
Vittorio Sgarbi - Credits: Maggiolini©kikapress.com
di Marco Di Capua
«Sarò il primo curatore antimafia perché, avendo mille interessi, non ho alcun interesse. Per questo sono disponibile anche a lasciare la carica di sindaco di Salemi, dove l’antimafia è peggio della mafia. La mafia dell’arte contemporanea, poi, è quella che suppone che qualcosa sia obbligatorio, e le biennali appaiono una più brutta dell’altra perché sono tutte arbitrarie. La mia si avvarrà della collaborazione dei protagonisti della cultura italiana, di veri padri della patria, e sarà diversa».
L’intervista che il neodirettore del Padiglione Italia della Biennale di arti visive del 2011 a Venezia, Vittorio Sgarbi, rilascia a Panorama non è nemmeno cominciata e già senti il fischio delle pallottole.
Caro Sgarbi, possiamo precisare meglio? «Premetto: ciò che non ho mai sopportato di Achille Bonito Oliva o di Germano Celant è che loro, pur conoscendo tanti artisti, si sono concentrati su quattro, cinque nomi a testa, diventandone i mercanti. Un critico deve vedere tutto. Perché quello sì e quell’altro no?». Forse perché, secondo le mode, alcuni sono più contemporanei di altri. «Ma la contemporaneità è un dato cronologico e invece se ne fa una questione ideologica. Un pittore come Piero Guccione non è contemporaneo? E Aurelio Bulzatti? È un mio coetaneo. Quindi? Tutto ciò è grottesco».
C’è chi sostiene che lei sia soprattutto un esperto di arte antica, poco appassionato all’arte di oggi. «Solo chi conosce tutta la storia dell’arte può davvero intendere il presente. E tutta l’arte è arte contemporanea, anche il Cristo morto del Mantegna. E poi io ho scritto molti più saggi su artisti di oggi di Francesco Bonami, il quale invoca categorie ridicole come il cosiddetto spirito dei tempi. Io odio quel tipo di arte, e di critica, che pretende di sequestrare il nostro tempo».
Per toccare proprio il fondo c’è chi propone come parametro di valutazione la giovinezza… «Ecco, appunto, un’idiozia: Tiziano a ottant’anni faceva meraviglie, o devo per forza anteporre a un artista di genio benché maturo un ventenne incapace? Io non voglio fare il critico militante, voglio applicare i metodi classici dello storico dell’arte. Che intanto ha il desiderio di conoscere. Ho in mente di preparare con Giorgio Dell’Arti un Catalogo degli esistenti, una specie di ricognizione su centinaia di artisti italiani».
Dall’emersione degli esistenti al riscatto degli esclusi, di tutta quella schiera di artisti figurativi che lei difende, il passo è breve. «Partiamo da un paradosso. Nel 1981 un formidabile artista visionario come Luigi Serafini pubblicò il suo Codex Seraphinianus, attorno al quale, estasiati, si raccolsero con me fior di scrittori come Italo Calvino e Giorgio Manganelli. Da allora non c’è stata Biennale alla quale non abbia detto: manca Serafini, manca Serafini». Sembra un mantra. «Ma molto significativo: com’è stato possibile che un artista apprezzato da celebrati intellettuali non sia mai stato seriamente preso in considerazione da questo establishment infetto? È lo stesso conformismo che recentemente ha portato alla direzione del Castello di Rivoli la figlia di Mario Merz e uno che è stato il direttore di una fiera, e non un’esperta come Paola Gribaudo».
Torniamo ai nostri amati rifiutati… «Ne è un esempio Luciano Ventrone: pittore ammirato da Federico Zeri, il quale come storico dell’arte era universalmente apprezzato, a patto che si dedicasse solo ai capolavori del passato e non mettesse becco là dove non era autorizzato. Ma insomma, c’è davvero qualcuno che può seriamente dirmi di preferire Jannis Kounellis a Lucien Freud?».
Allora ci indichi modello e criterio di selezione per il Padiglione Italia. «Il modello è quello stabilito da Luigi Carluccio, il grande critico che in totale controtendenza portò Balthus alla Biennale dell’80. Circa il criterio, voglio diventare un curatore irresponsabile, non voglio presentare l’ennesima scuderia di pochi artisti ma affiderò l’indicazione dei nomi a scrittori e intellettuali di chiara fama. Insomma saranno alcuni spiriti indipendenti e non i soliti specialisti a funzionare come testimoni. L’autorevolezza di un Arbasino o di un Eco è inferiore a quella di un Bonami?». Siamo in linea con una certa tradizione italiana. «Esatto. Penso a Giovanni Testori, Giorgio Soavi e al loro impegno nei confronti della pittura, a Giovanni Comisso sodale di Carlo Guarienti, al Fabrizio Clerici sostenuto da Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino». Nessuna faziosità allora? «Io magari sono faziosissimo, ma voglio spossessarmi della responsabilità. La scelta sarà fatta da altri. Tanto il mio gusto verrà fuori lo stesso».
La prossima Biennale coinciderà con il 150° anniversario dell’unità italiana. «Perciò credo sia doveroso chiedere al ministro Sandro Bondi, al presidente della Biennale Paolo Baratta e al sindaco di Venezia la restituzione del Padiglione Italia agli artisti italiani. Per valorizzare le regioni, e mobilitare altri musei, così come i nostri istituti di cultura all’estero, che ospitando artisti attivi altrove funzioneranno come le succursali di un grande evento».
- Martedì 9 Febbraio 2010









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