
Alcuni dicono che abbia un cuore grande. Altri che sia un entusiasta. Altri ancora un bizzoso. O un narcisista allo stadio terminale.
Lui è Massimiliano Finazzer Flory, nato a Monfalcone, nella Venezia Giulia, il 17 giugno 1964. A vederlo è alto, sottile, elegante, ha gli occhi chiari. Decisamente, è un seduttore. Ha un viso segnato, più di quanto dimostri l’anagrafe, che di solito piace alle donne.
Per esempio a Letizia Moratti, sindaco di Milano, è piaciuto molto. Lo ha voluto erede vistoso del supervistoso Vittorio Sgarbi come assessore alla Cultura di Milano.
Finazzer Flory è un uomo che prova l’urgenza di avere un pubblico. Si è fatto fotografare la notte per le strade della città con indosso un mantello nero, come un vampiro. Ha bisogno di un pubblico anche quando mostra il suo spazioso, spettacolare ufficio a Palazzo Reale con vista sul Duomo. O durante il nostro incontro, quando gli viene l’illuminazione: «Il vero articolo sarebbe se qualcuno raccontasse quest’intervista».
Lo sente tutto su di sé il pubblico, quando il 25 gennaio legge con dizione incatenata sette capitoli dei Promessi sposi sul palco del Teatro alla Scala, accanto all’autentica scrivania della vera casa di Alessandro Manzoni. Pretende gli applausi quando alla fine delle letture trascina lo storico Sergio Romano e l’arpista Federica Sainaghi, che erano in scena con lui, a raccogliere il sovrappiù di battimani del bis.
Lo esalta e ci fa le moltiplicazioni, lui, con il suo pubblico: «Abbiamo portato alla Scala, su 2 mila invitati, 1.000 studenti delle scuole medie. Abbiamo bisogno di pubblici nuovi». E tutto perché per lui, come per ogni istrione, «fare l’attore mi rende felice, l’assessore infelice» dice. «Però da assessore mi sento più giusto, perché il mondo infelice va reso felice» aggiunge con ambiziosissime buone intenzioni.
Ha una bella moglie e tre figli. Ha fatto il consulente editoriale e l’autore. Ha esordito a teatro a Ca’ Rezzonico, a Venezia.
Dice che il suo lavoro si configura così: prende testi non concepiti per il teatro, per esempio gli scritti sull’amore e la perdita di Rainer Maria Rilke, sulla memoria e l’immaginazione di Jorge Luis Borges, sulla ragione e la follia di Ludwig van Beethoven. Li integra con un proprio testo biografico, poi li fa accompagnare da musica e danza. Giusto il 14 febbraio sarà a Parigi, all’Auditorium del Petit Palais, a interpretare un’antologia di testi di Borges.
«Però ora il lavoro di attore è marginale in questa mia vita. Ma poi quale vita? Non ne ho più una privata. Almeno questa mia felicità zero come uomo mi viene risarcita dall’umanità che mi dà lavorare per la città» giura.
Se lo si stuzzica dandogli del narcisista (d’altronde un attore di solito lo è, altrimenti non si capisce perché farebbe questo lavoro), sostiene che sia più da narcisi fare l’assessore o il politico che l’attore. Perché quest’ultimo deve sottomettersi a un testo. «L’attore è generoso. Io dono parola e tu doni ascolto».
Se gli si chiede se il sindaco Moratti l’abbia voluto perché affascinata da lui, palesa sorpresa. «Dice davvero?» domanda. «Io ero a Parigi, lei mi ha telefonato. Ho accettato. Un’auspicata conseguenza. Amo Milano. Ho fiducia nel sindaco». Poi aggiunge: «L’attore ha un rapporto erotico con il pubblico, il testo, se stesso. La politica invece è decisamente asessuata, perdi qualsiasi genere e connotazione, perdi il tocco e il tatto».
Per Milano elenca un’idea dietro l’altra. L’inaugurazione in marzo di un museo del costume, dell’immagine, della moda a Palazzo Morando. «Con Gabriella Pascucci, premio Oscar per i costumi, come curatrice e madrina» specifica. L’apertura del primo museo del fumetto entro giugno, in un ex deposito dell’Atm (l’Azienda trasporti milanesi) in viale Campania. Il progetto di realizzare un film su Leonardo da Vinci prima dell’Expo di Milano nel 2015. «Stiamo lavorando a un insieme di storie, fatti, situazioni con due grandi storici dell’arte e un produttore italoamericano. Un Leonardo del nostro tempo che si ritrova al Pentagono a lambiccarsi su delle macchine per la difesa». Ha un sogno: fare interpretare da Vinci ad Al Pacino.
Aggiunge che a Milano non si girano film, perché costerebbero troppo. Ma ha organizzato una serie di incontri domenicali con i registi che amano questa città: Gabriele Salvatores, Silvio Soldini, Luca Lucini, Michele Placido, Tinto Brass, Luca Guadagnino.
Vive a Milano dal 1999. Dice che la città ha un’identità debole. «Ma è bella dentro e questa sua bellezza va offerta democraticamente». Cita l’esempio della mostra del Capolavoro gratuito, i 190 mila visitatori che hanno fatto la fila per vedere a Palazzo Marino, la sede del comune, il San Giovanni Battista di Leonardo arrivato dal museo del Louvre.
Si esalta per avere portato nel 2009 1 milione e 470 mila visitatori, 470 mila in più dell’anno prima, alle mostre di Palazzo Reale. Promette che troverà il modo di far volare a Milano a prezzi stracciati chi vorrà vedere le rassegne d’arte.
Poi torna su di sé. Spiega che la giacca che indossa gliel’ha fatta confezionare Luca Cordero di Montezemolo. Specifica che agli eventi ufficiali però indossa gli abiti di Giorgio Armani: «Gli sono grato, perché con la sua moda sa valorizzare la presenza italiana nel mondo». Dice che il suo mandato scadrà nel 2011. Dopo, avrà ancora molte cose da fare. «Da vecchietto sarò un bell’attore» sorride, sicuro.
- Lunedì 8 Febbraio 2010









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Commenti
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Il 8 Febbraio 2010 alle 22:09 highlander20 ha scritto:
qualke utile informazione su Finazzer/Figazzer …
http://www.02blog.it/post/4077.....cashmere/1
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