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	<title>Cultura e societa &#187; La marcia su Hollywood: le strategie per vincere l&#8217;Oscar</title>
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	<description>Canale Cult di Panorama.it</description>
	<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 15:54:22 +0000</pubDate>
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		<title>La marcia su Hollywood: le strategie per vincere l’Oscar</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2009 11:31:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefania.berbenni</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Spendere in promozione almeno 500 mila dollari. Convincere i giurati a vedere il film. È partita la macchina da guerra di <em>Baarìa</em> per la statuetta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4629" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a rel="attachment wp-att-4629" href="http://blog.panorama.it/culturaesocieta/2009/10/30/la-marcia-su-hollywood-le-strategie-per-vincere-loscar/baaria-bandiera-usa/"><img class="size-large wp-image-4629" src="http://blog.panorama.it/culturaesocieta/files/2009/10/baaria-bandiera-usa-large.jpg" alt="Baarìa" width="500" height="350" /></a><p class="wp-caption-text">Baarìa</p></div>
<p>L&#8217;ingranaggio è complicato, va oliato alla perfezione. <strong>Non è facile vincere un Oscar</strong> né esserne candidato né entrare nella cinquina né finire sui libri di cinema o nei siti con in mano quella statuetta che vale poco (295 dollari, circa 200 euro) ma che rende molto.<span id="more-4626"></span><br />
Trentatré centimetri di bronzo rivestiti d&#8217;oro, 33 centimetri di mito puro planetario, 33 centimetri di business garantito, di cachet triplicati (per gli attori) e di nuovi incassi al botteghino. Basta la nomination per far saltare il banco: il solo essere nella cinquina è insieme consacrazione e soldi. Nel 2004 si stimò che <strong>una nomination equivalesse a 16 milioni di dollari</strong>.</p>
<p>Da quando si sa che <em><a href="http://blog.panorama.it/culturaesocieta/2009/09/25/la-baaria-di-mamma-tornatore/"><strong>Baarìa</strong></a></em> è il candidato italiano per la categoria miglior film straniero, in casa Tornatore è stato cerchiato il <strong>2 febbraio</strong> sul calendario, insieme ai molti compleanni di quella famiglia con tanti figli e nipoti. La data è incisa a fuoco anche nella testa dei manager della Medusa, la casa produttrice, perché è il giorno in cui l&#8217;Academy darà la lista dei partecipanti alla <strong>serata finale del 7 marzo</strong>.</p>
<p><em>Baarìa</em> potrebbe esserci, il film ha i requisiti per piacere agli americani, ma occorrerà che la &#8220;macchina da guerra&#8221; per gli Oscar non vada in panne, mai. Che non si commettano errori, che si sostenga il film nei modi e nei tempi giusti, che si tenga conto del contesto e degli avversari. <strong>Che ci si sappia muovere a Hollywood</strong>, conoscendo anche le regole non scritte della fabbrica dei sogni, ossimoro al quale corrisponde la seconda industria americana.</p>
<p>Andiamo per ordine. <strong>Gli errori da non fare</strong>: li elenca <a href="http://www.imdb.com/name/nm0870369/" target="_blank"><strong>Riccardo Tozzi</strong></a>, lucido, spietato, con esperienza (nel 2006 corse con <em>La bestia nel cuore</em>) e presidente dell&#8217;<a href="http://www.anica.it/" target="_blank">Anica</a>, l&#8217;associazione dei produttori (dirige la Cattleya): &#8220;<strong>Mai concentrarsi su New York</strong>. A noi piace moltissimo essere accolti nella Grande Mela, ma se ti etichettano come &#8216;fighetto radicalchic&#8217; sei finito, è il bacio della morte, a Los Angeles parti male. Devi scommettere invece sulla California, andare a tutti i loro festivalini, conoscere i giurati, creare simpatia intorno al tuo film. Altra regola: <strong>mai appoggiarsi alla cosiddetta lobby filoitaliana</strong>, i vari Scorsese, Coppola, Stanley Tucci. Ultimo: <strong>non organizzare grandi eventi</strong>, ma andare ai loro. Stare dentro il loro meccanismo&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.unioneindustriali.roma.it/internal/275" target="_blank"><strong> Giampaolo Letta</strong></a>, amministratore delegato della Medusa, sta facendo i bagagli per andare a Los Angeles: è la prima uscita da Oscar di <em>Baarìa</em>. Il film aprirà il Cinema Italian Style il 9 novembre, Letta parte con <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Tornatore" target="_blank">Giuseppe Tornatore</a> e i due protagonisti, Margareth Madè e Francesco Scianna. Nel frattempo ha messo sotto contratto due professioniste della comunicazione, una per la stampa, l&#8217;altra per le pubbliche relazioni. Ed è solo l’inizio. Ha stanziato 500 mila dollari che si aggiungeranno ai costi della promozione del film.</p>
<p>Non c&#8217;è titolo candidato agli Oscar che non abbia bisogno di sostegno, il problema sono le dosi e i soldi sul tavolo. Il ministero alla Cultura dà <strong>150 mila euro</strong>; l&#8217;agenzia Film Italia, preposta a sostenere l&#8217;industria cinematografica tricolore (ora in fase di ristrutturazione dentro Cinecittà Holding), ha un budget risicato, 1 milione 800 mila euro, che al netto delle spese di gestione si riduce a mezzo milione. Un niente: la gemella Unifrance, per fare un esempio, ha 11 milioni di euro a disposizione. &#8220;<strong>Noi non abbiamo soldi per gli Oscar</strong>&#8221; ammette la responsabile della promozione Carla Cattani, &#8220;ci vorrebbe una strategia tenace e sommessa. Da quando l&#8217;Academy vieta regali e pressioni sui giurati, non rimane che far sapere che il film c&#8217;è e spingere i giurati a vederlo&#8221;.</p>
<p>Già, perché <strong>il vero problema è fare in modo che <em>Baarìa</em> venga visto</strong>. E qui la macchina da guerra deve mirare con precisione. Sono 65 i film stranieri in lizza, dei 6.500 giurati dell&#8217;Oscar solo 300 votano per questa categoria. E per dare il loro giudizio devono certificare di avere visto il film. &#8220;Mettere a disposizione dei giurati auto che li accompagnino alle proiezioni. E nel frattempo trovare un distributore&#8221; continua Cattani.<br />
Letta è in trattativa per individuare quello giusto, ci sono tre candidati, anche se il nome di <strong>Harvey Weinstein<em>La vita è bella</em></strong> sembra il favorito. L&#8217;ex numero uno della Miramax è innamorato del cinema italiano, è potente, sa come muoversi. Ai tempi, fu lui a orchestrare il circo mediatico e di public relation intorno a Roberto Benigni: spese 15 milioni di dollari in promozione (comprensivi del film), organizzò cene, coinvolse la lobby ebraica, fece andare il regista di  ovunque, tanto che <em>Newsweek</em>, sarcastico, definì Benigni &#8220;l&#8217;italiano che direbbe qualsiasi cosa&#8221;. A ogni buon conto, si portò a casa la statuetta. La firma di Weinstein sul contratto è quantomai urgente: se <em>Baarìa</em> uscisse nelle sale americane entro il 31 dicembre, <strong>potrebbe infatti concorrere a tutte le categorie dell&#8217;Oscar</strong> e non solo a quella di miglior film straniero.</p>
<p>Per ora la priorità è incuriosire i giurati, farli votare. Sono loro a scegliere cinque titoli ai quali si aggiungeranno altri quattro, ripescati da una commissione di 20 elementi. Fra i nove film stranieri selezionati, un&#8217;altra commissione di 30 membri (20 di Los Angeles, 10 di New York) sceglierà i cinque da mandare in finale. <strong>Tutto si consuma in gennaio, il mese clou per esercitare pressioni</strong>. L&#8217;anno scorso nel comitato dei 30 figuravano nomi importanti come Keanu Reeves, Jonathan Demme, Nora Ephron, John Turturro. &#8220;Si comprano le copertine dei giornali specializzati, tipo <em>Variety</em>, <em>Hollywood Report</em>. Si fa sapere di esserci&#8221; spiega Letta.</p>
<p>Lo scorso anno <strong><em>Gomorra</em></strong> non entrò in cinquina, qualcuno crede che gli italiani abbiano una sorta di credito da riscuotere dai membri dell&#8217;Academy. Per giunta <strong>Tornatore è conosciuto dagli americani</strong>, amato soprattutto per <em>Nuovo cinema Paradiso</em>. Pare che il regista sia disposto a trasferirsi oltreoceano per due mesi pur di far volare il suo <em>Baarìa</em>. La responsabilità è grande: al momento di scegliere il film italiano da mandare agli Oscar, i 16 del comitato selezionatore si sono trovati di nuovo al bivio: un film piccolo o uno grande? Così <strong>si sono accapigliati</strong>, e non poco, fra <strong><em>Si può fare</em></strong> di Giulio Manfredonia e <em>Baarìa</em>. Riccardo Tozzi ricorda: &#8220;I giurati dell&#8217;Academy sono simili al pubblico, amano le emozioni, soprattutto se hanno un profondo contenuto umano o il segno del riscatto civile&#8221;.</p>
<p>Vengono in mente Vittorio De Sica e Abraham Yehoshua, due grandi, uno del cinema, l&#8217;altro della scrittura. Il regista di <em>Ladro di biciclette</em> fu il primo a vincere l&#8217;Oscar per il miglior film straniero, nel 1947, con <em>Sciuscià</em>. Era solito dire che noi italiani siamo dei fuoriclasse &#8220;nel cinema dell&#8217;umano&#8221;. Yehoshua sostiene che &#8220;gli ebrei sono l&#8217;identità, i francesi l&#8217;amore e gli italiani la famiglia&#8221;. <em>Baarìa</em> è l&#8217;epica del privato, è sentimento (e sentimentalismo). Ancora Tozzi: &#8220;<strong>Il film di Peppuccio ha dalla sua il tema del padre, dell’ignorante che si riscatta</strong>. Ed è cinema. Gli americani si aspettano dall&#8217;Italia grandi film, perché siamo considerati la più grande cinematografia del mondo insieme alla loro&#8221; (non a caso, abbiamo il maggior numero di nomination e statuette dopo i padroni di casa).<br />
<em> Baarìa</em> potrebbe dunque farcela, almeno a entrare nella cinquina. E sarebbe, oltre che una soddisfazione, un&#8217;iniezione di denaro per la Medusa che ha sborsato 25 milioni di euro per il film. <strong></strong></p>
<p><strong>L&#8217;arrivo in finale può far lievitare gli incassi di un film fino al 60 per cento</strong>, se poi vince non c&#8217;è fine, può moltiplicare il valore di quattro o cinque volte. &#8220;Perché parte tutto il sistema: i diritti tv, l&#8217;home video, una seconda uscita nelle sale&#8230;&#8221; spiega Letta. E soprattutto si ricorda che esistiamo, che non ci saranno forse più i Germi, Risi, Rossellini, Fellini, ma che qualcosa da dire l&#8217;abbiamo ancora. Cattani: &#8220;Il nostro cinema è un po&#8217; come la moda, ha bisogno di sfilare, di avere il cono di luce che si accende. Non abbiamo i Gere, i Mel Gibson, i Clooney. Possiamo però proporre bei film&#8221;.<br />
<strong> Letta teme &#8220;l&#8217;effetto clima avvelenato&#8221;</strong>. Alla Mostra del cinema di Venezia <em>Baarìa</em>, chiamato a inaugurare la rassegna, ripartì senza alcun riconoscimento: &#8220;Non voglio pensare che la liaison fra <em>Baarìa</em> e Silvio Berlusconi, manifestatasi con dichiarazioni di plauso pubblico, sia stata un filtro per vedere e giudicare il film. Sarebbe altrettanto grave se i giurati dell&#8217;Academy si facessero condizionare dal clima avvelenato che c&#8217;è intorno all&#8217;Italia e a Berlusconi anche all&#8217;estero&#8221;.</p>
<p><strong>Partecipa al <a href="http://forum.panorama.it/viewtopic.php?id=26499">FORUM</a>: <em>Baarìa</em> merita l&#8217;Oscar?</strong></p>
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