
Mario Balotelli in nazionale U21 - action images/Lapresse
Dovrà essere davvero “Super-Mario“, come lo chiamano i suoi tifosi, quando tra qualche giorno scenderà in campo (se così deciderà Mourinho) a Torino contro la Juve. Perché la partita, per lui, non sarà solo contro i giocatori bianconeri. E’ giusto fare di un ragazzo di 19 anni un simbolo, caricarlo di responsabilità che non si sogna nemmeno? Certo che no. Eppure è quello che avviene da un po’ di tempo sulle (larghe) spalle di Balotelli. Perché, piaccia o no, il calcio è entrato nella cultura e nella politica, (e viceversa) e se nessuno in Francia si sogna di cantare “Non-ci-sono-negri-francesi” un po’ è anche merito di Thierry Henry, Patrick Vieira e compagnia.
Il presidente della Camera in persona parla di “generazione Balotelli” per indicare i figli di immigrati cresciuti in Italia (forse per fare breccia nel cuore interista di Ignazio La Russa), a Montecitorio il deputato del Pd Roberto Giacchetti ha presentato un’interrogazione sui cori ostili al giocatore cantati dai tifosi juventini (ma è una moda che riguarda anche molti altri) a Udine e a Bordeaux.
Sarà anche vero ciò che dice Fabio Cannavaro: “Io da anni mi sento dire di tutto, non è razzismo, sono cori ostili contro il giocatore”, sarà anche vero che negli stadi ci sono calciatori che per la loro attitudine alla sbruffonaggine sembrano attirarsi le antipatie avversarie con estrema facilità. E probabilmente Balotelli, ribattezzato bullotelli, è tra questi. Ma “Non ci sono negri italiani” è un coro razzista, non è possibile definirlo altrimenti. Così come il verso della scimmia. Ed è giusto che venga sanzionato, anche se la società e la squadra non hanno nessuna colpa.
Balotelli la cittadinanza italiana l’ha ottenuta a 18 anni pur essendo nato a Palermo e vissuto a Brescia. E quel giorno ha dichiarato, col suo accento brescianissimo, “Sono più emozionato che al mio esordio in Serie A“. Per questo dà evidente mostra di nervosismo quando qualcuno gli dice italiano non lo sarà mai. Ma la reazione giusta non è la stizza, l’atteggiamento da superuomo o il dito davanti alla bocca come ha fatto a Bologna. Dovrebbe imparare da uno che gioca a pochi metri da lui e ha una storia diversissima dalla sua: Samuel Eto’o è nato in Camerun e ha sempre mostrato l’orgoglio smisurato delle proprie radici. Anche lui si è trovato a fare i conti con i razzisti della domenica. In Spagna, quando giocava nel Barcellona, nel 2005 sentì gli ululati dei cretini sugli spalti del Real Saragozza. Ma restò in gioco. E segnò. E questa fu la sua esultanza (al minuto 1:57 del video):
L’attaccante commentò così: “Mi lanciavano noccioline e facevano il verso della scimmia. Si vede che avevano pagato per vedere una scimmia. Bene, gli ho fatto vedere cosa sa fare questa scimmia”.
- Giovedì 26 Novembre 2009







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