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La marcia su Hollywood: le strategie per vincere l’Oscar

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  • Tags: baaria, Cinema, Giampaolo Letta, Giuseppe-Tornatore, oscar
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Baarìa

Baarìa

L’ingranaggio è complicato, va oliato alla perfezione. Non è facile vincere un Oscar né esserne candidato né entrare nella cinquina né finire sui libri di cinema o nei siti con in mano quella statuetta che vale poco (295 dollari, circa 200 euro) ma che rende molto.
Trentatré centimetri di bronzo rivestiti d’oro, 33 centimetri di mito puro planetario, 33 centimetri di business garantito, di cachet triplicati (per gli attori) e di nuovi incassi al botteghino. Basta la nomination per far saltare il banco: il solo essere nella cinquina è insieme consacrazione e soldi. Nel 2004 si stimò che una nomination equivalesse a 16 milioni di dollari.

Da quando si sa che Baarìa è il candidato italiano per la categoria miglior film straniero, in casa Tornatore è stato cerchiato il 2 febbraio sul calendario, insieme ai molti compleanni di quella famiglia con tanti figli e nipoti. La data è incisa a fuoco anche nella testa dei manager della Medusa, la casa produttrice, perché è il giorno in cui l’Academy darà la lista dei partecipanti alla serata finale del 7 marzo.

Baarìa potrebbe esserci, il film ha i requisiti per piacere agli americani, ma occorrerà che la “macchina da guerra” per gli Oscar non vada in panne, mai. Che non si commettano errori, che si sostenga il film nei modi e nei tempi giusti, che si tenga conto del contesto e degli avversari. Che ci si sappia muovere a Hollywood, conoscendo anche le regole non scritte della fabbrica dei sogni, ossimoro al quale corrisponde la seconda industria americana.

Andiamo per ordine. Gli errori da non fare: li elenca Riccardo Tozzi, lucido, spietato, con esperienza (nel 2006 corse con La bestia nel cuore) e presidente dell’Anica, l’associazione dei produttori (dirige la Cattleya): “Mai concentrarsi su New York. A noi piace moltissimo essere accolti nella Grande Mela, ma se ti etichettano come ‘fighetto radicalchic’ sei finito, è il bacio della morte, a Los Angeles parti male. Devi scommettere invece sulla California, andare a tutti i loro festivalini, conoscere i giurati, creare simpatia intorno al tuo film. Altra regola: mai appoggiarsi alla cosiddetta lobby filoitaliana, i vari Scorsese, Coppola, Stanley Tucci. Ultimo: non organizzare grandi eventi, ma andare ai loro. Stare dentro il loro meccanismo”.

Giampaolo Letta, amministratore delegato della Medusa, sta facendo i bagagli per andare a Los Angeles: è la prima uscita da Oscar di Baarìa. Il film aprirà il Cinema Italian Style il 9 novembre, Letta parte con Giuseppe Tornatore e i due protagonisti, Margareth Madè e Francesco Scianna. Nel frattempo ha messo sotto contratto due professioniste della comunicazione, una per la stampa, l’altra per le pubbliche relazioni. Ed è solo l’inizio. Ha stanziato 500 mila dollari che si aggiungeranno ai costi della promozione del film.

Non c’è titolo candidato agli Oscar che non abbia bisogno di sostegno, il problema sono le dosi e i soldi sul tavolo. Il ministero alla Cultura dà 150 mila euro; l’agenzia Film Italia, preposta a sostenere l’industria cinematografica tricolore (ora in fase di ristrutturazione dentro Cinecittà Holding), ha un budget risicato, 1 milione 800 mila euro, che al netto delle spese di gestione si riduce a mezzo milione. Un niente: la gemella Unifrance, per fare un esempio, ha 11 milioni di euro a disposizione. “Noi non abbiamo soldi per gli Oscar” ammette la responsabile della promozione Carla Cattani, “ci vorrebbe una strategia tenace e sommessa. Da quando l’Academy vieta regali e pressioni sui giurati, non rimane che far sapere che il film c’è e spingere i giurati a vederlo”.

Già, perché il vero problema è fare in modo che Baarìa venga visto. E qui la macchina da guerra deve mirare con precisione. Sono 65 i film stranieri in lizza, dei 6.500 giurati dell’Oscar solo 300 votano per questa categoria. E per dare il loro giudizio devono certificare di avere visto il film. “Mettere a disposizione dei giurati auto che li accompagnino alle proiezioni. E nel frattempo trovare un distributore” continua Cattani.
Letta è in trattativa per individuare quello giusto, ci sono tre candidati, anche se il nome di Harvey WeinsteinLa vita è bella sembra il favorito. L’ex numero uno della Miramax è innamorato del cinema italiano, è potente, sa come muoversi. Ai tempi, fu lui a orchestrare il circo mediatico e di public relation intorno a Roberto Benigni: spese 15 milioni di dollari in promozione (comprensivi del film), organizzò cene, coinvolse la lobby ebraica, fece andare il regista di ovunque, tanto che Newsweek, sarcastico, definì Benigni “l’italiano che direbbe qualsiasi cosa”. A ogni buon conto, si portò a casa la statuetta. La firma di Weinstein sul contratto è quantomai urgente: se Baarìa uscisse nelle sale americane entro il 31 dicembre, potrebbe infatti concorrere a tutte le categorie dell’Oscar e non solo a quella di miglior film straniero.

Per ora la priorità è incuriosire i giurati, farli votare. Sono loro a scegliere cinque titoli ai quali si aggiungeranno altri quattro, ripescati da una commissione di 20 elementi. Fra i nove film stranieri selezionati, un’altra commissione di 30 membri (20 di Los Angeles, 10 di New York) sceglierà i cinque da mandare in finale. Tutto si consuma in gennaio, il mese clou per esercitare pressioni. L’anno scorso nel comitato dei 30 figuravano nomi importanti come Keanu Reeves, Jonathan Demme, Nora Ephron, John Turturro. “Si comprano le copertine dei giornali specializzati, tipo Variety, Hollywood Report. Si fa sapere di esserci” spiega Letta.

Lo scorso anno Gomorra non entrò in cinquina, qualcuno crede che gli italiani abbiano una sorta di credito da riscuotere dai membri dell’Academy. Per giunta Tornatore è conosciuto dagli americani, amato soprattutto per Nuovo cinema Paradiso. Pare che il regista sia disposto a trasferirsi oltreoceano per due mesi pur di far volare il suo Baarìa. La responsabilità è grande: al momento di scegliere il film italiano da mandare agli Oscar, i 16 del comitato selezionatore si sono trovati di nuovo al bivio: un film piccolo o uno grande? Così si sono accapigliati, e non poco, fra Si può fare di Giulio Manfredonia e Baarìa. Riccardo Tozzi ricorda: “I giurati dell’Academy sono simili al pubblico, amano le emozioni, soprattutto se hanno un profondo contenuto umano o il segno del riscatto civile”.

Vengono in mente Vittorio De Sica e Abraham Yehoshua, due grandi, uno del cinema, l’altro della scrittura. Il regista di Ladro di biciclette fu il primo a vincere l’Oscar per il miglior film straniero, nel 1947, con Sciuscià. Era solito dire che noi italiani siamo dei fuoriclasse “nel cinema dell’umano”. Yehoshua sostiene che “gli ebrei sono l’identità, i francesi l’amore e gli italiani la famiglia”. Baarìa è l’epica del privato, è sentimento (e sentimentalismo). Ancora Tozzi: “Il film di Peppuccio ha dalla sua il tema del padre, dell’ignorante che si riscatta. Ed è cinema. Gli americani si aspettano dall’Italia grandi film, perché siamo considerati la più grande cinematografia del mondo insieme alla loro” (non a caso, abbiamo il maggior numero di nomination e statuette dopo i padroni di casa).
Baarìa potrebbe dunque farcela, almeno a entrare nella cinquina. E sarebbe, oltre che una soddisfazione, un’iniezione di denaro per la Medusa che ha sborsato 25 milioni di euro per il film.

L’arrivo in finale può far lievitare gli incassi di un film fino al 60 per cento, se poi vince non c’è fine, può moltiplicare il valore di quattro o cinque volte. “Perché parte tutto il sistema: i diritti tv, l’home video, una seconda uscita nelle sale…” spiega Letta. E soprattutto si ricorda che esistiamo, che non ci saranno forse più i Germi, Risi, Rossellini, Fellini, ma che qualcosa da dire l’abbiamo ancora. Cattani: “Il nostro cinema è un po’ come la moda, ha bisogno di sfilare, di avere il cono di luce che si accende. Non abbiamo i Gere, i Mel Gibson, i Clooney. Possiamo però proporre bei film”.
Letta teme “l’effetto clima avvelenato”. Alla Mostra del cinema di Venezia Baarìa, chiamato a inaugurare la rassegna, ripartì senza alcun riconoscimento: “Non voglio pensare che la liaison fra Baarìa e Silvio Berlusconi, manifestatasi con dichiarazioni di plauso pubblico, sia stata un filtro per vedere e giudicare il film. Sarebbe altrettanto grave se i giurati dell’Academy si facessero condizionare dal clima avvelenato che c’è intorno all’Italia e a Berlusconi anche all’estero”.

Partecipa al FORUM: Baarìa merita l’Oscar?

  • stefania.berbenni
  • Venerdì 30 Ottobre 2009

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