “soul” (è nata a Colonia da padre nigeriano e mamma rom, cresciuta tra i gitani e sballottata tra due dimore fisse - Parigi e New York - da una voglia irrefrenabile di scoprire il mondo) era giunto il tempo delle conferme. La prima è stata ovviamente musicale, con un secondo album ben accolto dalla critica e un tour europeo trionfale che si concluderà a Poznan, in Polonia, il prossimo 19 febbraio. Ma per Ayo musica e anima fanno tutt’uno: Gravity at last (Gravità, finalmente) fa in realtà capo a un processo di maturazione in cui regola i conti con un’infanzia difficile (padre latitante e madre acolizzata) e una vita da star destabilizzante. “Ci ho messo un po’ prima di trovare un equilibrio” confida a Panorama.it nell’unica intervista rilasciata ai media durante il suo passaggio a Bruxelles. Nonostante una fragilità a fior di pelle, Ayo ha trovato “nella gravità l’antidoto giusto per combattere il successo”. Il resto è una questione di fortuna. E di incontri. L’ultimo in ordine di cronaca è stato con l’Unicef. “Mi hanno chiesto di diventare la loro ambasciatrice di buona volontà e io ho accettato. È un impegno di cui vado molto fiera. L’infanzia è il bene più puro e prezioso che abbiamo. La mia è stata un po’ caotica, e nonostante gli impegni professionali non potevo rimanere indifferente”.
Iniziamo dalla sua tournée. Francia, Germania, Svizzera, Belgio. Ovunque è la stessa musica: sale piene e entusiasmo alle stelle. Eppure non sono previste tappe in Italia. Come mai?
Organizzare un tour è molto complicato. Nel caso dell’Italia, c’è stato un problema di programmazione. Mi è dispiaciuto tantissimo, anche perché con il pubblico italiano mi sono sempre trovata benissimo. Ma la speranza è l’ultima a morire. Spero di venirvi a trovare in estate.
Che conferme aspettava da questo tour?
Un cantante spera sempre di vedere le sale stracolme, ma il successo non mi è mai interessato. Non faccio musica per essere una star, ma per regalare emozioni. Vedere la gente ballare e cantare insieme a me durante un concerto è la cosa più bella che possa accadare. È il punto d’arrivo di un lunghissimo processo che mi vede all’inizio impegnata a scrivere e comporre canzoni per me stessa. È uno di quei pochi momenti in cui ritrovo pace, serenità. Mi fa stare meglio. Ma la mia musica si materializza quando è condivisa. Il concerto è la massima espressione di questa condivisione e la conferma che qualcosa di buono è stato fatto.
Visto il successo clamoroso di Joyful, non era poi così scontato…
No, non lo era. Sapevo che Gravity at last avrebbe suscitato molte attese, ma sin dall’inizio della mia carriera ho fatto in modo che le pressioni non prendessero il soppravvento sulla mia persona e la mia musica. Non è stato facile, ci sono cose che non rifarei, all’epoca ero molto giovane, avevo un’energia diversa da quella che oggi mi spinge a rilasciare interviste o a promuovere un album.
Che cos’è cambiato?
Essere madre di un bambino di tre anni cambia radicalmente la tua visione del mondo. Ti rende più distaccata rispetto a certe cose e più attenta ad altre. Credo che il titolo del mio ultimo album riassume bene il periodo che sto attraversando.
Perché il titolo Gravity at last (Finalmente la gravità, n.d.r.)?
Grazie a Dio, il successo di “Joyful” mi ha regalato emozioni che non avevo mai vissuto in vita mia. Sembrava un sogno senza fine, esploso al termine di un’infanzia e un’adolescenza molto sofferte e travagliate. Ma il successo mi stava portando sull’orlo del precipizio. Dopo il trionfo europeo, sono andata negli Stati Uniti: concerti, campagne di promozione, viaggi da un capo all’altro del paese, ritorni in Europa, era come ripartire da zero. Gestire la famiglia diventava impossibile. Non ce la facevo più. Ho dovuto lottare molto per ritrovare me stessa. Poi di colpo è piombata la gravità, nata dalla volontà di riconquistare serenità, gli affetti familiari. Ho preso coscienza che non ero più soltanto figlia di due genitori, ma una madre di famiglia con un ruolo sociale diverso che mi ha consentito di essere più matura.
Come in Joyful, sembra che il passato continui a tormentarla. Perché?
Avevo dedicato il primo album a mio padre, ma da allora il nostro rapporto ha subito una profonda evoluzione. Il tour precedente mi aveva risucchiato talmente energia da non rendermi conto che non lo sentivo più da mesi. La nostra relazione era giunta a un punto morto. Così, ho scritto Lonely, era un modo per communicare con lui. Questo per dire che se in molte canzoni ci sono riferimenti al mio passato, ad esempio quelle dedicate a mia madre o alla mia infanzia, altre invece guardano al presente e al futuro. La famiglia è un tema centrale. Proteggerla dalle pressioni esterne non è facile, ma ci provo. La scoperta della gravità, cioè dell’essenza delle cose, è questo che mi consente di andare avanti.
Da cosa è stata dettata la sua scelta di incidere nelle Bahamas?
Inizialmente volevo registrare l’album in Jamaica, purtroppo non c’erano le condizioni tecniche per farlo in analogico. Non posso fare a meno di questo suono. C’è qualcosa di sporco, quindi di vero, che non ritrovo nel digitale. Le nuove tecnologie ti offrono un tale ventaglio di possibilità che finisco per perdere il filo conduttore della mia musica. L’idea di passare giorni, settimane in uno studio per pulire e ripulire un suono mi fa impazzire. Le registrazioni di Joyful e di Gravity at last sono durate appena cinque giorni, quasi in presa diretta. Nelle Bahamas c’è uno studio che si chiama Compass Point, con strumenti vintage incredibili. Ci hanno suonato dei mostri sacri della musica, Bob Marley tanto per citarne uno, ma anche i Rolling Stones.
Spesso dice di essere sconvolta da quanto accade nel mondo. Eppure con Gravity at last continua a scrivere testi su un registro intimo. A quando canzoni politicamente impegnate?
Ogni artista è libero di esprimere i suoi pensieri come meglio crede. Ci sono mille modi per communicare al pubblico i problemi umani, i rapporti di potere. Alcuni cantanti preferiscono fare testi politici espliciti, ma io della politica non mi fido. Il registro intimo mi consente di affrontare il mondo su piccola scala. Alla base dei rapporti umani ci sono i sentimenti: la gelosia, l’invidia, le paure, il dolore, ma anche la gioia, l’amore. Oggi le persone si sentono molto sole, isolate. Questo isolamento non porta nulla di buono. Se con la mie canzoni riesco a far riflettere una persona sui sentimenti che ci contraddistinguono, allora posso dire che il mio lavoro è fatto. La condivisione è la parola chiave della mia musica. In questo mondo ne abbiamo terribilmente bisogno.
- Venerdì 13 Febbraio 2009









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Commenti
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Il 24 Febbraio 2009 alle 16:26 Ayọ: 2009.02.13 (article) ha scritto:
[...] Source: http://blog.panorama.it/cultur.....finalmente [...]
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