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Nella foto: Mark Dion, Concerning Hunting, Hunting Blind-The Librarian, 2008 (Credits: Adolf Bereuter, courtesy the artist and Georg Kargl Fine Arts Vienna)
Come bisogna vedere una mostra che parla del piacere estetico della caccia? L’approccio drammaticamente si divide subito fra chi è visceralmente contrario alla caccia e chi invece la ama. Ma fosse così semplice! Ecco una mostra come Concerning Hunting, alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Modena, che mette in crisi posizioni apodittiche.
La rassegna rimarrà aperta fino al 26 aprile, ed è curata da Dieter Buchhart e Verena Gamper, catalogo edito da Hatje Cantz, con un saggio introduttivo di Angela Vettese, in cui le pagine sono elegantemente contornate da frasche. Nel vasto salone della Galleria sono costruite quattro torrette di avvistamento, quelle utilizzate dai cacciatori per osservare e attendere la preda. A questi gabbiotti-palafitta, che sono simboli di una ricostruita edenica primitività, fatta generalmente per singoli Adami (nel rifugio torretta infatti si installa quasi sempre solo una persona o sono ammessi pochi amici scelti), si accede alcune volte con scale irte.
Lo spazio interno delle quattro installazioni modenesi rivela il mondo minimo, concentrato di quattro maniacalità in cui si rispecchiano altrettante tipologie dei “grandi predatori”. Ecco ad esempio il cacciatore-dandy: il suo spazio è fatto di comfort, vecchi brandy da sorseggiare nell’attesa del giusto colpo. Non mancano vasellame e vassoi d’argento, trofei di corna e un trionfale corno da caccia, uno specchio riflette il tutto per ulteriore, snobistico piacere. C’è poi il cacciatore-bibliotecario, con una scelta precisa di libri sul mondo della natura e delle bestie, il fucile è lì a portata di mano, lustrato e oliato, vicino all’immancabile pipa; il cacciatore bibliotecario assapora cultura e tabacco, per un piacere lento più contraddittoriamente consapevole della morte che va a infliggere. Il capanno del cacciatore-ingordo è vasto; la caccia è cibo, non quello della sopravvivenza, ma quello del piacere conviviale fra salamotti, prosciutti impepati appesi, tutti prodotti sostitutivi di un ideale mattatoio, scannatoio e trattamento ben riuscito delle carni di animali cacciati; il tutto annaffiato generosamente da riserva reale di vini su tavola imbandita con un servizio di piatti in tema. Tocca infine all’habitat del cacciatore-sciatto, dove il manifesto della playmate, la coniglietta, trionfa. Con un gioco di parole si potrebbe dire la play- meat, carne di coniglietta su cui fare il tiro assegno e guarda caso nel gabbiotto non manca il quadrante con le freccette, perché questo è un cacciatore sempre in tiro.
L’allestimento continua sulle pareti dove si presenta la vasta scelta fotografica di trofei di caccia, fra arie stolide o di superiorità sull’orso o sull’antilope o sul leone, sguardi con quel tanto di fanfaronesco che accompagna sempre il cacciatore come il pescatore o il cacciatore di uomini. Fa parte dell’allestimento una quinta torretta in frantumi, crollata a terra come una malinconica rovina, quasi a indicare che la caccia è finita. Eppure quando si è dentro in mostra ci si sente prede o cacciatori: Mark Dion è riuscito paradossalmente a produrre con la sua installazione effetti di realtà e a toccare un nervo scoperto. L’efficacia interattiva della mostra sta nel suo produrre effetti di realtà, bisogna dire che verrebbe voglia di distruggerla: un effetto controverso che aveva fatto nascere anche Cattelan con i suoi fantocci impiccati su un albero a Milano. Che lo vogliamo a no, sembra dirci Dion, la caccia continua. E sta a noi scegliere da che parte stare.
- Giovedì 26 Febbraio 2009









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