
Di Salvo Barbasso
“Le mie ma-donne sono innanzi tutto delle donne poi trasformate, rivestite, truccate. Il corpo femminile come luogo immaginario che evoca la bellezza, questa si può manifestare in varie forme: un corpo da plasmare, da trasformare fino a farlo diventare un concentrato di stratificazioni ridondanti, ricco di significati diversi. Un creare aggiungendo, moltiplicando, fino ad arrivare ad un’essenza: la femminilità”: così Roberta Torre, regista milanese, presenta la mostra di ritratti fotografici che in visione all’Archivio Storico di Palermo dal 28 marzo scorso ha fatto registrare un record di visitatori.
Curata da Sergio Toffetti Ma-donne, questo il titolo della mostra (realizzata con il contributo dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana e della Sicilia Film Commission), è composta da ventidue ritratti. Panorama.it ha incontrato Roberta Torre.
Chi sono in realtà le sue donne-madonne?
Una stende la biancheria sui fili spinati di una delle tante guerre in corso, un’altra allatta in un Mc Donald e nessuno la considera, una madonna del sacro cuore che ha attraversato epoche future vedendo cose che gli uomini non potrebbero mai immaginare, una madonna casalinga che riceve la lieta novella da un televisore angelico.
Come ha scelto le protagoniste dei suoi scatti?
Ho cercato delle donne che potessero rappresentare tutto l’universo femminile. Una maestra d’asilo, una infermiera, impiegate in aziende varie, alcune di queste avevano già delle piccole esperienze di recitazione amatoriale. Sono donne non necessariamente siciliane ma rappresentative di una specie di “viaggio in Italia” che richiama quelle affascinanti cartoline degli anni 50′.
In questa sorta di sacra rappresentazione quanto c’è di sacro e di profano?
La mostra è una sorta di riflessione ma assolutamente con i caratteri del gioco, di un rapporto possibile tra sacro e profano. Volevo lavorare sull’idea del sacro ma in maniera realistica, ritrovando sui volti di queste donne le loro caratteristiche fisiche e psicologiche evidenti. Ma-donne anticipa in qualche senso il film che a settembre inizierò a girare in Sicilia e che racconta la storia di Manuela.
Può darci qualche anticipazione?
Manuela è una ragazza di 15 anni che un giorno, per noia e per gioco, si inventa di potere fare dei miracoli. Da quel momento irrompe nella sua vita un’umanità affamata e bisognosa che le chiede di tutto: dal posto di lavoro perduto alla vincita, per la squadra di turno, del campionato di calcio.
Il titolo del film è “I baci mai dati”, lo gireremo fra Catania e Ragusa.
Si tratta di un ritorno alla iconografia siciliana tradizionale?
La Sicilia è sicuramente un luogo privilegiato perché c’è molta energia popolare. In questi ultimi anni ho lavorato a Milano, è evidente che nel percorso di una regista ci debbano essere delle esperienze diverse legate alle sensazioni e alle emozioni del momento.
Il nuovo film rappresenta un ritorno alle origini, alla Palermo di Tano da morire?
Quella Palermo è molto cambiata. Ho deciso dopo aver girato qui ben tre film (Tano da morire, Sud Side Stori, Angela) di trasferirmi a Milano perché credevo si fosse esaurito quel filone che aveva ispirato il mio primo cinema. Non posso dire che il nuovo film rappresenti un ritorno perché in realtà Palermo è rimasta nel mio cuore con le sue potenzialità e le enormi contraddizioni.
Quella di Manuela è una storia vera?
Nei miei film c’è sempre un filo-conduttore legato ad atmosfere e personaggi realmente conosciuti. Ho incontrato tante ragazze che le somigliano ma la sceneggiatura del film è originale, molto legata alla sacralità e al costume.
Ha già scelto i protagonisti?
Per il ruolo della protagonista stiamo iniziando il casting, abbiamo scelto quello della madre, Rita, che sarà interpretato da Donatella Finocchiaro.
Che rapporto hanno madre e figlia?
Mentre la madre vorrebbe sfruttare la situazione e visto il seguito che ha la ragazzina, farne un business, Manuela invece ha paura delle responsabilità e vorrebbe mollare tutto. Fare la santa non è poi così facile.
Non ha paura di passare per regista dissacrante?
Sono credente, affrontare il tema con ironia non vuol dire essere dissacrante. Mi piace lavorare su un’idea visiva forte ed incentrare la storia sul rapporto diretto fra immaginazione e realtà.
Come andrà a finire?
Suo malgrado Manuela il miracolo riuscirà davvero a farlo. Ne scaturiranno una serie di situazioni incredibili che renderanno la vicenda ancora più misteriosa e affascinante.
- Martedì 21 Aprile 2009
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