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Dal Seicento a Van Gogh: ditelo con i fiori

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  • Tags: mostre di pittura, Panorama in edicola, Van-Gogh
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Dal Seicento a Van Gogh: ditelo con i fiori

di Marco Di Capua

Già colpito dalla paralisi e pronto a morire, Charles Baudelaire pensò che valesse la pena ritornare su un proprio verso, l’ultimo tra i supplementi ai Fiori del male, riservandogli una misteriosa e luminosa importanza: «Estatici, in un angolo, dei fiori». Tutto qui. Una specie di perfetto haiku giapponese.

Ben più disincantata, la cultura del Novecento si mostrerà riluttante a seguire su questa via di contemplazione pura il grande poeta. L’americana Gertrude Stein scrisse: «Una rosa è una rosa è una rosa…». Cioè: non è un’altra cosa. Fine dei giochi, dunque? Mai più riverberi o magici aloni emanati dall’immagine di un fiore?

A chi fosse finito nel vortice del cinismo più bieco dà oggi una lezione la dodicenne Pamela nell’Eleganza del riccio, romanzo di Muriel Barbery, quando proprio in morte di una rosa annota: «Guardando lo stelo e il bocciolo cadere, ho intuito in un millesimo di secondo l’essenza della bellezza». E perché non sembri un caso di ingenuità adolescenziale, poche pagine dopo le fa eco la matura, colta, portinaia Renée: «Una camelia può cambiare il destino».

Ecco fatto, siamo pronti, degni anche noi di affrontare senza fredde renitenze intellettualistiche questo tsunami vegetale che ci arriva addosso dal bellissimo Complesso museale San Domenico di Forlì, Fiori. Natura e simbolo dal Seicento a Van Gogh (24 gennaio - 20 giugno), mostra di 100 capolavori selezionati da Daniele Benati, Fernando Mazzocca e Alessandro Morandotti (catalogo Silvana editoriale).

Sontuoso e dai nomi altisonanti, il percorso ha una partenza sobria ed enigmatica. La sobrietà consiste nel fatto che questo mazzo di fiori emerge da una povera fiasca mezzo sfilacciata, mentre l’enigma è dovuto all’anonimia del suo autore, benché nel tempo si siano fatti i nomi di Guido Cagnacci, Carlo Dolci e, forse con più fondamento, di Tommaso Salini.

Certo è che la Fiasca fiorita è secentesca e discende dalla Canestra di Caravaggio, recependone ancor più dello stile l’assunto culturale: sul piano dell’arte, dunque dell’esistenza, fiori, frutti, esseri umani sono la stessa cosa. Sostanza comune. È ciò che, imparandolo da una natura morta di Chardin, Marcel Proust chiamava «la divina eguaglianza di tutte le cose davanti allo spirito», mentre noi possiamo pensare a corrispondenze, analogie, connessioni.

Codice d’accesso per la mostra: i fiori, in fondo, saremmo noi. Se è così, sotto le sembianze di tulipani, garofani, giacinti, narcisi, papaveri, viole e iris, interpretandone il simbolismo a lungo legato alla religione, abbiamo trascorso una vicenda niente male, ricca di varianti e autonoma, proprio a partire dal Seicento, sebbene il gusto di abili decoratori del Cinquecento, nonché di artisti del Nord Europa, avesse già cominciato a comporre elaborati vasi di fiori.

Comunque: eccoli il fiorentino Dolci e il romano Mario Nuzzi, così specializzato e abile nel genere da essere soprannominato Mario de’ Fiori, predisporre gloriosi bouquet, dove petali e corolle sono ipertroficamente definiti a uno a uno e fatti scoppiare come petardi.

Anche mobilitati, con uno spirito di competizione tale che, gettati alla rinfusa in match con putti e divinità (come nella Primavera eseguita a due mani da Nuzzi e da Filippo Lauri), prevalgono su tutto.

Non meno che in Guercino e Bernardo Strozzi, pochi fiori, qualche rosa strapazzata, bastano ad Antoon van Dyck per concorrere alla spettacolare alta definizione delle Quattro età dell’uomo. È il ricorso al fasto ciò che concilia il grande stile dell’allievo di Rubens (che quando si autoritrasse davanti a un gigantesco girasole non fu per celebrare se stesso ma per mostrare tutta la propria devozione a Carlo I d’Inghilterra) con quello di alcuni raffinati decadenti dell’Ottocento. E con il loro ambire a una vita inimitabile, tutta profumi, sapori, amori, strazi, sogni, visioni, suggestioni, evocazioni, abbandoni.

Adesso i fiori sono testimoni di squisite ed esclusive scene d’elezione. Alta società, lusso, calma e voluttà a profusione. Così è nei quadri del tedesco Franz Xaver Winterhalter, degli inglesi Lawrence Alma Tadema (angloolandese per la verità), Albert Moore, Frederic Leighton, e del nostro Giovanni Boldini.

Però non c’è alcun dubbio: è in Francia, durante i beati anni dell’Impressionismo, che qualche fiore, anche poco appariscente a dirla tutta, diede il meglio di sé. Perché con le mele e le pere dipinte da Paul Cézanne anche i suoi semplici fiori di campo, direbbe Woody Allen, sono tra i dieci motivi per i quali vale la pena di vivere. Questo solitario profeta dell’arte contemporanea sapeva come ogni punto del quadro fosse al corrente di tutta l’opera, quasi ne contenesse il genoma. E come ogni figura dipinta conservasse il contatto col mondo che l’aveva generata.

Cézanne era convinto che i fiori avessero ancora memoria della terra che avevano lasciato, «delle aurore che hanno spiato». Pochi artisti come lui hanno sentito l’equivalenza di tutti gli esseri con le cose, tanto che per lo scrittore Robert Walser era «singolare il fatto che egli guardasse sua moglie come se fosse un frutto sulla tovaglia».

Su questa stessa lunghezza d’onda, ma in modo più mistico, si sintonizzarono anche Paul Gauguin e Vincent Van Gogh. Quest’ultimo fu uno struggente pittore di fioriture, che queste esplodessero sui rami di un mandorlo o, come i girasoli, in un prato. Dai pittori dell’Estremo Oriente aveva appreso che lo studio di un unico filo d’erba ti porta a comprendere l’intero universo.

Ma l’artista che ci colpisce di più è sempre Edouard Manet. Il più bravo di tutti. È lui a sentire, nel modo più intenso possibile, quanto la modernità non sia che apparenza fluttuante, e come un fiore dipinto ne possa racchiudere il cuore fuggitivo, effimero, condensando in pochi gesti la relazione che c’è tra la vita breve e la fugacità della bellezza.

Dipinge i Lillà bianchi nel 1883, pochi giorni prima di morire. Imita il suo amico Baudelaire, anche lui nel suo ultimo campo visivo inquadra fiori. Pochi anni prima ha dipinto delle stupende peonie, come meglio non si può. Sapete come le definisce? «Un rien», un niente. E questa è classe.

  • redazione
  • Domenica 24 Gennaio 2010

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