
La prima volta che lo vidi capitò quasi per caso, passato in seconda serata su qualche canale che non ricordo… ma lo catturai subito in una vecchia Vhs che conservo ancora non so dove. Oltre Rangoon (Beyond Rangoon) non è certo il film più celebrato del regista britannico John Boorman, ma per me è quello più amato. Tramite gli occhi blu polvere, smarriti e increduli, di una giovane Patricia Arquette, allora ventisettenne, ho conosciuto “da vicino” la Birmania e il suo dramma, ho amato il volto dolce di Aung San Suu Kyi e gli ideali di giovani calpestati con i fucili e il silenzio.
Due giorni fa 7 Gold ha riproposto in prima serata Oltre Rangoon e, come feci qualche mese prima (allora lo ripropose la Rai), non ho potuto non rivederlo, per l’ennesima volta, con l’affetto che si riserva a qualcosa di caro che si ritrova dopo tempo. E, come ogni volta che riscorrono le scene davanti, è stata una stretta al cuore constatare ancora che, oggi come nel 1995 - data d’uscita della pellicola -, la storia è così attuale. Il regime, oggi come allora, così stringente e soffocante. La Birmania - o forse dovrei direi Myanmar, come la giunta militare in carica dal 1989 preferisce - così lontana. “Noi birmani siamo troppo educati per ribellarci” dice uno studente nel corso del film. “La Birmania è una nazione di monaci e soldati: tutti per una volta da ragazzi sono stati monaci, ma una volta che sei soldato resti sempre soldato”, gli fa eco U Aung Ko, il professore dissidente che fa da guida per il paese asiatico alla statunitense Laura Bowman (la Arquette, per intenderci quella, oggi, della serie tv Medium).
La sceneggiatura, furbamente piena di frasi ad effetto, è un proclama di lotta e speranza contro la dittatura militare. “La Birmania non sarà salvata dall’America, la Birmania sarà salvata da ogni madre e ogni figlio che affronterà i fucili come Aung San Suu Kyi”. Con le perle di saggezza di U Aung Ko: “Ci hanno insegnato che la sofferenza è una promessa che la vita mantiene sempre, e quando finalmente arriva la felicità è un bene prezioso che ci viene elargito per poco tempo”.
Oggi Aung San Suu Kyi è agli arresti domiciliari, dopo l’ennesima condanna della corte militare birmana a nuovi diciotto mesi di pena perché un americano si è introdotto in casa sua. La leader dell’opposizione, premio Nobel per la pace, ha deciso di presentare appello contro la sentenza.
La coriacea piccola donna oggi ha 64 anni, molti dei quali passati in prigionia. Rangoon dal 2006 non è più capitale della Birmania e la giunta ha cambiato il suo nome in Yangon.
Dopo ventuno anni di dittatura, oggi, cosa resta oltre Rangoon e oltre Aung San Suu Kyi?

- Giovedì 27 Agosto 2009









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