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LA GALLERY
“Noi siamo la supremazia del nuovo”, scrive Malevich nel 1920, sostenendo che l’artista moderno deve guardare a un’opera finalmente liberata da finalità figurative, a un’arte scavata fino alle sue radici essenziali, al supremo ritrovamento del solo e puro colore. Nasce con Malevich il suprematismo russo, l’astrazione radicale che lo porta a dipingere Quadro bianco su fondo bianco, a conclusione del percorso pittorico dei ‘bianchi e neri’, ‘bianchi e colori’ e sono proprio Quattro quadrati, scanditi in bianco e nero, e Quadrato rosso (1915), intitolato anche Realismo pittorico di una contadina a due dimensioni, a campeggiare nella mostra Chagall, Kandinskij, Malevich - Maestri dell’avanguardia russa a Como, fino al 26 luglio, nella sede della splendida Villa Olmo affacciata sul lago.
Sono 80 le opere provenienti dal museo di San Pietroburgo, in questa mostra curata da Sergio Gaddi ed Evgenia Petrova, (catalogo Silvana editoriale, www.grandimostrecomo.it) per indagare fino agli anni Trenta l’attività di questi tre grandi artisti russi, che sviluppano in modi diversissimi una rivoluzione in pittura. Il termine ‘avanguardia’ è il fil rouge della mostra ed è un vocabolo militare che rimanda in campo artistico all’annientamento dell’esistente, del passato anacronistico. L’azione di distruzione/costruzione deve essere totale e coinvolgere l’intero contesto culturale, sociale e politico, come avveniva negli stessi anni col futurismo in Italia, aperto a 360 gradi, fino a postulare la “guerra, sola igiene del mondo”.
Quello che accade in Russia, in un capitolo della sua storia nello stesso tempo rivoluzionaria e tragica, è la deflagrazione dell’arte in una libertà creativa unica. La mostra di Como può esser letta quindi come un correlativo oggettivo di quello che avviene a Milano nei festeggiamenti del centenario futurista e sicuramente Malevich, che nel 1913 proclama in un manifesto il cubofuturismo russo, è quello più vicino alle pattuglie avanzate di questa trasformazione radicale, ma poi con i richiami all’ordine verso il figurativo voluto da Stalin, ecco che nei suoi quadri appaiono matrioske-contadini, in spirito nazional-socialista come quella Testa di contadino (1928-29) simbolo della mostra.
Altro è l’incanto di Chagall, del suo spirito libero, aereo. Basta guardare lo spettacolare L’ebreo russo, Lo specchio, Gli amanti in blu, La bottega del barbiere dai colori argentini, dalla forza cromatica propulsiva del fauve, per capire che niente è più agli antipodi dal suprematismo di questa pittura dove freschezza e felicità dell’infanzia si abbracciano.
Anche con Kandinskij si approda ad una nuova rivoluzione, verso lo Spirituale nell’arte secondo il titolo di una sua opera. Le opere degli anni Dieci sono ancora immerse nell’amore per l’arte popolare, russa, poi tedesca o per soggetti mitologici (gli oli su vetro delle Amazzoni in mostra incantano); successivamente l’artista lavora sul senso dei colori, sradica dai quadri ogni riferimento spaziale, usa La linea e il punto (altro titolo di un suo testo) nello stesso tempo elementi di confine e colori autonomi, come nei Due ovali 1919, o nella Figura femminile 1915, e Paesaggio 1915; si approda all’astrazione, dove il colore accende accordi musicali.
Alla conclusione nel percorso della mostra di Como c’è una chicca, i lavori di un artista poco noto: Pavel Filonov, ostracizzato dal regime russo, creatore dell’arte analitica, alla quale resterà fedele lungo tutta la sua vita di stenti e censure. Le due teste (1925) o Animali (1930) chiariscono cosa intenda Filonov per analisi: il bisogno di “disegnare tenacemente e con precisione ogni atomo” della realtà. Tutto lo spazio della tela è coperto di particelle, fili colorati, così strettamente intrecciati da non lasciar sussistere il minimo spazio: l’horror vacui, anche l’orrore della dittatura degli anni Trenta in Russia per un attimo vengono messi a tacere dall’arte.
- Domenica 12 Aprile 2009









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