
© Jonas Bendiksen / Magnum Photos
di Anna Jannello
“Ho accettato di avere l’Aids e riesco a vivere normalmente. Essere sieropositivi non vuol dire che il mondo finisce. Puoi continuare comunque a fare le cose che desideri”. Le parole di Téné Kané, 35 anni, una dei 130 mila cittadini del Mali colpiti dall’Hiv, offrono la chiave di lettura della mostra fotografica “Ricominciare a vivere” inaugurata venerdì 18 settembre al museo dell’Ara Pacis a Roma, in corso fino al 18 ottobre (guarda la GALLERY).
La mostra, che è già stata vista da migliaia di persone a Madrid, Washington e Oslo, è stata voluta del Global Fund, organizzazione pubblico-privata che dal 2002 sostiene finanziariamente progetti di cura e prevenzione contro le tre principali pandemie (Aids, malaria, Tbc) in 140 paesi.
Otto reporter, tutti appartenti alla mitica agenzia Magnum, hanno incontrato e condiviso per settimane la vita di una trentina di persone malate e delle loro famiglie in nove fra i paesi più poveri del mondo. Prima e dopo l’inizio delle cure. I fotografi hanno iniziato a realizzare i loro reportage poco prima che le persone affette da Hiv iniziassero a prendere i farmaci antiretrovirali. Sono tornati quattro mesi dopo nelle stesse famiglie per documentare il cambiamento avvenuto nelle persone per i benefici prodotti dalla terapia.
Sono oltre due milioni i sieropositivi che, attraverso il sostegno dato dal Global Fund alle istituzioni sanitarie locali, stanno seguendo la terapia antiretrovirale. I farmaci contro la tubercolosi sono stati messi a disposizione di 5,4 milioni di malati. Per lottare contro la malaria, che colpisce soprattutto i bambini sotto i 5 anni, sono state distribuite zanzariere impregnate di insetticida a 88 milioni di famiglie.
Le fotografie raccontano, in modo efficace e diretto, storie di speranza e fiducia in un esito positivo della malattia.
Come quella del piccolo Kassi Keïta, il bambino di 3 anni che vive alla periferia di Bamako: quando aveva 18 mesi gli hanno diagnosticato il virus dell’Hiv e da allora è curato insieme a sua madre Mariam Dembélé, 31 anni. O di Nguyên Quôc Khânh, 44 anni, vietnamita, che abita ad Hanoi con la moglie Tiep e due figli adolescenti. Ha iniziato a fumare oppio quando lavorava in una miniera per l’estrazione d’oro e si è ammalato gravemente di tubercolosi. Da alcuni mesi è in cura e la sua vita è cambiata.
LEGGI anche: Paolo Pellegrin e l’esperienza in Mali coi malati di Hiv
- Venerdì 18 Settembre 2009









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Il 18 Settembre 2009 alle 12:14 » Paolo Pellegrin e l’esperienza in Mali coi malati di Hiv » Panorama.it - Cultura e societa ha scritto:
[...] scatti esposti a Roma (guarda la GALLERY), dal 18 settembre al 18 ottobre, nella mostra “Ricominciare a vivere“. Panorama.it lo ha [...]
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