Di Vittorio Sgarbi
Sbaglierebbe chi pensasse che il modello di bellezza femminile esaltato nell’opera di Antonio Canova sia superato o contraddetto da quello del nostro tempo, provocatorio, trasgressivo, anche ambiguo. Forse, per trovare corrispondenze, sarebbe necessario risalire molto più indietro, all’immagine sensuale e ammiccante dell’Efebo di Mozia, caldo capolavoro del Quinto secolo avanti Cristo. In realtà è proprio il nostro secolo a mostrare un culto per la donna che trova la sua massima esaltazione nella moda femminile.
È difficile non pensare che proprio alla bellezza perfetta, illustrata da Canova, si siano ispirati stilisti e artisti come Valentino e Roberto Capucci. Certo il nostro è il tempo delle contraddizioni e possiamo veder convivere anche altre immagini della donna, come quella voluta da Vivienne Westwood o Roberto Cavalli. Ma, nella percezione generale della bellezza femminile, e anche in quella che di sé persegue ogni donna, Cavalli non può prevalere su Canova. Così, anche se andiamo ai modelli cinematografici di maggiore successo, non è improprio definire canoviana Audrey Hepburn o, in tempi più recenti, Nicole Kidman o Gwyneth Paltrow.
Non diversamente figure oscillanti tra la moda, il teatro e lo spettacolo come Carla Bruni, Sabrina Colle, Claudia Schiffer e, ancora, Valeria Mazza sono canoviane, per grazia, proporzioni, eleganza. Dunque l’ideale classico non è tramontato e gli esempi citati indicano il condiviso riconoscimento dell’aspirazione alla bellezza più alta. Essa non può essere confusa, e non lo è, con i modelli televisivi, scomposti e volgari, che non hanno né aura né distanza.
Chi osserva Ebe, la scultura, che ha dato origine alla bella mostra Canova. L’ideale classico tra cultura e scultura nei musei di San Domenico a Forlì (fino al 25 giugno), non potrà non avvertire che Canova ha colto una situazione assoluta, senza tempo, che può intercettare l’antico e il moderno, l’armonia dei greci e l’eleganza delle figure femminili contemporanee. Il grande amico di Canova, il ferrarese Leopoldo Cicognara, aveva perfettamente osservato che, nella bella Ebe, «il bilanciarsi in avanti, fendendo l’aria con una certa velocità, produce l’effetto naturalissimo che i panni respinti all’indietro possono disegnare senza alcun genere d’affettazione il nudo sottoposto. L’alzar d’un braccio nel versare dal vaso il liquore svolge così abilmente tutto il contorno della figura, che, sebbene l’occhio la trovi panneggiata coll’estrema decenza, nulla di meno l’avidità dello sguardo ne discerne ogni lineamento, non altro spirante che la prima freschezza delle forme».
D’altra parte se, con l’eccezione di Roberto Longhi, l’opera di Canova è intesa come la sintesi di più di due millenni di bellezza classica, evidentemente in essa vi è un’essenza che non può essere soggetta alle mode e al trascorrere del tempo. Lo aveva inteso Stendhal, vivente l’artista: «Canova ha avuto il coraggio di non copiare i greci e di inventare una bellezza come avevano fatto i greci».
Ed è per questa ragione, certamente, che lord Elgin gli chiese di restaurare i marmi del Partenone appena arrivati a Londra, come se soltanto Canova potesse riprodurre la vita trattenuta in quelle forme («I nudi sono vera bellissima carne»). A pochissimi evidentemente è dato, per una sintesi di pensiero, per una intuizione formale, di rendere viva la pietra, e con ciò stabilire un archetipo che non può tramontare e che la vita stessa riproduce. Lo si chiama ideale classico, ma in realtà è la coincidenza tra la vita reale e la vita calata nella forma.
Così di fronte a un altro capolavoro esposto a Forlì, la Venere italica da Palazzo Pitti, nessun precedente classico può essere evocato perché da esso possa originare questo esito neoclassico, come la classificazione storiografica sembra esigere, e anche perché il capolavoro di Canova fu concepito per sostituire la Venere dei Medici portata a Parigi da Napoleone.
In realtà Canova si pone in una diversa dimensione che è quella osservata da Stendhal e condivisa da Ugo Foscolo: «Io ho dunque visitata e rivisitata, e amoreggiata e baciata e – che nessuno il sappia – ho anche una volta accarezzata questa Venere nuova».
Canova abbellì la sua nuova dea di tutte quelle grazie che ispirano un non so che di tenero ma che muovono più facilmente il cuore. «Insomma se la Venere dei Medici è bellissima dea, questa che io guardo è bellissima donna; l’una mi faceva sperare il Paradiso fuori di questo mondo e questa mi lusinga del Paradiso in questa valle di lacrime».
Per questo Canova è vivo: perché ha trasportato l’ideale nel reale.
- Domenica 1 Marzo 2009









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