
di Massimo Boffa
Durante l’imminente settimana della moda milanese, nella Galleria Vittorio Emanuele II, cioè nel cuore della città, verrà collocata una singolare installazione dell’artista indiano Sudarshan Shetty.
Vista dall’esterno, appare come una camera in acciaio (2,8 metri per 2,8), una sorta di chiosco, a cui si può accedere da un piccolo ingresso.
All’interno, però, con un gioco che vuole alludere alle vertiginose complicazioni dello sguardo, le pareti sono rivestite da una miriade di occhiali da sole («Così il chiosco trasforma chi lo guarda in qualcuno che viene a sua volta guardato» dice l’artista a Panorama).
Shetty è uno dei più noti artisti concettuali indiani. Lavora con materiali presi in prestito dalla vita quotidiana e utilizza quelle che chiama «strategie di giustapposizione»: abbina oggetti incongrui per creare effetti di spiazzamento, come quando realizzò una casa in acciaio dalla cui porta entrava e usciva un gigantesco fallo in erezione.
Questa scultura milanese, che si chiama House of Shades, Casa delle ombre, è stata commissionata da Louis Vuitton in collaborazione con il Comune di Milano.
In tal modo, la maison parigina, oltre a proseguire nel suo sodalizio con il mondo dell’arte - che è diventato un po’ la cifra distintiva dei grandi marchi della moda - vuole segnalare una importante scelta strategica orientata verso il subcontinente indiano.
Il rapporto di Vuitton con l’India è ormai storico e risale agli inizi del secolo scorso, quando per arrivarci da Parigi si affrontavano lunghi viaggi su ferrovia in lussuosi vagoni letto.
I maharaja erano, e sono ancora, tra i più fedeli clienti della maison, alla quale usavano rivolgersi con «special orders», richieste personalizzate.
Come quella del maharaja del Baroda che, nel 1926, ordinò un bauletto contenente un elegante servizio da tè (oggi al museo Vuitton di Asnières), oppure quella del maharaja di Jammu e Kashmir che, nel 1931, si fece fare un bauletto con tutto il necessario per giocare a polo anche quando era in viaggio.
La storia e le tradizioni aiutano, naturalmente, a dare lustro alle imprese del presente. Oggi Vuitton e il suo presidente Yves Carcelle guardano, giustamente, all’India come a un mercato fra i più dinamici del pianeta.
La prima boutique è stata aperta a Nuova Delhi nel 2003, un’altra a Mumbai l’anno successivo e una ancora a Bangalore nel 2008. Quindi, tra il dicembre dello scorso anno e il gennaio 2010, due nuove boutique sono state inaugurate a Mumbai, una nell’hotel Taj Mahal (tra i più spettacolari del mondo) e una nel Taj Land’s End.
«Gli indiani dimostrano un grande rispetto per la tradizione, ma allo stesso tempo guardano al futuro. Sono i valori che condividiamo» dichiara a Panorama Yves Carcelle.
Il quale, a suggellare questo consolidato sodalizio, nel dicembre scorso ha personalmente inaugurato alla National Gallery di Nuova Delhi una mostra con le fotografie provenienti dall’archivio del celebre filantropo francese Albert Kahn. Un’ennesima mostra targata Vuitton.
- Martedì 23 Febbraio 2010









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