
Si entra nell’Ara Pacis di Roma accolti da sette imponenti coloratissime colonne in ceramica smaltata dalla collezione di 12 Colonne per Superego (2008) e lo spirito ironico sottile già pervade il visitatore. Poi si scende nella cripta, nello spazio espositivo del piano sottostante e qui il segno dissacrante e solare, divertito e funzionale del designer e architetto Alessandro Mendini (Milano 1931) si anima in cento oggetti e progetti di quasi mezzo secolo di storia del design italiano.
Lievità e intelligenza è quello che si prova guardando la multiforme produzione di Alessandro Mendini a cui è dedicata l’omonima rassegna che rimarrà aperta fino al 5 luglio (il catalogo è delle edizioni Corraini).
Dopo le precedenti mostre su Valentino, Prouvé e Munari, l’Ara Pacis si rivela uno spazio ideale per le mostre di design e moda, e un design come quello di Mendini coniuga l’innovazione, la radicale reinterpretazione, con il principio classico del miscere utile dulci, del mescolare l’utile al diletto, come i cavatappi per Alessi: il vecchio triste oggetto si veste da vezzosa fanciulla ed ha anche un nome: Anna G. che con i suoi boys, i cavatappi maschi, fra cui Alessandro M., proprio il suo alter-ego, tutti insieme formano un’orchestrina di “spirito”. Ed ecco poi gli swatch colorati , secondo quella tecnica del puntillismo con cui Mendini ha tratteggiato anche la famosa poltrona Proust , una poltrona “in fiore” la miglior rappresentazione delle fanciulle proustiane altrettanto in boccio.
E, ancora, vetri di Murano, le maniglie ricoperte da tessere di mosaico, una sezione di anelli e quella dei progetti, anzi del “progettare orizzonti” dalla Casa della Felicità sul lago d’Orta alla metropolitana di Napoli.
Fondamentale il Mendinigrafo: strumento con cui tracciare e moltiplicare gli stilemi ricorrenti del proprio pensiero, quando tutti gli altri architetti lavoravano ancora di squadra e riga.
La sezione “Progettare pensieri” è l’ espressione della grande libertà di Mendini, direttore di riviste prestigiose come Casabella e Domus, di progettare e pensare fuori da schemi avvinghianti o di facciata.
Anzi, in mostra si trovano alcune divertanti bacchettate allo strapotere dei designer secondo il principio castigat ridendo mores (castiga i costumi ridendo): ecco la parodia giacca da designer, tutta marchi e firme peggio di quelle tute straboradanti di etichette sposorizzate dei piloti della formula Uno. O ancor meglio il bicchiere imbevibile del 1979 in bronzo: la forma è quella di un disco volante con al centro un buco che “sembra” un bicchiere. Intorno infatti c’è il disco ed è impossibile bere, a meno che non si sia un cane. Oggetti così impossibili per ricordare che la finalità di un buon design è estetica e utilità. Sulla parete della mostra alcune riflessioni di Mendini: “Percepisco la modernità prima come minaccia, poi seduzione, i miei oggetti si pongono in essa come anticorpi, come anomalie, come fiori.” Garbato anti-Duchamp, Mendini non integra l’oggetto d’uso nel mondo dell’arte, ma questa nel mondo degli oggetti, per un “dacci oggi il nostro bello quotidiano” che è l’ironica sfida del “creativo” di professione a quella mercificazione che è il tormento e l’estasi d’ogni arte applicata, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.
- Mercoledì 27 Maggio 2009







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Commenti
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Il 30 Ottobre 2009 alle 13:39 Top Model ha scritto:
Ultimi giorni per la mostra su Alessandro Mendini…
Attualmente il museo dell’Ara Pacis di Roma sembra caratterizzato da una vera e propria commistione fra architettura antica e contemporanea. Da una parte, infatti, troneggia imperterrito il celebre e mastodontico altare fatto erigere dall’imperator…
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