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	<title>Cultura e societa &#187; Parigi: haute couture, i sogni sfidano la recessione</title>
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	<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 08:22:43 +0000</pubDate>
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		<title>Parigi: haute couture, i sogni sfidano la recessione</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 08:43:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nuove acquirenti dell’alta moda ridisegnano la mappa mondiale del lusso. Facendo brillare le maison, al di là dei fatturati. Nonostante la crisi e la minaccia di un haute couture pronta al declino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-large wp-image-9870" src="http://blog.panorama.it/culturaesocieta/files/2010/02/parigi-alta-moda1-large.jpg" alt="L'alta moda parigina si veste ancora di lusso e sfarzo" width="500" height="375" /></p>
<p>di <strong>Antonella Matarrese</strong></p>
<p><em>«Vendere tazze e cinture firmate è più remunerativo che la haute couture.<strong> </strong>Si guadagna più con i poveri che con i ricchi, perché ci sono più poveri»</em>.</p>
<p>Alla faccia del politicamente corretto, così con la sua cinica verve Pierre Bergé, compagno e socio di <strong>Yves Saint Laurent</strong>, spiegava perché la couture era sulla via del declino. Da quell’affermazione sono passati svariati anni, il numero dei poveri è forse aumentato<strong>,</strong> ma l’alta moda non solo è viva, continua ancora a eccitare i capricci delle donne più ricche del mondo.</p>
<p>Quasi 2 mila, secondo la Chambre de la mode di Parigi, delle quali solo <strong>300 sono assidue frequentatrici degli atelier</strong>, pronte ogni stagione a fare ordinazioni a diversi zeri.</p>
<p><span id="more-9547"></span><em>«Certo la couture non genera il fatturato di una maison»</em> spiega con concretezza da stilista imprenditore <strong>Giorgio Armani</strong> durante le sfilate parigine di <strong>alta moda per la primavera 2010</strong>. E aggiunge: <em>«Le star del cinema non pagano, anzi spesso vengono pagate per sfoggiare un abito sul red carpet. Le regine invece no: Paola di Liegi o Rania di Giordania comprano, magari con lo sconto, ma questo è normale. Quel che voglio dire è che le compratrici ci sono, noi abbiamo avuto <strong>buoni risultati quest’anno</strong>, nonostante tutto, ma in ogni caso la haute couture non può seguire le comuni logiche dei numeri. La sua alta componente di sogno e la sua potenza aspirazionale servono a far crescere il marchio molto più di qualsiasi campagna pubblicitaria»</em>.</p>
<p>Lo sanno bene i presidenti e gli amministratori delegati, come Sidney Toledano di Dior e Bruno Pavlovsky di <strong>Chanel</strong>, convinti pure che la produzione di una sfilata dell’alta moda possa mostrare agli investitori di peso e agli analisti finanziari lo stato di salute del patrimonio del proprio gruppo di riferimento, ovvero Lvmh nel primo caso e i proprietari fratelli Alain e Gérard Wertheimer nel secondo caso.</p>
<p>Questi ultimi, per rimanere in tema, sono al 62° posto nella <strong>classifica dei più ricchi del globo</strong>, per la rivista <em>Forbes</em>. Senza contare che, secondo la società finanziaria Merrill Lynch, periodicamente l’alta moda rinasce grazie ai nuovi ricchi, perché risponde all’emersione di nuove fortune nel mondo; e in questo modo è possibile ridisegnare la mappa dei mercati del lusso.</p>
<p>Guai a chiedere i nomi delle compratrici di punta. <em>«La maison mantiene il più stretto riserbo sulle sue clienti» </em>bisbigliano, spesso strabuzzando gli occhi, appena si tocca l’argomento. Ma poi le voci si susseguono e i nomi sono quelli di Dasha Zukhova, la gallerista compagna del miliardario russo Roman Abramovich, di <strong>Letizia Ortiz</strong>, moglie di <strong>Felipe di Spagna</strong>, del presidente argentino <strong>Cristina Kirchner</strong>, del ministro israeliano Tzipi Livni, della baronessa Myriam Ullens de Schooten, moglie del miliardario belga, collezionista d’arte e proprietario, fra l’altro, della Weight Watchers. Per non parlare delle mogli dei sultani arabi che, come racconta Riccardo Tisci, creativo di Givenchy, «sono disposte a pagare anche più di 300 mila euro per un abito da sposa fiabesco. E non badano a spese anche per tutti gli altri abiti da cerimonia».</p>
<p>Naturalmente nessuno di loro è presente ai defilé. Come spiega Bruno Frisoni, designer di <strong>Roger Vivier</strong>: <em>«Per loro c’è una visione privata dello show, in atelier oppure direttamente nei saloni delle loro dimore»</em>.</p>
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