La prima linea: l’incubo del grande sogno, al cinema

Una scena del film "La prima linea"

Di Piera Detassis
Avremmo dovuto credere alla forza della ragione, invece scegliemmo la ragione della forza”. Con queste parole Riccardo Scamarcio, nei panni del terrorista Sergio Segio, racconta la propria verità dal carcere torinese dove è rinchiuso.

È il prologo del discusso film di Renato De Maria, che il ministro Sandro Bondi giudica lontano dall’apologia del terrorismo e tuttavia non meritevole del finanziamento pubblico. Bizzarra tesi secondo la quale è meglio non raccontare la storia italiana se lo spunto è il libro di un dissociato. Scalpore fuori luogo: La prima linea è un film dritto e secco, che intreccia impegno e cinema di genere per raccontare a chi non c’era il Grande sogno trasformato in incubo.

Intrecciando fiction, materiali di repertorio e piani temporali sfalsati, Segio rievoca l’inizio della clandestinità, il passaggio alle armi e l’incontro con Susanna, il tutto nello spazio di un giorno: quel 3 gennaio dell’82 in cui si prepara a far evadere la compagna dal carcere di Rovigo. Nell’attacco morirà accidentalmente il pensionato Furlan, tessera del Pci in tasca, violento paradosso che aprirà una falla decisiva nelle certezze di Segio portandolo a pronunciare la frase chiave: “La mia responsabilità è politica, morale e giudiziaria. Le assumo tutte e tre”. Se c’è un limite del film sta proprio in questo premeditato disporsi di frasi belle e giuste, puntualizzazioni e prese di distanza.

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