
Shaquille O'Neal e Kobe Bryant, stelle della Nba / Reuters
Il sesso? Facciano pure come vogliono. Ma Twitter e Facebook, prima e dopo le partite, sono tabù. La Nba ha messo un freno all’esuberanza on-line dei giganti del basket. Il “commissioner” David Stern, che dirige il più importante campionato di pallacanestro al mondo, ha deciso che i social network potevano rappresentare una minaccia all’immagine già non proprio limpida della Nba. E così ha imposto, seguendo l’esempio dell’altra grande lega sportiva statunitense, la Nfl (quella del football), una serie di “linee guida” sull’utilizzo dei social network ai suoi iscritti: niente “tweets” sul lavoro, ossia da 90 minuti prima delle partite sino alla fine delle conferenze stampa ufficiali. E soprattutto cellulari off limits durante le stesse. “Non vogliamo certo proibire ai nostri atleti di comunicare - ha spiegato lo stesso Stern - ma vogliamo essere sicuri che la cultura pop non si introduca troppo in quello che ci ha portato sino a qui, ovvero lo sport”.
Vista dall’Italia, sembra una decisione draconiana: tra i calciatori della Serie A, per fare un paragone, in pochi usano i social network per dialogare con i fan, i siti e i blog ufficiali ci sono ma sono quasi totalmente gestiti da altre persone, le stesse dichiarazioni del dopo-partita sono di una ripetitività e di una scontatezza micidiali, tanto che personaggi un po’ più fuori dagli schemi al microfono come José Mourinho o Antonio Cassano vengono visti come eccentrici.
Negli Usa la situazione è differente: gli sportivi sono tra i grandi protagonisti dei social network e nel corso dell’ultimo anno il fenomeno Twitter è dilagato proprio nella Nba. Con alcuni episodi che devono aver fatto mettere le mani nei capelli a mister Stern: Charlie Villanueva dei Detroit Pistons si connetteva durante gli intervalli delle partite e riportava ai suoi “amici” le parole del coach, Ron Artest dei Los Angeles Lakers ha pubblicato online il proprio numero di cellulare finendo tempestato di chiamate, DaJuan Summers, sempre dei Pistons, ha sfidato la pornostar americana Valerie Luxe a chi raggiungeva per primo i 40000 fan sul social network.
Ma la vera star on-line (con oltre 2 milioni di fan) è Shaquille O’Neal, il gigantesco centro trentasettenne dei Cleveland Cavaliers durante l’estate ha lanciato proprio da Twitter le sfide per il suo reality show “Shaq vs.”, in cui si cimentava in scontri contro i campioni di altre discipline (per esempio in ciclismo contro Lance Armstrong o a nuoto contro Michael Phelps), con un linguaggio ben lontano dal “politically correct” delle conferenze stampa. Abbastanza per fare imbufalire il commissario della Nba, che deve aver pensato: “certo, lo show fa vendere, ma era meglio quando lo gestivamo noi”.
- Lunedì 21 Settembre 2009









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