
di Giuseppe De Bellis
San Pietroburgo è giusto fuori dal Grande raccordo anulare. Luciano Spalletti ha fatto più in fretta a riciclarsi che a tornare in Toscana da Trigoria: in cinque mesi è passato da dimissionario della Roma e penultimo in classifica a nuovo profeta del calcio italiano all’estero.
La Russia è la lavatrice che l’ha fatto tornare vincente. Non era capitato a nessuno di allenare due squadre nella stessa stagione, poi è successo a lui e ora a Edy Reja passato dall’Hajduk Spalato alla Lazio.
Roma c’entra sempre, evidentemente. C’entra soprattutto con Spalletti che ne era diventato un idolo.
Trasformato da provinciale in metropolitano, geneticamente modificato da bracciante a latifondista. Poi amato e applaudito.
Commovente il suo addio del 1º settembre: la Roma viveva il momento peggiore degli ultimi 10 anni, tra la classifica preoccupante, le voci sulla vendita della società, la protesta dei tifosi. Spalletti se ne uscì da signore: «Vado via».
Era il 1º settembre 2009 e sembrava la fine di una vita: la gente a stringergli la mano, i tifosi a braccarlo fuori dal campo d’allenamento per l’ultima volta. I cori: «Non ti dimenticheremo». Roma vestita a lutto, l’Italia mossa a compassione, il mondo pronto a raccontare l’unico italiano che invece di farsi cacciare se ne va. Sconfitto?
Allo svincolo del Gra è cambiato tutto. 1º settembre, più 100 giorni, cioè l’11 dicembre, la fine della penitenza: «Ho firmato per lo Zenit di San Pietroburgo».
La prima domanda: mister, l’ha fatto per i soldi dei nuovi ricchi? «Veramente lo faccio per crescere». E quindi l’esperienza di vita, il cambiamento, la novità, l’adrenalina. Il riciclaggio, appunto. La lotta, quindi. Cioè la possibilità di dimostrare di nuovo qualcosa, di rigenerarsi dopo una fermata, di rientrare da un’altra porta nello stesso mondo.
Si ricomincia da qualche parte per riconvertirsi. Gli altri allenatori aspettano la caduta di uno di loro. Arriva l’esonero, si crea un buco e il primo che lo riempie comincia così: «Per me è una grande occasione».
Spalletti non ha aspettato che un collega se la passasse male, è emigrato per fare più velocemente. Se n’è andato per sfatare l’idea che uno amato a Roma non riesca poi a tornare grande altrove. Se n’è andato per sé, il suo calcio e la sua vita.
S’è portato la moglie e i figli, in Russia. E, visto che doveva ricominciare dall’inizio, ha fatto il giro completo: il pallone e gli affari.
Il riciclaggio del lottatore non è solo una squadra nuova, comprende l’attività parallela che sta creando in Russia: investirà un po’ dei suoi soldi in una catena di negozi di abbigliamento da aprire a San Pietroburgo. Come a dire che, se uno deve reinventarsi, lo fa veramente.
È un po’ come quando si sceglie di tagliarsi i capelli a zero: si ricomincia dalla base. Dalla radice. Spalletti ha trasformato la calvizie in pelata quando da anonimo è diventato famoso, quando da povero è diventato ricco.
Facile? Provate a chiederglielo. Per riciclarsi bisogna saper lottare. Contro gli altri, contro il mondo, contro se stessi. Anche quando ti offrono un sacco di soldi.
- Martedì 9 Marzo 2010









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