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Garry Marshall: Fonzie sono io

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  • Tags: Appuntamento con l'amore, Cinema, Garry Marshall, interviste, Panorama in edicola, personaggi
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Garry Marshall: Fonzie sono io

di Massimo Castelli

Ai lettori il volto dell’uomo qui sopra non dirà granché, e forse neanche il suo nome: Garry Marshall.

Eppure, è a questo anziano signore che si deve lo spasso di molti pomeriggi da ragazzi e l’emozione di qualche serata romantica.

Marshall, 75 anni, ha creato serie tv come “Happy Days” e “Mork e Mindy”. Ha diretto film come “Pretty Woman”, “Paura d’amare” e “Se scappi ti sposo”. E continua a scuotere il botteghino con commedie sentimentali di cui è navigato regista. Il suo ultimo film uscirà il 12 marzo con il titolo “Appuntamento con l’amore”: un’opera corale in cui molte star (fra l’altro Julia Roberts, Jessica Alba, Kathy Bates, Patrick Dempsey, Jennifer Garner, Anne Hathaway e Ashton Kutcher) interpretano storie che si intrecciano sul tema dell’amore.

È per il lancio della pellicola che Panorama incontra Garry Marshall, nato Masciarelli. Ma è impossibile non parlare di altri suoi successi.

Sa che in Italia tra gli anni 70 e 80 tanti ragazzini volevano essere Fonzie?
Lo volevo anch’io. Infatti si doveva chiamare come me: non Arthur Fonzarelli, ma Masciarelli. Non «Fonz» (il nome nella versione originale, ndr) ma «Mash». In quegli anni, però, andava in onda il telefilm Mash e cambiammo idea.
Fonzie fu il vero protagonista della serie, anche se all’inizio il network non ci credeva: non volevano che sembrasse un teppista. Imposero che indossasse camicia, scarpe stringate, giacca a vento… Li convinsi a farlo assomigliare a un biker. Ma sa qual è il colmo? L’attore che lo impersonava, Henry Winkler, non sapeva andare in moto. Non stava in sella per più di 20 metri. Usavamo degli stunt. E con le ragazze…

Non vorrà far cadere il mito di Fonzie eterosessuale e playboy?
Henry era un tipo tranquillo, non usciva con molte ragazze. Quello che aveva il turbo era Ralph Malph, alias Donny Most. Era lui il vero Fonzie fuori dal set.

«Happy Days» lanciò anche Robin Williams.
Mio figlio di 7 anni si era annoiato di guardarlo. Gli chiesi perché e mi rispose: «Non ci sono mai alieni». Così mi inventai che Ricky faceva un sogno in cui compariva un marziano, Williams per l’appunto. Da lì alla creazione della sit-com “Mork e Mindy” il passo è stato breve.

Nella tv attuale ci sarebbe spazio per un altro «Happy Days»?
Forse oggi quella dei Cunningham sarebbe una famiglia allargata, ma ancora una famiglia.

Per lei che è di origini italiane la famiglia rimane un punto di riferimento?
Certo. Sono cresciuto, con origini italiane, nel Bronx. Stesso quartiere e stesso periodo di Calvin Klein e Ralph Lauren. Il suo vero nome era Ralph Lifschitz, ma lui avrebbe preso a pugni chiunque lo avesse chiamato così. In fondo nessuno avrebbe comprato una «Polo by Lifschitz».

I suoi valori pro famiglia sono al limite del nepotismo. Una volta ha detto: «Quando non sai chi chiamare, fa’ lavorare i parenti».
Riconosco il nepotismo: nei miei film lavorano sempre fratelli, figli e nipoti. Ma lo stress nel girare un film è molto alto e quando una giornata va storta è importante avere intorno qualcuno di vero.
Buona parte dello show business è pura bugia e l’unico modo per trovare un po’ di verità è attraverso la famiglia. Evita anche a molte star di non impazzire dopo il successo.
Sul set di Appuntamento con l’amore era bello vedere Ben Affleck amoreggiare con Jennifer Gardner. Oppure Demi Moore che si sedeva a guardare Ashton Kutcher mentre recitava per poi incoraggiarlo a fine ripresa: «Sei stato bravo!» diceva.

Ha detto che «il successo fa impazzire»…
È uno dei più grandi problemi dello show business. Molte persone non sono preparate per il successo perché nella profondità della loro mente ritengono di non meritarlo. E fanno i matti.

Qualche esempio?
Sul set di “Laverne & Shirley” (sit-com che in Italia ha avuto poca fortuna, ndr) si prendevano a pesci in faccia. Lo studio di “Happy Days” era di fianco al loro e si interrompeva la lavorazione per origliare le loro liti.

Casi recenti di artisti che hanno perso la trebisonda?
Lindsay Lohan. Le voglio molto bene, siamo buoni amici, ma ha fatto dei disastri e nessuno l’ha aiutata. Paris Hilton è un’altra. L’ho utilizzata in alcuni film, era acqua e sapone, poi non so cosa sia successo. Adesso sembra stiano recuperando.
Poi c’è il mio attore preferito e altro caro amico, Robert Downey Jr: anche lui si era perso ma adesso è tornato alla grande. Un giorno mi ha detto: «Ti avrei voluto come padre». «E perché mai?» chiesi. E lui: «Mi ricordi Howard Cunningham, il papà di Ricky». Oggi lui è fuori dalla lista.

Quale lista?
A Hollywood c’è una lista di nomi dal titolo «La-vita-è-troppo-corta-per-lavorare-con-quello-lì». Se ci finisci dentro, poi è difficile tornare nel giro di successo.

Lei di attori di successo ne sa qualcosa. Vent’anni fa esplodeva il fenomeno «Pretty Woman». Nasceva una stella…
Julia Roberts
. Anche lei dopo il successo inaspettato un po’ si perse, ma in un altro senso: cercava l’amore e non capiva se gli uomini la amavano perché era una star o per la persona che era.
Ma oggi è molto solida, tre figli, l’opposto della diva. Al suo matrimonio mi ha fatto sedere accanto a lei e mi ha chiesto di fare gli onori di casa, perché non ha il padre.

Marshall, lei è la figura paterna di mezza Hollywood…
Ormai sono la figura del nonno.

  • redazione
  • Giovedì 4 Marzo 2010

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