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di Francesco Alberoni
La parola felicità ha tre accezioni dominanti. La prima indica uno stato straordinario di gioia, di esultanza, di piacere, di entusiasmo di durata limitata.
Per esempio sono innamorato e la mia amata è lontana, non posso telefonarle, ritarda e nel fondo del mio animo si insinua il dubbio: mi ama veramente come la amo io o non mi ama più? Poi arriva, la vedo da lontano, mi corre incontro con le braccia aperte e io la stringo a me e sono invaso da una felicità incontenibile.
Felice qui vuol dire che ho ottenuto quanto più desideravo al mondo, il pieno soddisfacimento dei miei desideri per cui non voglio nient’altro, tutto mi è stato dato, tutto è compiuto.
Se questo stato si prolunga, come per esempio quando facciamo a lungo l’amore con chi amiamo, possiamo parlare di beatitudine. Anche la beatitudine però non dura a lungo, c’è sempre un momento in cui finisce.
Veniamo ora alla seconda accezione della parola felicità. Essa ci viene dall’utilitarismo inglese ed è passata poi all’illuminismo europeo.
In inglese è happiness, che noi non traduciamo con felicità ma con contentezza, gioia, oppure per indicare uno stato continuo, welfare. In francese bonheur che noi traduciamo con benessere, anch’esso uno stato. In tedesco Glück vuole dire anche fortuna, mentre Selig significa beato e Glückseligheit una felicità duratura.
In definitiva però sono stati l’inglese welfare e il francese bonheur a fare nascere il problema della ricerca della felicità e, nel campo della politica, a porre come scopo dello stato di assicurare la felicità (in realtà il welfare) dei cittadini.
Vi è poi l’accezione a cui si riferisce Arthur Schopenhauer nel suo celebre libretto in cui è così forte l’influenza del Buddismo da farcela quasi definire come la strada per evitare il dolore.
Ma io vorrei in questo breve saggio cercare di restare fedele all’accezione italiana della parola felicità, cercando anzi di avvicinarmi alla espressione tedesca Glückseligheit, cioè una felicità che dura. Vorrei cioè prendere alla lettera la sfida del tema «L’arte di essere felici».
Vi dico però subito che un’arte del genere non esiste perché vi sono nella vita situazioni che provocano così spaventosi dolori che non c’è nessun’arte che ci possa rendere felici.
L’arte è per definizione qualcosa che si può imparare e applicare sempre. Chi ha imparato a suonare il sassofono lo può suonare in ogni circostanza. Ma non c’è nessuna arte che ti consenta di provare felicità se ti muore una persona cara, se ti lascia il tuo amore, se vieni torturato.
Quindi la parola arte va intesa solo come indicazioni, suggerimenti, spunti di sapere che ti aiutano a essere felice, ma sempre che ci siano le circostanze che lo consentano.
- Martedì 9 Marzo 2010









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