
Stella McCartney - Credits: wenn©kikapress.com
di Antonella Matarrese
Quando si dice nata sotto una buona stella: figlia di Paul e Linda McCartney, moglie di Willis Alasdhair, acclamato editore del mensile Wallpaper, madre di tre bambini e stilista di successo.
Però Stella McCartney, classe 1971, si infastidisce alla domanda di Panorama: perché non ha chiamato la sua linea d’abbigliamento semplicemente Stella, omettendo un cognome così carico di mito? «È vero, essere la figlia di uno dei Beatles è stato un buon punto di partenza. Ma dopo 10 anni nel mondo della moda credo di avere dimostrato di valere qualcosa».
E su questo non ci piove visto che il suo marchio, di proprietà del gruppo Gucci, ha avuto una crescita esponenziale come dimostrano i 17 store sparsi nel mondo.
L’ultimo dei quali, quello di Milano, aperto in sordina in via Santo Spirito il 17 febbraio, verrà ufficialmente inaugurato durante il Salone del mobile, «quando il clima è più internazionale rispetto a quello delle sfilate».
Insomma, il fashion system non le piace così tanto…
A volte penso che il mondo della moda non abbia una propria morale e che si facciano delle cose senza una giusta ragione.
Credo che molti non conoscano l’origine, per esempio, delle pelli o delle pellicce che adoperano. Non è questione di essere animalisti, è un problema etico.
E la propria etica non si può compromettere per un paio di scarpe. Ritengo che si possano fare ottimi prodotti anche con materiali semplici, magari sperimentali. È facile fare una borsa di coccodrillo e dire che è lussuosa, la creatività è un’altra cosa.
Lei ha un piglio sessantottino. L’ha ereditato magari da sua madre?
Devo molto a lei, la combattività, la sicurezza come pure anche lo stile. Per esempio, le culotte che indossava quando montava a cavallo mi hanno regalato l’intuizione della femminilità che ora trasferisco nelle mie collezioni. Molti elementi dell’abbigliamento di mia madre ma anche di mio padre costituiscono il livello base delle mie proposte estetiche e di pensiero.
È giusto o sbagliato giudicare la gente da come si veste?
In generale non mi interessa come si veste la gente. Le loro case, le macchine o i loro vestiti non mi impressionano. Mi colpisce però quando la gente riconosce la qualità, sceglie consapevolmente ciò che vuole indossare. Non è facile, siamo bombardati da cose da comprare, intimiditi dai messaggi dei vari marchi. La giusta scelta è sinonimo di personalità.
Considera Milano solo una buona piazza di vendita?
Milano è l’Italia, quindi un certo stile.
- Mercoledì 24 Febbraio 2010









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