
di Manuela Grassi
Capitalism: a Love Story, l’ultimo documentario di Michael Moore (nei cinema il 30 ottobre) racconta il crollo del sistema economico americano ed è un ritorno alle origini: Roger & me, il suo primo film del 1981, illustrava i suoi tragicomici tentativi di parlare con Roger B. Smith, il presidente della General Motors, per convincerlo a visitare Flint (Michigan) la sua città, dove 30 mila persone erano rimaste senza lavoro per la chiusura di 11 fabbriche.
Quasi trent’anni dopo il cineasta più rompiscatole d’America, torna sui delitti della libera impresa e non si limita a fare una cronaca di disastri: le famiglie costrette a lasciare la propria casa pignorata dalla banca, i piloti delle linee aeree costretti a fare i camerieri per arrotondare, le aziende che stipulano polizze sulla vita dei propri dipendenti, senza riservare un cent alle famiglie, ma spinge, tra una risata e l’altra (come quando circonda un intero caseggiato di Wall Street con il nastro giallo della “scena del crimine”) a riflettere su un sistema che favorisce l’1 per cento della popolazione e danneggia il restante 99.
Cappellino da baseball, humour e energia incontenibili, Moore si spiega (e per chi vuole saperne di più è in libreria Michael Moore di Federico Ferrone, Castoro Cinema).
Dal collasso di una piccola città industriale al collasso dell’intero sistema, che cosa è andato storto?
Essenzialmente è mancata l’informazione, che è controllata dal profitto, dal capitale.
Il suo sito michaelmoore.com oggi è un punto di riferimento importante.
Sì, il discorso che faccio in Capitalism è nuovo per molti americani, il sistema non è mai stato messo davvero in discussione, e il mio sito funziona come controinformazione.
Si sente molto sotto pressione?
È la sofferenza di cui sono testimone a pesarmi, così tante persone mi chiedono di aiutarle, nel più ricco paese del pianeta. In questo film ho tentato di raccogliere le loro storie, raccontarle in maniera gradevole, cercando di serbare il mio senso dell’umorismo, perché non voglio che il pubblico sprofondi nella tristezza.
E la sua coerenza personale nella vita di tutti i giorni?
Non credo nell’azione individuale, solo in quelle collettive, perché è l’unico modo di cambiare le cose.
Come investe i suoi guadagni?
Non compro azioni. Vengo dalla classe operaia, seguo il consiglio dei genitori: quando hai abbastanza soldi comprati la casa, non stare in affitto. Così abbiamo preso un appartamento a New York, e quando mia
madre è morta abbiamo comprato la sua casa nel Michigan, ma mi sono tenuto l’appartamento a New York! Lì ci lavoro.
Fahrenheit 9/11 non riuscì a impedire la rielezione di George W. Bush. È per scaramanzia che Capitalism: a Love Story è uscito in America dopo le presidenziali?
Nel breve periodo Fahrenheit non ha influenzato l’opinione pubblica americana. Qualcuno doveva pur prendersi il rischio di cominciare ad aprire il fuoco. Ma nel giro di due o tre anni sono diventati moltissimi gli americani critici verso l’amministrazione Bush. Ho dato il mio contributo.
Impressiona nel suo documentario un filmato in cui il presidente Franklin Delano Roosevelt, poco prima di morire nel 1945, prometteva agli americani diritti (per esempio alla casa) che sono sempre rimasti lettera morta.
È un filmato raro, conoscevo soltanto il testo.
Ma oltre a Roosvelt, ci furono Adams prima e poi Kennedy, Carter, come mai hanno tutti fallito?
C’è una componente molto conservatrice nella destra che sa parlare alla pancia delle persone, il fulcro del discorso è: la colpa è sempre degli altri, mai nostra, noi vi difenderemo da loro.
Ci sono anche tre sacerdoti intervistati che si rivelano molto combattivi, sono dei casi isolati, amici suoi?
Uno dei preti intervistati è quello che ha sposato me e mia moglie, e ora non è più prete, si è sposato pure lui. Il prete più vecchio lavora nel campus di un college, e il vescovo è sempre vescovo, a Detroit. Non sono anomalie: nella chiesa cattolica americana c’è una corrente fortemente progressista che è vicina alle classi più disagiate. Alcune loro posizioni sono indifendibili, come quelle sull’omosessualità e l’aborto, ma altre, come la critica al capitalismo e alla povertà, sono coraggiose.
Capitalism è distribuito da uno dei grandi studi di Hollywood, la Paramount.
Il mio vecchio agente era diventato capo della Paramount così sono andato a sentire cosa ne pensava di questo film, ed è saltato sul progetto. Ma se fossi andato alla Warner Bros sarebbe stato lo stesso. Non ho difficoltà a trovare partner per i miei film, perché costano dai 2 ai 6 milioni di dollari, e incassano in tutto il mondo dai 20 milioni di Columbine ai 500 di Farhenheit 9/11.
Il suo prossimo documentario?
Sarà un film di fiction, ma non posso farne parola.
Da dove ha preso la sua vena ironica?
Discendo da nonni irlandesi-americani, con un lato molto nero. Lo humour ti fa sopravvivere, meglio dell’alcol.
- Venerdì 30 Ottobre 2009









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