
«Non si può amare come degli dei lontani, bisogna calarsi nella vita, immergersi nella quotidianità dell’altro. La felicità passa dall’avere i piedi e la testa nella vita reale, non in quella immaginaria». Parla d’amore Irene Grandi. E di equilibri d’amore parla anche il brano che ha scritto per il Festival di Sanremo: La cometa di Halley.
Una canzone dalla linea melodica vincente, con tutti i requisiti per sbancare l’Ariston. Ma la scaramanzia ha le sue regole e, prima delle gare, non si parla di classifiche con gli artisti. Sarebbe come sventolare un drappo viola nel camerino del Festival pochi istanti prima dell’esibizione.
Nella sua vita privata applica le teorie che ha appena illustrato?
Ci sto provando. Mi studio molto e tengo un diario quotidiano. Diciamo che prima di costruire una relazione voglio edificare la mia vera identità. Senza freni o condizionamenti.
Che cosa la condiziona?
Il desiderio fortissimo di essere accettata e amata. Così, finisco per accontentare sempre tutti e mai me stessa. Invece vorrei proprio ignorare quello che la gente si aspetta da me. Ma non ne sono capace. Io, di solito, assecondo e compiaccio. Anche troppo.
In definitiva, si sente una donna matura dal punto di vista sentimentale?
Mica tanto. Con il tempo miglioro, ma quando mi prendo una sbandata non riesco a controllare il desiderio e la passione.
Qual è stato il momento più basso della sua carriera?
Quando mi sono fatta prendere dal pensiero utopico di instaurare una specie di anarchia nel mio gruppo di lavoro. Mi sentivo molto rock, Vasco Rossi mi aveva appena dato una sua canzone («La tua ragazza sempre», ndr) e adoravo l’idea di condividere tutto con la mia band senza gerarchie e comandanti.
Immagino come sia andata a finire…
Avevo creato una specie di stato ideale senza governo e governanti. In pratica, un bordello in cui nessuno dava più retta a nessuno. Fu un fallimento e capii molte cose. Prima fra tutte che bisogna distinguere i ruoli e le responsabilità. Il mio sogno anarchico si è infranto lì. E ho capito che comandare è un mestiere difficile, ma assolutamente indispensabile.
A parte una bellissima canzone, che cosa le ha regalato la collaborazione con Vasco Rossi?
Il passaporto per avere una credibilità rock. E poi, in quel momento, avevo bisogno di un bel brano che desse una botta alla mia carriera e alla mia immagine.
Se lei avesse una figlia con velleità canore, come si comporterebbe? Farebbe la mamma protettiva o agevolerebbe l’erede?
Perché proprio la cantante? A me questo mestiere ha dato moltissimo, ha rappresentato la realizzazione del sogno di una bambina che, a 5 anni, passava i pomeriggi a cantare nella tromba delle scale per sentire rimbombare la voce. Su mia figlia avrei delle perplessità: la vita dei figli d’arte non regala felicità. Magari qualche privilegio all’inizio, poi però cominciano i guai.
E le tentazioni borderline? Quelle non le teme?
A pensarci bene, sì. Io sono borderline e mi piacciono gli uomini borderline, quindi m’immagino come potrebbe essere mia figlia. Non me la vedo tutta diligente e pulitina.
Quindi…
Vorrei che fosse come me: una borderline con un grande senso della disciplina. Io mi lascio andare, amo perdere il controllo, ma poi a un certo punto rientro nei confini. Specie quando ci sono concerti o appuntamenti importanti. Viaggio sempre sul filo del rasoio, in bilico.
Sembra invece che Morgan abbia un po’ sorpassato il limite. O no?
Sappiamo tutti che le droghe fanno male. Per quanto riguarda il suo caso specifico, posso solo dire che non mi piace colpevolizzare in generale e non giudico le persone per questo tipo di comportamenti. Mi dispiace molto per quanto accaduto e per la sua eliminazione, lo considero un artista raro e prezioso, ma ora guardo al mio Sanremo.
Tra i momenti caldi del suo concittadino Piero Pelù c’è una festa di Carnevale a Firenze, durante la quale vomitò dalle scale su una ragazza vestita da fata turchina. Immagino che anche lei abbia qualche episodio pulp segreto…
Ai tempi dei primi appuntamenti con gli uomini ne ho combinate delle belle. Volevo dimostrare che ero una tipa tosta, che reggeva il vino senza alcun problema. Ricordo, intorno ai 23 anni, una scenetta memorabile sulle scale di piazza Santo Spirito. Mi presento all’appuntamento con un ragazzo, volevo fare la splendida, ma sono stata tradita dal freddo e dall’alcol. Gli ho praticamente vomitato sui piedi. Poi mi sono ripresa e ho iniziato a parlare come se nulla fosse successo.
Inconvenienti sul palco?
Svariati, ma mai per ubriachezza. Quando devo suonare non bevo, altrimenti mi dimentico le parole delle canzoni. Detto questo, la cosa peggiore che possa accadere in concerto è cadere a terra. È una sensazione terribile perché senti le risatine del pubblico. Quando cado, vado in botta, ci metto quattro o cinque canzoni per riprendermi. In quel momento perdo tutta l’allure della star. Altro che carisma! Ma quale carisma vuoi avere una volta che sei gambe all’aria davanti a 10 mila persone?
- Martedì 16 Febbraio 2010









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