
Carlos Tevez, stressato dal calcio, vuole smettere a 26 anni
I calciatori di serie A? Milionari, giovani, atletici e privilegiati. Non c’è dubbio: in moltissimi vorrebbero essere al loro posto. Eppure per alcuni, la leggerezza del pallone, per dirla (quasi) con Kundera, è insostenibile.
Il caso più recente è quello di Carlitos Tevez, attaccante della nazionale argentina e del Manchester City che a soli 26 anni ha già vinto tre campionati con tre squadre diverse (Boca, Corinthians e Manchester United) ed è nel pieno della sua carriera. “Se vinco il mondiale con l’Argentina smetto” ha dichiarato in un’intervista al quotidiano argentino “Olé”:
“Sono stufo di questo mondo, ho già vinto molto e ho voglia di godermi un po’ la mia famiglia e le cose belle della vita. Sono davvero esausto.”
Sono sicuramente una minoranza, ma non mancano nel calcio che conta i casi di stress, le depressioni, i tentativi di suicidio. Un mondo altamente competitivo, con partite sempre più frequenti, un’attenzione mediatica costante, un futuro che diventa incerto al primo infortunio. Attacchi di panico e ansia da prestazione sono frequenti tra i calciatori a tutti i livelli, dalle giovanili alle élites, eppure sono poche le squadre che si affidano ai motivatori o allo psicologo.
Perché la depressione, per gli dei del pallone, è quasi un tabù: se ne viene a sapere magari dopo, a distanza di anni, in un’intervista o nel libro di memorie in cui qualche campione affida al ghost writer di turno una confessione che puó fare sussultare i tifosi: “Ma come, è giovane, è ricco, ha una (o più) donne splendide. E gioca a calcio! Come fa a essere depresso?”
Ebbene capita. Anche ai goleador e sciupafemmine come Bobo Vieri, anche ai numeri 1 come Gigi Buffon, che ha raccontato il proprio periodo nero nella sua biografia “Numero 1″:
Ricordo che mi dicevo: “Ma che cosa me ne frega di essere Buffon?” Perché poi alla gente, ai tifosi, giustamente, non importa un cavolo di come stai. Vieni visto come il calciatore, l’idolo, per cui nessuno ti dice: “Ehi, come stai?”
Buffon riuscì a uscirne, anche grazie all’aiuto di uno psicologo. Altri non sono stati così fortunati, come il portiere tedesco Robert Enke, suicidatosi una settimana fa: nel suo caso era stata la morte di una figlia a gettarlo nello sconforto, era in cura dal 2003. L’ex attaccante dell’Inter Adriano è stato molto colpito dalla vicenda, tanto che ha detto: “Potevo fare la stessa fine”. Nel 2004 il brasiliano perse il padre e cominció a bere. Inizió il suo evidente declino sui campi da gioco: da Imperatore a scarto. Adesso è tornato a Rio de Janeiro con il Flamengo e sembra rinato.
A volte il buio arriva quando le scarpette sono state già appese al chiodo: Gianluca Pessotto ha raccontato il suo vuoto e il suo volo dal tetto della sede della Juve, nel giugno del 2006. E con queste parole ha spiegato cosa vuol dire “rinascere” in un’intervista a La Repubblica:
“Benedire ogni giorno in più che respiri. La vita è un dono unico: per me, è stato doppio. La prima notte, i medici erano quasi sicuri di perdermi perché non coagulavo più. Il vero nemico è la solitudine, è come quando percorri i trenta metri verso il dischetto del rigore, solo che se sbagli il tiro muori. Ma se invece fai gol, la carica che ti resta dentro è enorme. Diventi più allegro, anche. Più spiritoso”.
- Lunedì 16 Novembre 2009







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