Steve McCurry e la Gioconda dagli occhi verdi

Steve McCurry, Sharbat Gula, Afghan Girl, at Nasir Bagh refugee camp near Peshawar, Pakistan, 1984 Copyright Steve McCurry

Steve McCurry, Sharbat Gula, Afghan Girl, at Nasir Bagh refugee camp near Peshawar, Pakistan, 1984 Copyright Steve McCurry

Di Marcello Mencarini
Pochi capelli, basso, giacca Principe di Galles marrone, camicia azzurra. Steve McCurry somiglia più a un ragioniere di Philadelphia, sua città natale, che a un fotografo della Magnum abituato a girare il mondo per raccontare guerre, tragedie, povertà, dolore. Lo incontriamo a Milano al Palazzo della Ragione, dove fino al 31 gennaio 2010 sarà possibile vedere 240 sue fotografie.

Steve parla con tutti, firma autografi, posa davanti alle sue immagini. Tutte a colori. “Il mondo è a colori” dice “almeno io lo vedo così. E poi potrei sempre trasformarle dopo in bianco e nero, ma finora non ne ho mai avuto voglia”.

Le fotografie sono sospese in aria con l’aiuto di robusti cavi d’acciaio. Una sapiente illuminazione rende ancor più saturi i colori delle immagini. Donne indiane, monaci, bambini tibetani, l’Afghanistan, la Birmania, il crollo delle Twin Towers fotografato dalla finestra del suo studio. E poi la sua immagine più famosa, Sharbat Gula, la bambina afgana dagli occhi verdi. Apparve nella copertina del National Geographic nel giugno 1985 e diventò subito un’icona della fotografia contemporanea.

Qualcuno si chiede se il merito di quell’immagine sia dovuto alla bravura del fotografo o all’intensità dello sguardo. Una ragazza osa chiederglielo. “Quella foto avrebbe potuto farla chiunque, bastava esserci?“. Lui si guarda attorno, continua a firmare autografi, finge di non capire: “Emozionano la sua bellezza, i suoi occhi, il suo mistero.” Usa il termine “haunted”, abitato da fantasmi.

Certo è che nel 2002, 15 anni dopo, Steve è tornato in Afghanistan per cercare quella ragazza ormai trentenne. L’ha fotografata di nuovo e, malgrado il viso raccontasse anni di orrori, fame e sofferenza, gli occhi avevano la stessa intensità di allora. Forse Sharbat è come la Gioconda, pochi sanno dire perché, ma tutti ne sono stregati.

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