

di Antonella Matarrese
«Vendere tazze e cinture firmate è più remunerativo che la haute couture. Si guadagna più con i poveri che con i ricchi, perché ci sono più poveri».
Alla faccia del politicamente corretto, così con la sua cinica verve Pierre Bergé, compagno e socio di Yves Saint Laurent, spiegava perché la couture era sulla via del declino. Da quell’affermazione sono passati svariati anni, il numero dei poveri è forse aumentato, ma l’alta moda non solo è viva, continua ancora a eccitare i capricci delle donne più ricche del mondo.
Quasi 2 mila, secondo la Chambre de la mode di Parigi, delle quali solo 300 sono assidue frequentatrici degli atelier, pronte ogni stagione a fare ordinazioni a diversi zeri.
«Certo la couture non genera il fatturato di una maison» spiega con concretezza da stilista imprenditore Giorgio Armani durante le sfilate parigine di alta moda per la primavera 2010. E aggiunge: «Le star del cinema non pagano, anzi spesso vengono pagate per sfoggiare un abito sul red carpet. Le regine invece no: Paola di Liegi o Rania di Giordania comprano, magari con lo sconto, ma questo è normale. Quel che voglio dire è che le compratrici ci sono, noi abbiamo avuto buoni risultati quest’anno, nonostante tutto, ma in ogni caso la haute couture non può seguire le comuni logiche dei numeri. La sua alta componente di sogno e la sua potenza aspirazionale servono a far crescere il marchio molto più di qualsiasi campagna pubblicitaria».
Lo sanno bene i presidenti e gli amministratori delegati, come Sidney Toledano di Dior e Bruno Pavlovsky di Chanel, convinti pure che la produzione di una sfilata dell’alta moda possa mostrare agli investitori di peso e agli analisti finanziari lo stato di salute del patrimonio del proprio gruppo di riferimento, ovvero Lvmh nel primo caso e i proprietari fratelli Alain e Gérard Wertheimer nel secondo caso.
Questi ultimi, per rimanere in tema, sono al 62° posto nella classifica dei più ricchi del globo, per la rivista Forbes. Senza contare che, secondo la società finanziaria Merrill Lynch, periodicamente l’alta moda rinasce grazie ai nuovi ricchi, perché risponde all’emersione di nuove fortune nel mondo; e in questo modo è possibile ridisegnare la mappa dei mercati del lusso.
Guai a chiedere i nomi delle compratrici di punta. «La maison mantiene il più stretto riserbo sulle sue clienti» bisbigliano, spesso strabuzzando gli occhi, appena si tocca l’argomento. Ma poi le voci si susseguono e i nomi sono quelli di Dasha Zukhova, la gallerista compagna del miliardario russo Roman Abramovich, di Letizia Ortiz, moglie di Felipe di Spagna, del presidente argentino Cristina Kirchner, del ministro israeliano Tzipi Livni, della baronessa Myriam Ullens de Schooten, moglie del miliardario belga, collezionista d’arte e proprietario, fra l’altro, della Weight Watchers. Per non parlare delle mogli dei sultani arabi che, come racconta Riccardo Tisci, creativo di Givenchy, «sono disposte a pagare anche più di 300 mila euro per un abito da sposa fiabesco. E non badano a spese anche per tutti gli altri abiti da cerimonia».
Naturalmente nessuno di loro è presente ai defilé. Come spiega Bruno Frisoni, designer di Roger Vivier: «Per loro c’è una visione privata dello show, in atelier oppure direttamente nei saloni delle loro dimore».
- Mercoledì 3 Febbraio 2010









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