
di Giovanni Fasanella
Nessuna sorpresa. Che Michael Schumacher tornasse a fare ciò che ha fatto sempre e benissimo lo sospettavano gli amici intimi, lo prevedevano osservatori di vario calibro, lo temevano in famiglia. Pilota, ecco. Nonostante un curriculum così gonfio di chilometri e gloria da portarlo a dire «stop».
Un annuncio proclamato a Monza, settembre 2006, seguito da un supercontratto rosso come le macchine con le quali aveva vinto cinque dei suoi sette titoli mondiali. E allora Maranello, di nuovo e per sempre, con corredo, altrettanto prevedibile, di dichiarazioni amorose ed eterne. «Consulente» la scritta sul badge. Una definizione che significa tutto e niente.
«Schumi», piuttosto: il massimo della vita per collaudare vetture con il Cavallino sul cofano, per spiegare la rava e la fava a superclienti adoranti, per bazzicare i box dei gran premi evitando ingerenze con chi nelle Ferrari stava, al posto suo.
Macché. A lui interessavano velocità medie ben superiori, simili a quelle con le quali aveva attraversato un’epoca (prima gara in formula 1 nel 1991, Gp del Belgio, con la Jordan) marchiandola con le proprie iniziali. Quindi, tutto pur di tirare una marcia. Una dipendenza da rischio così marcata da fargli compiere qualche azzardo di troppo, tipo riduzione delle ruote da quattro a due.
Il problema è emerso in fretta perché, per fare la guerra in moto, serve una incoscienza infantile e un’abitudine di lungo corso. Infatti Schumi ha finito col farsi male, capitombolando sull’asfalto per nulla nobile di Cartagena, Spagna, 11 febbraio 2009. Tutti a dire: beh, adesso la pianterà. Lui a pensare: beh, adesso ricomincio.
Dentro questo rientro, clamoroso solo per il peso specifico del protagonista, c’è il fallimento di un uomo. Un uomo che, probabilmente, non riesce a diventare adulto, a togliere di mezzo l’ansia da assenza di adrenalina. Un problema tipico della categoria.
Aggravato dalla convinzione di essere ancora il migliore. Appesantito da una fame atavica, da una competitività che arriva dalla sua storia personale e che non stinge, non accusa il tempo, non subisce alcun mutamento dovuto all’entità del conto in banca.
Il tradimento nei confronti della Ferrari, reso amaro da una quantità di parole dolci quanto evitabili, appare ora come una semplice conseguenza.
Schumacher ha capito, non appena guarito, di voler tornare a essere quello che è sempre stato: un pilota. La Ferrari aveva sotto contratto Felipe Massa reduce da un gravissimo incidente (Budapest, agosto 2009) e aveva appena ingaggiato Fernando Alonso, l’uomo che rese amari gli ultimi anni di Schumi in rosso, conquistando due titoli filati con la Renault (2005-2006).
Macchine a disposizione: due. Almeno per ora. Troppo poche per la fretta di un uomo che vuole vincere il suo ottavo titolo ad anni 41. Quindi Mercedes. Quindi non solo in pista, di nuovo. In pista contro. Con una ferocia intatta. Al punto da non considerare minimamente il peso enorme, eventuale e possibile, di una sconfitta.
- Venerdì 12 Febbraio 2010









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