
L'imprenditore texano Tim Barton accolto a Bari ad agosto / Ansa Luca Turi
L’ultimo “zio d’America” in ordine di tempo è Rezart Taçi: ex cameriere alla pizzeria Cavour di Novi Ligure negli anni ‘90, oggi uno degli uomini più ricchi d’Albania, alla guida di un gruppo petrolifero da 7 miliardi. Nel suo mirino, nientemeno che il Milan. Lo ha confidato alla “Gazzetta dello Sport” e ha incassato subito una secca smentita di qualsiasi ipotesi di cessione dalla società rossonera.
Prima di lui ce ne sono stati altri: emiri arabi, miliardari statunitensi, finanzieri dell’Europa dell’est. Tutti pronti a fare il grande salto e comprarsi una squadra di Serie A. Ma nel calcio italiano “non passa lo straniero”. E non perché i presidenti delle squadre italiane facciano quadrato per l’italianità del campionato: basta guardare la formazione titolare dei campioni d’Italia per rendersi conto che non è così. Allora ci deve essere qualche altra ragione se tutti questi fantomatici compratori esteri al momento di tirare fuori i quattrini si defilano e non se ne sa più nulla.
Lo ha fatto lo stesso Taçi quest’estate a Bologna, lasciando con un palmo di naso la famiglia Menarini al momento della firma. La lista dei possibili compratori della Roma spuntati nel corso degli ultimi anni include nomi illustri come George Soros, che si sarebbe ritirato per la concorrenza di un fantomatico compratore arabo. E come dimenticare Omer Ahmed Masoud, il petroliere di Gedda che avrebbe dovuto comprare la Sampdoria? Di certo non lo dimentica Riccardo Garrone che per quella storia di prestanomi e faccendieri ha finito per essere costretto a comprarla lui. E chi si ricorda il magnate delle telecomunicazioni Li Ka Shing da Hong Kong che avrebbe dovuto portare Ronaldinho all’Inter nel 2006 a suon di milioni? O il caso più recente ancora di Tim Barton, il costruttore texano pronto a comprarsi il Bari dei fratelli Matarrese. “Gli americani liberano Bari per la seconda volta” titolavano in estate i quotidiani locali quando lo “zio d’America” venne a farsi fotografare con la maglietta biancorossa. Com’è finita? Troppi soldi per la gestione della squadra, salta tutto.
Insomma, lo “sbarco” in Serie A di grandi investitori stranieri è rimandato ancora. L’unico caso noto rimane quello di Stephen Julius e della Enic, finanziaria londinese che nel 1997 si comprò il Vicenza. Com’è andata a finire? La società biancorossa è stata messa in vendita nel 2003 con 5 milioni di debiti maturati sotto la bandiera di Sua Maestà. A differenza di quanto accade ad esempio nella Premier League di Abramovich, dove sì che arabi, texani, egiziani, russi e tailandesi (e anche italiani come Flavio Briatore, tra i proprietari del Queens’ park rangers) investono fior di quattrini. Anche perché sanno di poter avere un ritorno economico che in Italia, tra tasse più alte, stadi blindati e poca proiezione internazionale, non avrebbero. Pazienza, ce ne faremo una ragione. D’altronde in quanto a personaggi pittoreschi e mangiallenatori, dall’Alberto Sordi del Borgorosso Football Club al mitico Massimino del Catania ce la siamo sempre cavata benissimo da soli.
- Mercoledì 7 Ottobre 2009









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