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Rebranding Africa - Il nuovo volto dell’Africa

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  • Tags: africa, Bono, Obama
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Bono vuole cambiare musica

di Bono

QUANDO: Imminente. Anzi, proprio in quest’istante.

Presto l’Air Force One atterrerà ad Accra, Ghana. Gli africani daranno il benvenuto al primo presidente afro-americano degli Stati Uniti. E sul continente, la copertura mediatica sta attribuendo lo stesso peso a entrambi i lati del trattino.
E noi, bè, quando il presidente Kennedy venne in Irlanda nel 1963, pensavamo che fosse fantastico. (E fu fantastico, anche se io ero molto piccolo. Da dove vengo io, JFK viene ancora ricordato come un ragazzo del posto che ha fatto molta, molta strada).

Ma oggi l’”Africa-nità” del presidente Obama è soltanto una parte (una parte intrigante, diciamolo) della storia. Le notizie che circolano via cavo possono anche far pensare che il grande protagonista dell’evento sia proprio lui - ma qualcosa mi suggerisce che non sarà così. Se avesse intrapreso un viaggio per motivi sentimentali, sarebbe andato in Kenya, per ritrovare alcuni di quei “sogni di suo padre”.

Obama ha fatto una scelta diversa, ed è stato piuttosto chiaro sulle ragioni che l’hanno spinto a compierla. Nonostante la sua indescrivibile bellezza, infatti, e le sue recenti vittorie sugli Anopheles, gli insetti portatori della malaria, il Kenya continua ad essere un paese tormentato da una corruzione dilagante e da disordini politici: due elementi che confermano troppi di quei titoli che leggiamo di solito sui giornali occidentali quando si parla di Africa. Il Ghana, al contrario, quei titoli li mette in discussione. Senza alcun atteggiamento di sfida o rancore, ma in puro stile ghaneano: cool ed estemporaneo. Stiamo parlando di un paese in cui la musica più ascoltata è il jazz; che molto tempo fa ha inventato un nuovo genere musicale chiamato “highlife”, che si è poi diffuso in tutta l’Africa - diventato, di recente, “hip life”, che è un po’ quello che salta fuori quando l’hip hop incontra il reggaeton che incontra il rhythm’n'blues che incontra le melodie ghaneane, se vi siete aggiornati (e dovreste, credetemi). Durante una mia visita in Ghana, ho incontrato il ministro del Turismo e ho tentato di vendergli l’idea di rilanciare il paese come “luogo di nascita del cool”. (Pensate soltanto alla musica di Miles, o alla conversazione di Kofi.) Lui ha sollevato qualche obiezione… un po’ troppo cool, mi sa.

In silenzio, con umiltà - ma anche con eroismo - il Ghana lavora giorno dopo giorno per riscattare l’immagine di un continente marchiato a fuoco. Il nuovo volto dell’America incontra il nuovo volto dell’Africa.

La Repubblica del Ghana è ben governata. Dopo le ultime elezioni, il potere è passato di mano in maniera pacifica. La società civile, d’altro canto, sta conquistando un peso sempre maggiore. La crescita economica procedeva ad andatura sostenuta perfino prima che al largo delle coste venisse trovato il petrolio, qualche anno fa. E sebbene all’inizio sia stato sbatacchiato dai marosi del tracollo finanziario mondiale, il Ghana si sta dimostrando in grado di domare la tempesta. Normalmente non mi azzardo a dare consigli finanziari - ai quartieri generali del Times scatta subito l’allarme - ma eccovene uno: comprate ghaneano.

Non è insomma una coincidenza che il Ghana si stia avviando a grandi passi verso il conseguimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Ora come ora, è una delle poche nazioni africane che ha qualche chance di raggiungere il traguardo entro il 2015.

Nessuno è riuscito a trafugarmi una copia del discorso che il presidente terrà in Ghana. È abbastanza chiaro, tuttavia, che non si concentrerà unicamente sui problemi che affliggono il continente, ma anche sulle opportunità di un’Africa che sta risalendo la china. E se è quello che farà, gli incoraggiamenti più sentiti proverranno dai membri della classe media africana, sempre più numerosi e stufi di essere trattati con condiscendenza, o di sentir intonare il canto del loro maestoso continente in tonalità minore.

Una melodia che ho suonato anch’io. Ho parlato di tragedia, di emergenza. Un’emergenza che continua ad esserci, se circa 2000 bambini africani muoiono ogni giorno per il morso di un insetto: un’emorragia del capitale umano che non può essere accettata come “normale”.
Ma l’esempio del Ghana chiarisce una volta per tutte che in questa melodia l’accordo è uno soltanto. In mezzo a povertà e malattia ci sono possibilità di crescita e investimenti - crescita e investimenti che non elimineranno nel giro di una notte la necessità di assistenza, per quanto intensamente sia noi che gli africani possiamo desiderare una prospettiva del genere, ma che col tempo permetteranno di costruire strade, scuole, impianti elettrici, di dare una spinta al commercio, fino al giorno in cui gli aiuti cederanno il passo ad accordi commerciali, a trattative d’affari e a un reddito interno della nazione.

Obama può fare in modo che quel giorno sia più vicino. Sa che il cambiamento non sarà facile. La corruzione cinge d’assedio i riformatori africani. “Se combatti la corruzione, lei combatterà te” ha detto una volta un ex funzionario nigeriano che aveva intrapreso la sua battaglia per una società e una politica più etiche.

Dal suo pulpito di potente, il presidente può alzare la voce contro chi del potere fa un uso distorto. Se non c’è trasparenza, non ci sono neanche opportunità. E se questa non è una massima, dovrebbe diventarlo. È una cosa ovvia, a dirla tutta. Il lavoro della Millennium Challenge Corporation, istituita dal governo americano, si fonda proprio su questo principio, sebbene non lo esprima in maniera tanto cruda. I sussidi in dollari americani sono destinati in maniera crescente a paesi che li utilizzeranno senza sperperarli. Il Ghana è uno di questi. E gli altri sono in costante aumento.

Per tutto ciò bisogna ringraziare africani come John Githongo, l’ex direttore della commissione anti-corruzione del Kenya - uno dei miei eroi, che ha aperto la strada a un nuovo genere di trasparenza, dal basso verso l’alto. Sforzi come i suoi, che stanno prendendo sempre più piede nel continente, meritano un supporto maggiore. Di tipo presidenziale. Poi c’è il pugno morale e finanziario della Nigeria - Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministro delle Finanze del paese e ora co-direttrice della Banca Mondiale - in prima linea per aiutare le nazioni africane a recuperare i beni saccheggiati da funzionari corrotti. E infine la Extractive Industries Transparency Initiative (Iniziativa per la trasparenza nelle industrie estrattive), che sta supportando paesi come il Ghana nel “ripulire” le attività economiche che gravitano attorno a petrolio, minerali e gas, per garantire che i profitti non finiscano nelle mani di cleptocrati.

L’attenzione di un presidente potrebbe essere un asso nella manica per battaglie come queste - un’iniezione di amminoacidi politici ed etici che, in ogni caso, darebbe una spinta anche ai sussidi in dollari. Dovrebbe essere una buona notizia per gli otto premier riuniti in Italia, a cui Obama manda un “arrivederci” - con accento hawai-chicagoano - mentre decolla per l’Africa.

E a quanto sembra, uno dei risultati del summit di questa settimana sarà un nuovo impegno da parte del G8 nel campo delle politiche agricole. (Per ora, nuovi soldi: America. Vecchi soldi: tutti gli altri.) Questa è la buona notizia che Obama porterà al Ghana dall’Europa. La notizia un po’ meno buona - che paesi come la Francia e l’Italia non adempiranno ai loro obblighi nei confronti dell’Africa - rende la visita di Obama ancor più necessaria. Gli Stati Uniti d’America sono una di quelle nazioni decise a mantenere gli impegni presi, e Obama ha già dichiarato che ha intenzione di ampliare la straordinaria eredità lasciata da Bush.

Il presidente conta di fare ritorno in Africa per la Coppa del Mondo, nel 2010. In questo lasso di tempo ha la possibilità di convincere altre persone a investire - dal basso verso l’alto - sui recenti successi dell’Africa e a trarre un insegnamento dai suoi fallimenti. Di entrambi non mancano esempi. Nel nostro angoscioso rapporto con questo dinamico continente siamo stati testimoni del bene, del male e dell’orrido.
Il presidente può facilitare la strada a ciò che è nuovo, fresco, diverso. Molti degli accordi - alcuni di vecchia data e altri di trascuratezza cronica - scadranno nel 2010. Nuove promesse, da partner soliti e meno soliti, dal G8 al G20, devono essere stipulate - e stavolta mantenute. Se è vero che molte nazioni africane (non solo il Ghana) stanno per raggiungere gli Obiettivi del Millennio, avranno bisogno di avere al loro fianco partner in gamba, negli affari e nello sviluppo. “In gamba” nel senso di: sostenibile, ragionevole, trasparente, responsabile.

L’Africa non è soltanto la terra di Barack Obama. È anche la nostra. La culla dell’umanità. Ovunque ci abbiano condotto i nostri viaggi, è lì che sono iniziati, tutti quanti. La parola che usa Desmond Tutu è ubuntu: “Io sono perché noi siamo”. Finché non l’accetteremo, come dice lui - e non impareremo ad apprezzarlo - non saremo mai veramente completi.
Non sarà forse che, in questo senso, tutti gli americani sono afro-americani?

Traduzione di Silvia Montis. © 2009 Bono/The New York Times. Questo articolo è originariamente apparso sul The New York Times del 9 luglio. (Distribuited by The New York Times Syndicate)

  • redazione
  • Mercoledì 29 Luglio 2009
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