
«Nessuno la vede, ma appena salgo sul palco si materializza alle mie spalle l’ombra di un gigante»
Non è una sfida indolore quella che Cristiano De André ha lanciato a se stesso decidendo di portare in giro per l’Italia le canzoni di suo padre Fabrizio (l’8 e 9 marzo al Teatro Smeraldo di Milano).
«Arrivo buon ultimo, ma prima era come un’epidemia: tutti ricantavano i suoi pezzi. E io, paralizzato dal dolore, me ne stavo muto, in disparte, spiando i colleghi dal buco della serratura. Poi ho preso coraggio e sono sceso nell’arena. Perché ho ricevuto un’eredità importante ed è giusto che la mantenga viva in concerto»
Vero, ma c’è dell’altro. Quello che Cristiano fortissimamente voleva era dimostrare, sia pure a posteriori, che in fondo suo padre si era sbagliato, che la sua musica aveva lasciato tracce profonde nella società, che i testi delle sue canzoni non erano cenere al vento. Prosegue Cristiano:
«Nell’ultima parte della sua vita si sentiva deluso, sconfitto. E non dalla malattia. Continuava a ripetere “ho cantato per dar voce a chi non l’ha mai avuta, ma non è servito a nulla, perché in questo mondo non cambia mai niente, i messaggi non passano”. Ecco, darei qualunque cosa per fargli vedere i quindicenni in lacrime che sanno a memoria i suoi testi. Credo che servirebbe a fargli cambiare idea»
Lo dice ma in fondo sa benissimo che non finirebbe così. Suo padre si muoveva sempre e comunque in direzione ostinata e contraria, refrattario a regole e compromessi.
«Fargli cambiare opinione? Impossibile. Per tutti gli anni Settanta si prese i fischi e gli insulti di quelli che lo accusavano di non essere abbastanza compagno. Lui, infischiandosene dei pregiudizi, continuava a esibirsi alla Bussola di Viareggio, considerato da quelli di Lotta continua il covo della borghesia in vacanza. Al primo fischio papà interrompeva di colpo la canzone e si metteva a parlare di quel che gli passava per la testa. Una volta, per testare la sua reazione, lo fischiai io in un momento di assoluto silenzio. Beh, me ne sono pentito: interrotto il brano, fece un pistolotto di 20 minuti: “Ma quale compagno e compagno, io sono un vero anarchico”»
Alla stessa serie di episodi appartiene il rifiuto reiterato di cantare dal vivo Bandiera rossa.
«Glielo chiedeva ogni giorno Eugenio Finardi, che allora apriva i suoi concerti. Ma lui resisteva: Bandiera rossa non era un suo inno. Dopo mesi di insistenze cedette per una sera, ma in cambio pretese che Finardi si cimentasse con Addio Lugano bella, una canzone popolare anarchica di fine Ottocento»
Parlando di tour e di episodi da palco, la memoria di Cristiano non può che correre al 1997.
«Mi chiese di andare in concerto con lui. In quei lunghi mesi imparammo finalmente a conoscerci. Prima avevamo un rapporto molto timoroso, nessuno dei due sapeva davvero chi era l’altro. Standogli vicino capii quanto poco si prendesse cura della sua salute. Ricordo ancora quei posacenere da cui traboccavano mozziconi, la sua allergia a qualsiasi attività fisica. Imparai anche a leggere gli stati d’animo di un uomo che ne aveva passate tante, compreso un rapimento (in Sardegna nel 1979, ndr) di cui cercava di non parlare mai. Intuii pure che in origine i rapitori volevano sequestrare lui e me. E che solo all’ultimo istante decisero di portarsi via Dori (Ghezzi, ndr). Insomma, l’ho perso sul più bello, proprio mentre ci stavamo riavvicinando»
Di quella storia umana e familiare rimangono oggi i ricordi, le vecchie, celeberrime canzoni e, come sempre più spesso si sente dire, una manciata di brani inediti dal valore inestimabile:
«Inutile alimentare leggende. Non ci sono nel cassetto brani fatti e finiti, ma molti spunti che potrebbero un giorno diventare grandi canzoni. Sono momenti di prosa notturna che papà ha realizzato nel corso degli anni. Parole che si presterebbero sicuramente a essere accompagnate da note di un certo spessore. Succederà? Non lo so, ma una cosa è certa: a questo punto, dipende solo ed esclusivamente da me»
- Lunedì 8 Marzo 2010









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