Uno: questo il titolo in verde acido sulle pareti della mostra aperta a Modena, negli spazi dell’ex ospedale Sant’Agostino. Uno come l’inizio di una conta, come il primo capitolo di una storia, o come la pietra iniziale di una costruzione, perché dopo questa rassegna sulla fotografia italiana il curatore Filippo Maggia prevede altri capitoli, per costruire una raccolta, una vera e propria biblioteca fotografica contemporanea di artisti internazionali.
La mostra Uno che rimarrà aperta fino al 24 maggio (catalogo Skira), prende avvio dal genius loci locale, perché proprio qui nella città della Ferrari e del rock padano (dalle Equipe 84 a Vasco Rossi) in quel paesaggio che va dalla “Via Emilia al West”, come canta Guccini, anche la fotografia ha avuto ed ha grandi maestri. Da Franco Fontana a Franco Vaccari, a Luigi Ghirri (reggiano, ma che ha mosso i primi passi nella fotografia a Modena), tutti e tre sono rappresentati in mostra insieme, con un numero consistente di immagini che hanno fatto scuola, e accanto a loro, altri due grandi fotografi, Mimmo Jodice, partenopeo e Gabriele Basilico nato a Milano.
Il progetto della mostra è individuare lo spostamento d’uso dell’immagine fotografica dagli anni Settanta agli Ottanta: esemplare per seguire questo mutamento il percorso di Mimmo Jodice. Nell’Italia degli anni 70, Jodice usa la camera fotografica come registrazione dell’ “anima della sua città, Napoli”, fra poesia e degrado. Le sue immagini non sono mai un reportage, neppure gli scatti dei malati di colera e del deterioramento urbano, della malattia mentale o industriale. Jodice cerca il senso ultimo e sospeso della morte. È questa metafisica dello stupore nero che lo porta alla svolta dagli anni Ottanta, con le rappresentazioni delle statue greco romane segnate in modo permanente dalle stimmate del tempo: corrosioni, rotture, rovine. Gli scatti diventano sia un’esortazione a non dimenticare, sia l’avvertimento della vicina dissipazione del genere umano, cioè della scomparsa della nostra identità, se privi di memoria.
Dagli scavi vesuviani di Jodice al “narratore delle pianure” Luigi Ghirri, vero innovatore dello scatto fotografico, morto prematuramente nel 92. Il suo incontro e l’interscambio culturale con Franco Guerzoni e Franco Vaccari porta questo geometra alla mappa lenticolare della quotidianità minuta negli anni 70: ne esce un humus concettuale che dà nuovo valore al semplice esserci del banale quotidiano, poi negli anni 80 nasce Il profilo delle nuvole e successivamente la serie di immagini di Versailles. Il modo di pensare la fotografia cambia: l’obiettivo dello scatto di Ghirri diventa il paesaggio e in queste fotografie apparentemente il talento sembra non esserci, perché si rivela in un dettaglio, una luce, una prospettiva, un alito dal peso minimo, i 27 grammi di anima. Franco Fontana abbaglia con i suoi cromatismi, crea paesaggi e immagini urbane (splendide quelle americane) dalle intensità terse e rigorosissime e dalla precisissima partizione, dimostrando come, nel paesaggio naturale e urbano, si possa ritrovare un’astrazione geometrica alla Mondrian.
Il più rigorosamente teorico del gruppo è Franco Vaccari. Nel video che scorre in mostra Vaccari precisa come sia nato il progetto del suo Bar Code-Code Bar presentato alla Biennale del 1993. La riflessione è sull’espropriazione da qualsiasi elemento di senso propria del codice a barre, estraneo a qualsiasi valore immaginativo. Di qui l’dea di costruire il Bar Code, cioè dare un’anima, uno spazio fisico a chi non ce l’ha, ridare sangue ad una larva della modernità. Per ristorarsi al termine della mostra, si entri pure nel Code Bar ricostruito qui. Fra luci ovattate e una falsa luna, lo spettatore seduto a tavolino “entra” definitivamente nell’opera, annullando ogni distanza fra l’illusione della realtà e la realtà dell’illusione artistica.
IL VIDEO
- Lunedì 4 Maggio 2009







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